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26 novembre 2018 1 26 /11 /novembre /2018 07:46

 

Ieri domenica XXXIV si è festeggiato il titolo di Re attribuito a Gesù.

Ma attribuendogli il titolo di Re non lo stiamo offendendo ed allontanandolo da noi?

 

E’ vero che sino a qualche decennio fa era un titolo di pregio ma oggi, di fatto, è solo un titolo come un altro per indicare una persona con carica apicale.  

  

E’ pur vero che reportage televisivi e film ci raccontano di Re, di quelli della storia, defunti ed ormai personaggi di favole. Ma i re di oggi, quelli non democratizzati, li troviamo solo in paesi sottosviluppati dell’Africa o dell’Asia e certo non godono di buona fama, raccontati o come personaggi avidi e sanguinosi o come personaggi da commedia.

 

Dobbiamo renderci conto che i Re “potenti” sono stati resettati dal nostro vivere quotidiano, cioè o li releghiamo nel passato o li sbeffeggiamo. Eppure la Chiesa continua a vestirsi di stracci lisi e parole obsolete. L’effetto? Che tutto questo diventa distanza, teatro.

 

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commenti

GIORGIO GIACOMETTI 02/21/2019 21:35

Comprendo il senso del Tuo discorso, ma non credo, francamente, che l'errore peggiore della Chiesa di oggi consista nell'evocare il titolo regio di Cristo. A Cristo sono teologicamente associate profezia, sacerdozio e regalità, in un senso che andrebbe approfondito teologicamente appunto. Il "re" può essere visto come un archetipo, nel senso di Jung. C'è il Re delle carte da gioco e il Re degli scacchi, che conservano intatto il loro valore metaforico. Ai bambini si narrano favole che vedono per protagonisti re, regine, principesse... Non credo che queste favole siano un attentato alla democrazia, piuttosto un modo per ricondurci in una dimensione onirica, immaginale (direbbe Henry Corbin), simbolica. Nella stessa dimensione che dà senso alla religione (a meno che non la si voglia ridurre a una mera "scuola di morale")

GIORGIO GIACOMETTI 02/23/2019 10:01

Credo che la religione consista nella scommessa che la favole (ad esempio che ciascuno di noi possa sopravvivere alla propria morte) possano a volte, per riprendere le sue parole, "maledettamente reali". Vi è della gnosi in questo? Senz'altro, ma nel nobile senso che alla parola conferiva p.e. Clemente Alessandrino (autore senz'altro ortodosso)

GIORGIO GIACOMETTI 02/23/2019 09:06

Nel 1996 Paul Tillich ha scritto un libricino titolato “L’irrilevanza e la rilevanza del messaggio cristiano per l’umanità d’oggi” e il mio commento intendeva viaggiare su quella traccia.

Pertanto, pur condividendo le sue parole, il mio invito e la mia sofferenza di laico, che crede, era sull’uso smodato di una terminologia obsoleta, da favola. Perché avvolgere di mistero il nostro credere, fino a rendere necessaria una particolare cultura d’ingresso? Che ci sia un po’ di “gnosticismo” in tutto questo?

Io penso che la religione non sia una favola ma sia maledettamente reale e che debba far parte della quotidianità, dell’oggi culturale e dei miei valori.

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  • : Blog di Piero Azzena
  • : Questo blog è solo la mia voce, resa libera dall'età. Questo blog è un memo, seppur disinvolto nei tempi e nei modi, dove chioso su argomenti la cui unica caratteristica è l'aver attirato la mia attenzione. Temi esposti man mano che si presentano, senza cura di organicità o apprensione per possibili contraddizioni. Temi portati a nudo, liberi da incrostazioni , franchi e leali.
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