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4 giugno 2013 2 04 /06 /giugno /2013 10:45

 

Una riflessione seria su un metodo ormai invalso ovunque e su ogni argomento, ma soprattutto in politica dove, in nome della democrazia, tende a falsare la democrazie stessa.

 

 

L’insostenibile leggerezza del mestiere di sondaggista

 

L’attenzione che si riversa sui sondaggi anche a urne già chiuse è altissima e il motivo lo si può facilmente rintracciare nell’instabilità del quadro politico italiano e nell’affannosa ricerca di qualcuno che ci predìca scampoli di futuro.


Ma in parallelo, e sono gli stessi protagonisti del settore a denunciarlo, stiamo assistendo al cambio di destinazione d’uso dei sondaggi, da strumento predittivo diventa materiale per la propaganda elettorale. La difficoltà è mantenere la terzietà” ha detto Roberto Weber e gli ha fatto eco Nando Pagnoncelli che ha sottolineato il rischio “di trasformarci in spin doctor”.

 

L’occasione per queste riflessioni è stata fornita da un interessante dibattito sul futuro dei sondaggi organizzato a Trento dal Festival dell’economia, discussione che ha messo attorno al tavolo le più prestigiose griffe.

 

Se Pagnoncelli ha rivendicato la differenza non solo lessicale tra ricercatore e sondaggista (“la stessa che nella fotografia c’è tra Cartier Bresson e Fabrizio Corona!”), nelle parole di Alessandra Ghisleri il confine tra monitoraggio e consulenza pro-attiva è parso molto labile.

 

Blanditi e assediati dalla richieste i guru italiani della demoscopia sono apparsi molto preoccupati, non tanto per il rischio sempre presente in qualsiasi professione di sbagliare clamorosamente le previsioni, quanto delle pressioni alle quali sono sottoposti.  

Pagnoncelli ha fatto autocritica: “Abbiamo sbagliato ad accontentare politici e media in tutte le loro richieste”, perché è praticamente impossibile in un breve lasso di tempo sapere come reagisce l’elettorato all’acquisto di Mario Balotelli da parte del Cavaliere, mentre Weber ha rivelato: “Sapevamo benissimo che tra Marino e Alemanno a Roma c’erano 13 punti di differenza ma abbiamo comunicato una forchetta più limitata perché saremmo stati accusati di condizionare preventivamente il voto”.

 

L’impressione è, dunque, che nessuno riesca a usare i sondaggi per quello che dovrebbero essere, uno strumento di indagine della realtà. Restano delle clave usate per farsi largo o bastonare l’avversario.

 

La loro diffusione, per ora, ci lascia una politica più volatile e incapace di guardare oltre il proprio naso.

 

Dario Di Vico - 4 giugno 2013

 

 

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