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23 dicembre 2020 3 23 /12 /dicembre /2020 10:46

Quando si esprimono le "proprie" opinioni, si cammina in bilico tra libertà populistica e dogmatismo e questo vale in politica ma anche per la religione, su Dio ad esempio.

Ecco un bel passo sul tema.

[...] 

I cosiddetti «postmoderni», al tempo in cui erano di moda, si vantavano di un assioma: non esistono fatti ma solo interpretazioni. Questo aforisma proveniva da Nietzsche, col suo fascino romantico ed eversivo.

Era un errore concettuale ma anche grammaticale: al loro interpretare mancava il complemento oggetto: che cosa interpretare se non i fatti, o le idee?

Del loro assioma vantavano lo spirito democratico: ognuno ha diritto alla sua opinione, o al suo pensiero, o alla sua cultura (avevano anche un afflato post-coloniale, memore della prevaricazione culturale del colonialismo). Salvo che il diritto di opinione non dice nulla sul grado di verità di un’opinione rispetto a un’altra. Ma è come se ritenessero che aver ragione fosse un atto autoritario nei confronti di chi avesse torto.

Con l’ermeneutica (le procedure per interpretare i pensieri) volevano soppiantare l’epistemologia (le procedure per conoscere la realtà). Era la rivalsa del pensiero sul sapere, perché il sapere è di pochi e perciò non è democratico, mentre qualche pensiero può capitare a tutti.

Era una forma democratizzata dell’idealismo contro il principio di realtà della scienza.

Quasi ne fosse il profeta, il postmoderno ha preceduto il populismo, quella forma di ultra-democrazia che mette in forse la democrazia nelle società di massa: proclamando l’autorità della doxa, cioè dell’opinione, sulle «caste» dell’episteme, cioè del sapere, favoriva il potere crescente dei centri monopolistici della comunicazione di massa, promotori di suggestioni collettive.

Ne ha sofferto la scuola, luogo della democratizzazione del sapere, ne hanno goduto i mass media, nel loro formidabile sviluppo digitale, concentrato in poche mani.

Ora, in un certo senso, l’interpretare il proprio ambiente è un’attività costante e necessaria di ogni vivente, abbia o non abbia cervello. Ma per quanto ci riguarda l’interpretare implica due movimenti.

  • Il primo, che è il più appariscente, mostra quanto sia soggettiva la comprensione di un fatto o di un testo, visto che di esso si possono dare versioni diverse.
  • Il secondo movimento, che è più nascosto, risale invece dall’interpretazione al fatto o al testo, e ne rivela l’oggettività e l’autonomia, visto che nessuna spiegazione lo esaurisce.
     

L’atto interpretativo esalta la soggettività dell’interpretazione nello stesso tempo in cui oggettiva l’oggetto interpretato.

Ci illuderemo, interpretando, di ridurre un oggetto o un testo alla nostra misura e facoltà di comprendere, mentre al tempo stesso l’afferreremo sempre meno; ma non perché le molte versioni dell’oggetto lo «de-costruiscano» fino a dissolverlo, ma al contrario, perché restituiscono all’oggetto la sua autonomia da noi e quindi la sua oggettività.

Dal lato dei soggetti che interpretano c’è la relatività delle interpretazioni; dal lato dell’oggetto o del testo interpretato c’è la ricostituzione del loro essere per sé, «altri» da noi.

  • Per il de-costruzionismo e per il relativismo, che considerano un solo lato, quello del soggetto, la realtà è l’interpretazione: l’oggetto è assorbito e si dilegua nell’interpretazione.
  • Lo stesso avviene per il dogmatismo, il quale, imponendo all’oggetto un’unica e ortodossa interpretazione, finisce per farli coincidere e per sostituire l’interpretazione all’oggetto.
     

Così, relativismo e dogmatismo si contrastano l’un l’altro falsamente, perché sono entrambi un’ontologia dell’interpretazione, il trionfo ingannevole di una soggettività che ha smarrito il suo oggetto.

***

In virtù dei due vettori dell’interpretare che ho detto sopra, quello che relativizza l’oggetto e quello che l’oggettiva, l’idea di Dio è stata nel tempo il punto di tali e tante interpretazioni da aver assunto un’oggettività e un’autonomia così potenti da renderla capace di influire nei fatti sui destini umani e sui destini delle civiltà.


                                                           Brano estratto dal libro "Dio" di Stefano Levi Della Torre (ed. digitale Bollati Boringhieri, 2020)

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