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1 dicembre 2017 5 01 /12 /dicembre /2017 05:19

Ieri sera ho parlato di quest'argomento con un conoscente, seppur di sfuggita. Oggi son ritornato sui testi dove ho appreso della profondità innovativa del Giubileo ebraico e ho trovata la lettura ancora interessante, molto. La ripropongo

 

 

Secondo la tradizione [della Chiesa], sarebbero occorsi dei millenni per fare capire agli uomini l’immane dramma del peccato originale e riabilitare il loro rapporto con Dio in virtù del sacrificio di Gesù.

 

Se ciò fosse vero, la misericordia divina, che è l’attributo più specifico del Dio cristiano, sarebbe inesorabilmente compromessa da una cieca volontà di vendetta riparativa che si sarebbe mantenuta viva nel corso del tempo confondendo gli uomini che, come si è visto, fino a Paolo, l’avrebbero rimossa.

 

Non migliora di molto questo paradosso teologico - di un Dio che non dimentica e imputa all’umanità una colpa che essa non sa di avere commessa - il fatto che l’espiazione avviene in virtù di un atto di amore di Dio che sacrifica il Figlio incarnato. Se ci si affranca, infatti, dalla suggestione emozionale dell’’innocente che paga per il colpevole, rimane il riferimento ad un’implacabile metro di misura della giustizia divina che, per essere appagata, richiede comunque il sacrificio di una vita.

 

Gesù stesso ha identificato la sua missione nel prendere su di sè le colpe altrui. Ma non si dà alcuna prova che egli intendesse riferirsi al peccato di Adamo e non piuttosto alle colpe dei contemporanei, che egli giudica come una generazione perversa. Nell’assumere su di sè il peso delle colpe egli non fa altro che riabilitare una tradizione profetica ben nota che assegnava ai giusti il compito di soffrire per gli empi. Si tratta, peraltro, di una tradizione che il rigorismo giustizialista ebraico non ha mai accettato pienamente. 

 

L'interpretazione biblica della Chiesa è paradossale poiché essa conserva il riferimento all'implacabile Dio veterotestamentario e, in virtù del sacrificio del Figlio, lo trasforma in un Dio d'amore. E' come se la Chiesa non si rendesse conto che quel sacrificio, se riscatta l'umanità dal peccato e apre ad essa la via per la felicità eterna, non riscatta Dio dall'essere preda di una logica - per cui la colpa va comunque pagata - che è incompatibile con la misericordia.

 

Invalidata l’interpretazione tradizionale della Chiesa, c’è da chiedersi quale altra interpretazione dei testi biblici si possa ritenere più verosimile. Noi abbiamo cercata di fornirla tra le righe.   Essa verte sul tema della retribuzione, vale a dire della giustizia sociale e morale.   

 

Nel nome di un comunitarismo originario, dovuto all’esperienza nomadica e alla vita nel deserto, rimasto profondamente radicato nell’immaginario popolare, il popolo ebraico non ha mai accettato la differenziazione sociale avviatasi con l’insediamento in Palestina e accentuatasi progressivamente con l’avvento della monarchia e con la decadenza di Israele. Il richiamo alla legge di Mosè e al Dio di Mosè ha assunto sempre, in virtù di una trasfigurazione mitica della vita nel deserto, la configurazione di un anelito alla giustizia, la cui realizzazione, sia all’interno della società ebraica che nei rapporti con gli altri popoli, è stata costantemente identificata con l’avvento del regno di Dio. 

 

I testi biblici muovono da una realtà sociale che si è distanziata progressivamente dall’ideale della giustizia e sovrappongono ad essa un potere, quello di Jahvè, ritenuto atto a modificarla radicalmente. Per questo aspetto, il capitolo 26 del Levitico, con l’istituzione del Giubileo, si può ritenere la chiave che rivela il significato profondo, essenzialmente sociale, della religione ebraica.

 

Leggendolo, è difficile non rimanere commossi dall’anelito di giustizia che lo pervade. Ma non si può trascurare che l’istituzione giubilare non ha mai ricevuto un’applicazione pratica, urtando contro i privilegi acquisiti dalle classi dominanti. 

 

Il tradimento dell’aspirazione alla giustizia, intrinseca alla religione ebraica, permette di comprendere il ruolo storico e il messaggio di Gesù che, nel contempo, radicalizza quell’aspirazione nell’assoluta consapevolezza che essa non potrà mai realizzarsi nell’orizzonte storico e mondano.

 

Gesù fa proprie le prospettive aperte dalla riflessione profetica e dagli scritti biblici tardivi sull’aldilà, sulla resurrezione dei morti e sul Giudizio finale per proiettare apocalitticamente quell’aspirazione in un regno che non è di questo mondo, governato finalmente e definitivamente dal Dio di giustizia.

 

Ma il pessimismo di Gesù sulla natura umana, soprattutto sull’egoismo, la sete di potere e l’avidità di denaro, è a tal punto profondo che egli prevede la salvezza solo per i pochi eletti che, in virtù della fede e di un distacco completo dalle preoccupazioni terrene, praticheranno, nell’attesa dell’avvento del regno dei cieli, un regime di vita comunitaristico e ugualitaristico. 

 

Il messaggio di Gesù è, dunque, un messaggio di rottura con la tradizione ebraica, ferma alla promessa di Jahvè del definitivo trionfo del popolo ebraico su tutti i popoli della terra, e con l’ordine costituito. Anche se egli non ha inteso promuovere una rivoluzione sociale, il contenuto intrinseco della sua predicazione non poteva non suscitare nei ceti dominanti una reazione avversativa estrema.

 

Paolo è del tutto consapevole della carica eversiva sociale e morale del messaggio di Gesù. Con molta accortezza diplomatica, egli la traduce in un messaggio univocamente morale e spirituale. In conseguenza di ciò, la comunità cristiana è tenuta, al suo interno, ad assumere il vangelo comunistico di Gesù come modello di vita, mentre, nel rapporto con l’esterno, deve rispettare la realtà di cose esistente, vale a dire la divisione in classi, l’ordine costituito e i ruoli sociali. Ciò non elimina la frizione tra il Cristianesimo e il mondo pagano, ma avvia un’istituzionalizzazione ecclesiale che troverà modo di profittare della crisi dell’Impero romano per proporsi come asse portante di una riorganizzazione teocratica della civiltà occidentale.

 

[Luigi Anèpeta, Facci un Dio. Genesi e sviluppo dell'ideologia biblica, edizione e-book  (free sul sito dell'autore)].  

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