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25 aprile 2016 1 25 /04 /aprile /2016 06:11

Conclusioni riassuntive

dal libro di Luigi Anepeta "Facci un Dio"

(pubblicato sul suo blog http://www.nilalienum.it/)

 

 

Nei testi biblici sono riconoscibili almeno cinque situazioni congiunturali che danno luogo ad una ristrutturazione totale dell’ideologia religiosa del popolo ebraico.

 

  1. La prima situazione si realizza all’epoca di Abramo, allorchè il Dio dei padri, un Dio manico la cui differenziazione rispetto agli altri dei è semplicemente patronimica, assume le caratteristiche di un Dio etnico. In conseguenza dell’etnocentrismo radicale ebraico, esso giunge a porsi come primus inter pares, vale a dire come il più forte tra tutti gli dei.

 

  1. La seconda risale all’epoca di Mosè e va ricondotta alla necessità di centralizzare il culto di Jahvè per ridurre il potere dei capi - famiglia e quello dei clan. La centralizzazione del culto comporta l’investitura da parte di Jahvè di un capo politico e di una classe sacerdotale (ovviamente un’autoinvestitura) e l’imposizione di una monolatria. Jahvè convive con gli altri dei, ma egli è il più forte di tutti ed è il Dio degli Ebrei.

 

  1. La terza si realizza all’epoca dei Profeti, per effetto delle invasioni e delle deportazioni, e segna la nascita del monoteismo in senso proprio. Jahvè è l’unico, vero Dio, padrone del mondo che ha creato. E’ un Dio d’amore misericordioso ma terribile con i figli che si ribellano a Lui. E’ un Dio di giustizia che non tollera le differenziazioni sociali e le iniquità, e che interverrà a sanarle.

 

  1. La quarta risale all’epoca di Gesù, e va ricondotta alla crisi politica, sociale e religiosa del popolo ebraico. Jahvè diventa Signore e Padre: Dio onnipotente ed eterno, spietato con i ricchi e gli ingiusti, ma amorevole e sollecito nei confronti degli uomini che realizzano la sua volontà. La nuova legge è la legge dell’amore tra uomini accomunati dall’essere figli di Dio. Data l’insensibilità della maggioranza degli uomini e il lavorio sotterraneo di Satana, che ne conquista le anime, la potenza e la giustizia di Dio non possono realizzarsi sulla terra ma nell’aldilà.

 

  1. La quinta si realizza alcuni decenni dopo la morte di Gesù allorché Paolo s'impegna a giustificare la morte sulla croce del Figlio di Dio per mano del popolo eletto. La soluzione che egli avanza stravolge la tradizione ebraica, facendo capo ad un peccato originale, rimasto incombente su tutta l’umanità, che il sacrificio di Gesù vale ad espiare, e estendendo la salvezza a tutti i popoli del mondo, tranne gli Ebrei.

 

Ognuna di queste circostanze congiunturali, come si è visto, dà luogo ad una ristrutturazione dell'ideologia religiosa.

 

In questi salti strutturali, dovuti a circostanze storico - sociali e culturali ben definite, che portano gradualmente da una rozza religione tribale ad una religione universale, la Tradizione ecclesiale legge una progressiva rivelazione della Verità su Dio, sull’uomo e sul mondo che gli uomini avrebbero stentato a capire e che si compie pienamente in virtù della predicazione di Gesù, il cui sacrificio riscatta l’umanità dal peccato e riapre l’accesso alla felicità eterna a coloro che credono in Dio e si sottomettono alla sua volontà.

 

... ...

Posto quanto sopra, per Anapeta ne consegue che

 

Il messaggio di Gesù è, dunque, un messaggio di rottura con la tradizione ebraica, ferma alla promessa di Jahvè del definitivo trionfo del popolo ebraico su tutti i popoli della terra, e con l’ordine costituito.

 

Anche se egli non ha inteso promuovere una rivoluzione sociale, il contenuto intrinseco della sua predicazione non poteva non suscitare nei ceti dominanti una reazione avversativa estrema. Paolo è del tutto consapevole della carica eversiva sociale e morale del messaggio di Gesù. Con molta accortezza diplomatica, egli la traduce in un messaggio univocamente morale e spirituale.

 

In conseguenza di ciò, la comunità cristiana è tenuta, al suo interno, ad assumere il vangelo comunistico di Gesù come modello di vita, mentre, nel rapporto con l’esterno, deve rispettare la realtà di cose esistente, vale a dire la divisione in classi, l’ordine costituito e i ruoli sociali.

 

Ciò non elimina la frizione tra il Cristianesimo e il mondo pagano, ma avvia un’istituzionalizzazione ecclesiale che troverà modo di profittare della crisi dell’Impero romano per proporsi come asse portante di una riorganizzazione teocratica della civiltà occidentale.

 

Il tema della giustizia sociale echeggia ancora oggi nell’insegnamento della Chiesa, ma si tratta di un flatus vocis mirato a stigmatizzare moralmente l’iniqua distribuzione delle risorse senza alcun intervento concreto sulla realtà sociale.

 

La prova più evidente di ciò è recente. I fasti del Giubileo, che sembrano avere restituito alla Chiesa un potere e un prestigio che, appena trent’anni fa, sembravano del tutto compromessi, si sono svolti all’insegna di un trionfalismo di massa reso paradossale dal fatto che il rito giubilare si è ridotto alla remissione dei peccati individuali, senza alcuna consapevolezza, da parte dei credenti, del suo significato originario, che comportava la remissione dei debiti e la restituzione delle proprietà mobiliari e immobiliari sottratte alla proprietà comune.

 

Cautamente la Chiesa ha fatto riferimento allo spirito dell'istituzione giubilare sollecitando i paesi ricchi a cancellare i debiti contratti dal Terzo Mondo. Si è trattato di un atto formale.

 

Come per primo ha intuito Paolo, la Chiesa sa che il messaggio di Gesù, nel suo radicalismo morale e sociale, è incompatibile con l'ordine di cose esistente. Non ha però alcun interesse a riproporlo nel suo significato originario, visto che Gesù stesso, trasferendo nell'aldilà l'utopia della giustizia, le ha offerto l'alibi per venire a patto con l'aldiqua.

 

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