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14 aprile 2020 2 14 /04 /aprile /2020 17:43

Norbert Elias è stato un sociologo tedesco di origini ebraiche morto nel 1990 a 93 anni. Il libro da cui ho estratto queste pagine risale al 1985, quando aveva 85 anni.

Trentacinque anni fa non c'era ancora il Covid-19, ma esse anticipano le riflessioni in cui siamo coinvolti oggi.

 

[...] Ci sono vari  modi di affrontare  il fatto che ogni vita,  e dunque anche la nostra  e quella delle persone che amiamo,  avrà fine. 

 

  1. Possiamo mitologizzare  la fine della vita umana,  che chiamiamo morte, immaginando una  sopravvivenza comune dei morti nell'Ade,  nel Walhalla, nell'inferno o nel paradiso;  questa è la forma più antica e più diffusa  assunta dai tentativi compiuti dall'uomo per risolvere  il problema della finitezza della vita.  

  2. Si può  cercare di  eludere il pensiero della  morte allontanando da sé, per  quanto possibile, ciò che ci è sgradito,  celando o rimuovendo questo pensiero, o forse  anche credendo fermamente nella propria immortalità  («muoiono gli altri, non io»); questa tendenza si manifesta  con molta chiarezza nelle società avanzate contemporanee.  

  3. Possiamo infine  guardare in faccia  la morte come uno degli  aspetti della nostra esistenza; 

    • possiamo  organizzare  la nostra vita,  soprattutto le nostre  relazioni con gli altri,  in funzione della durata limitata  della nostra esistenza.  

    • Possiamo considerare  nostro dovere rendere  quanto più facile e gradevole  possibile il commiato dei moribondi  dagli uomini, si tratti di noi o di  altri, e chiederci come sia possibile assolvere  tale compito. Oggigiorno questo problema è affrontato  in modo chiaro e diretto tutt'al più da alcuni medici;  raramente però la società, intesa in senso lato, si interroga  al proposito. 

 

Comunque il  problema non  riguarda solo la  conclusione definitiva  della vita, il certificato  di morte o l'urna; molti uomini  muoiono un poco alla volta: diventano  infermi, invecchiano.  

 

Le ultime  ore sono importanti,  naturalmente, ma spesso  il commiato ha inizio assai  prima.  

 

Già l’infermità  di per sé separa  l'individuo senescente  dalla cerchia dei viventi:  la decadenza fisica lo isola.  Egli evita i contatti umani, l'intensità  dei suoi sentimenti si affievolisce senza che svanisca  il suo bisogno degli altri. Ecco l'aspetto più duro: la  silenziosa esclusione degli individui senescenti e morenti dalla  comunità umana, il progressivo raffreddamento del loro rapporto con  individui con cui avevano legami affettivi; e soprattutto il distacco  dagli individui che han dato senso e sicurezza alla loro vita. 

 

La  decadenza  fisica non  è dura soltanto  per coloro che soffrono  ma anche per quelli che  rimangono soli. Una delle carenze  delle società avanzate si palesa nell'isolamento  prematuro — anche se non deliberato — cui sono condannati  i morenti. Questo isolamento testimonia quanto siano limitate  le capacità degli individui di identificarsi gli uni con gli altri.

 

(Norbert Elias, La solitudine del  morente,Società editrice il Mulino, 1985

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