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18 aprile 2017 2 18 /04 /aprile /2017 05:06

Sono un credente convinto, eppure non trovo, o almeno non sento, un posto che sia mio nella Chiesa. La mia anomalia è che non cerco un camicione bianco in chiesa, un leggio per un minimo di servizio, una sedia in una qualche riunione parrocchiale e non oso insegnare catechismo (son convinto che rischierei di non essere capito e, con la mio pensare alieno alle briglie, seminare zizzania in menti giovani).

 

Conclusione mi sento inutilizzato. Il mio stato laicale mi fa emarginare da quanti portano la tonaca e dai loro "cerchi magici". Non son capace di lasciarmi utilizzare, pertanto sto fuori dai piedi, prego in fondo alla chiesa e studio da solo, a casa, cercando di capire chi sono: come uomo, come cristiano e come membro di un gruppo ampollosamente chiamato "chiesa".

 

Ma chi è un laico credente nella Chiesa e per la Chiesa? Me lo son chiesto tante volte ed ecco una piccola sintesi delle convinzioni raggiunte.

 

E' laico chi non appartiene allo stato clericale; sono quindi laici, nella Chiesa cattolica, i fedeli che non sono né chierici né religiosi, ossia tutte le persone battezzate che non hanno alcun grado nella gerarchia ecclesiastica.

Enciclopedia Treccani - treccani.it/enciclopedia/laico/

 

 

La laicità non si identifica con alcun credo, con alcuna filosofia o ideologia, ma è l'attitudine ad articolare il proprio pensiero (sia esso ateo o religioso, idealista o marxista) secondo principi logici che non possono essere condizionati, nella coerenza del loro procedere, da nessuna fede, da nessun pathos del cuore, perché in tal caso si cade in un pasticcio, sempre oscurantista.

La cultura se è tale è sempre laica, così come la logica non può non affidarsi a criteri di razionalità e la dimostrazione di un teorema, anche se fatta da un Santo della Chiesa, deve obbedire alle leggi della matematica e non al catechismo.

Claudio Magris (su Corriere della Sera, 20 gennaio 2008)

 

 

 

Gli strumenti messi a disposizione del laicato, almeno quelli praticamente accessibili in Italia, sempre più si rivelano al riguardo assolutamente inadeguati: manuali di teologia per laici ottenuti riducendo e volgarizzando manuali di teologia per chierici, ad uso nei seminari e negli studentati.

 

Il che significa che essi non solo ne riprendono, aggravandoli, tutti i difetti, per esempio, l'insufficiente ispirazione biblica e patristica, lo schematismo, ma che sono anche necessariamente in ritardo; corsi di teologia per laici, ma spesso si riducono o a un catechismo appena un po' più raffinato o a una serie di conferenze di temi alla moda, disorganiche e inconcludenti o facenti appello assai più all'attenzione dei nomi di grido che al lavoro e all'impegno dei partecipanti. Finora in breve s'è in gran parte pensato alla teologia per laici come ad un insegnamento di poche pretese, ad una, lasciatemi dire, mini-teologia a scartamento ridotto.

 

[...] L'apertura ai laici, per essere vera, esigerebbe infatti un serio sforzo di declericalizzazione dell'insegnamento teologico. Cioè, per esempio, un contatto più vivo con i problemi e la cultura del proprio tempo, un "resourcement" biblico e patristico soprattutto, che non serva solo a giustificare le dottrine teologiche, ma che consenta anche una presa di contatto diretta e vitale con la Parola di Dio, nella Bibbia e nella Tradizione della Chiesa, e una più intensa impregnazione spirituale e finalmente un forte aggancio della teologia all'esperienza.

Giacomo Card. Lercaro (da Il laico teologo).

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Published by azzena
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