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6 ottobre 2012 6 06 /10 /ottobre /2012 17:15

 

Riporto qui a seguire un brano estratto dal libretto "Chi ha fondato il cristianesimo?" di Daniel Maryerat ed Eric Junod (EDB, Bologna, 2012).

 

E' una riflessione sul concetto di purità/impurità in Gesù, e quindi sul "come dovrebbe essere " l'altro. 

 Una riflessione sul pensiero di Gesù circa la libertà che ha l'altro di essere quello che è, comunque io la  pensi, indipendente anche dal senso di giustizia per regole che mi sono o ci siamo date.  

 

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L'esigenza della purità induce il pio fariseo a non frequentare le persone o gli ambienti potenzialmente impuri.


Per Gesù invece l'imminente irruzione del Regno innesca una pratica di comunione che prende il sopravvento sulla separazione. Egli accoglie peccatori, prostitute, pubblicani, una donna adultera, tutte categorie dichiarate moralmente impure o contaminate dai loro contatti con i pagani. Si lascia avvicinare da malati impuri e dai lebbrosi, i più impuri degli impuri. Incontra stranieri e donne. Con i l suo comportamento Gesù afferma i l primato della morale sul rito e, soprattutto, combatte la logica inerente a una concezione difensiva della purità, che si interdice ogni relazione finché l'altro non ha corretto la sua imperfezione.

 

Questa critica di una purità difensiva è confermata da una dichiarazione di Gesù nel Vangelo di Marco: «Non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall'uomo a renderlo impuro» (Me 7,15). Gesù relativizza le norme alimentari, spostando il luogo dell'impurità: ormai sono le parole e le azioni che collegano l'uomo al suo ambiente a causare la sua purità o impurità e non ciò che introduce nel suo stomaco. Una tale ridefinizione della purità è decisamente rivoluzionaria. Gesù passa da una concezione difensiva a una concezione attiva della purità. L'altro non costituisce un pericolo, ma un'opportunità.

 

La relazione con l'altro non viene più stigmatizzata come un potenziale rischio di impurità, ma considerata il luogo nel quale il credente è invitato a concretizzare la propria purità. Così si comprende il grande ruolo che hanno giocato nell'attività del Nazareno i suoi pasti comunitari, le sue frequentazioni indecenti e le sue guarigioni. Erano l'espressione di questo capovolgimento: paradossalmente, Gesù collocava la sua purità nella sua relazione con gli emarginati del suo tempo.

 

Ma che cosa significa, simbolicamente, passare da una purità passiva a una purità attiva?

 

Significa la scomparsa della separazione fra puri e impuri, all'interno di Israele. Significa che non esistono più due categorie di credenti, due clan, uno corretto e l'altro non corretto. Presentare la relazione con l'altro come il luogo in cui si cristallizza la purità significa aprire a tutti, in Israele, l'accesso a Dio. In altri termini, Gesù ha promosso un universalismo interno a Israele. Così si comprende che il suo gesto prefigura, né più né meno, l'abolizione della linea di demarcazione fra puri e impuri. Ecco ciò che costituirà il programma della missione presso i non giudei.

 

Paolo conferirà una portata universale a ciò che Gesù ha realizzato all'interno di Israele. Non siamo lontani da questa conclusione: checché si dica, Paolo è stato un interprete fedele di Gesù di Nazaret. Ha universalizzato ciò che i l messaggio di Gesù conteneva di più provocatorio sul piano delle relazioni umane.

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