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24 dicembre 2019 2 24 /12 /dicembre /2019 10:00

Ieri. 23 dicembre 2019, alle ore 22:15 sul canale TV 35 (Focus) è andato in onda un programma dedicato al satellite Rosetta, il satellite che è andato a visitare una cometa, infatti nell’agosto del 2014 s’è posato su una delle comete periodiche del nostro Sistema solare (periodo orbitale di 6,45 anni terrestri) chiamata 67P/Churyumov-Gerasimenko.

 

Di certo la programmazione TV non è stata casuale. Il Natale è prossimo, e anche in quella narrazione si parla di comete. Un racconto francescano, quello natalizio, che piace e intorno a cui costruiamo persino dolci luminosi e mielosi presepi.  Ma il contrasto tra l’immaginario di millenni e la realtà nuda e cruda, che inequivocabilmente quelle telecamere e quegli strumenti di bordo ci pongo davanti, è un pugno allo stomaco ma non può essere rifiutato. E’ una realtà che va affrontata, niente può restare uguale, ogni rifiuto sarebbe una mistificazione della realtà.

 

Sono contrasti che esigono risposte: magi-sacerdoti vs scienziati, il cielo della mitologia vs i concreti sassi desertici e inabitabili che lo compongono, oggetti guidati da una volontà libera vs oggetti che si muovono in base a campi di energie calcolabili, e così via.

 

Sono contrasti che lacerano le nostre convinzioni: dov’è la provvidenza che governa anche il cielo? dov’è il cielo bello e desiderabile se in realtà è un deserto da incubo?

 

E, quindi, che cosa ci siamo inventati in questi millenni? Un abbaglio o c’erano fondamenti concreti, cioè quello che ci è stato insegnato ha di sbagliato solo la spiegazione? Non accetto che sia stato solo un modo di tenere insieme una società, di fondare un’etica, un furbo tentativo di regolare i comportamenti. Penso che credere significhi vedere con altri occhi, intuire l’invisibile, un invisibile che c’è.

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20 febbraio 2019 3 20 /02 /febbraio /2019 16:36

Le acque di oggi dove viaggia chi crede

 

Ci sono libri che ti segnano più di altri. Uno di questi è stato per me il libro di Carlo Rovelli il cui titolo è già un programma: “La realtà non è come appare” (cortina editore, 2014).

In questo libro Rovelli racconta l’avventura della scienza da Galileo ai nostri giorni. Racconta il continuo susseguirsi di soluzione a problemi ereditati e dei problemi in lascito a chi seguiva.  Il tutto prendeva il via da una tecnica nuova, il cannocchiale. L’umanità aveva percepito che per capire il mondo non bastava pensare dedurre, occorreva aiutarsi con strumenti. Fu un matrimonio, scienza e tecnica s’erano incontrate e sposate e filiavano. La tecnica andava così a sostituirsi al pensiero senza confronto, era nato il pensiero scientifico che pretendeva dalle sue asserzioni la ripetitività. Era la tecnica che inveritava la parola.

 

Mentre nel Medioevo ciò che noi chiamiamo ora il significato simbolico di una cosa costituiva in qualche modo la sua realtà primaria, l’aspetto della realtà si modificò nella direzione di ciò che possiamo percepire con i nostri sensi. Reale soprattutto divenne ciò che possiamo vedere e toccare. E questo nuovo concetto di realtà potrebbe venire connesso a un nuovo tipo di attività: noi possiamo fare degli esperimenti e vedere come le cose stanno realmente.

[...] In questa controversia i rappresentanti della scienza naturale potevano mettere in rilievo che l’esperienza presenta una verità indiscutibile, che non può essere rimesso ad alcuna autorità umana il decidere su quanto accade realmente in natura, e che una decisione del genere è presa dalla natura e, in questo senso, da Dio. I rappresentanti della religione tradizionale, d’altra parte, potevano controbattere che con il prestare attenzione al mondo materiale, a ciò che percepiamo con i nostri sensi, perdiamo il contatto con i valori essenziali della vita umana, cioè proprio con quella parte della realtà che è al di là del mondo materiale. Sono due argomenti che non s’incontrano e perciò il problema non poteva venire risolto con alcun genere di accordo o di decisione.

[...] Nello stesso tempo l’atteggiamento umano verso la natura si mutò da contemplativo in pragmatico. Non tanto ci si interessava alla natura come essa è, quanto ci si chiedeva piuttosto che cosa se ne potesse fare. Per questo la scienza naturale si trasformò in scienza tecnica; ogni progresso conoscitivo veniva legato al problema circa l’uso pratico che se ne poteva fare.

(Werner Heisenberg, Fisica e filosofia, Saggiatore, 2018)

 

Guarda una fotografia satellitare della Terra di notte per dare un’occhiata a questo organismo molto grande.
I brillanti grappoli di luci palpitanti delle città tracciano schemi organici sul terreno scuro. I contorni dei centri urbani sfumano gradualmente a formare autostrade lunghe, sottili e illuminate che collegano altri grappoli di città lontane. I percorsi delle luci verso l’esterno sono dendritici, simili ad alberi.
L’immagine è profondamente familiare. Le città sono i gangli delle cellule nervose. Le autostrade illuminate sono gli assoni dei nervi che raggiungono una connessione sinaptica. Le città sono i neuroni dell’Holos. Viviamo dentro questa cosa.

(dal libro di K.Kelly, l’inevitabile)

 

[…] Mentre tradizionalmente il grandioso piano cosmico dava un senso alla vita degli umani, l’umanesimo capovolge i ruoli e prevede che le esperienze degli umani diano un senso al cosmo. Secondo questo sistema di valori, gli uomini devono ricavare dalle loro esperienze interiori il significato non solo delle loro vite, ma anche dell’intero universo.

Questo è il principale comandamento che l’umanesimo ci ha lasciato: dare un senso a un mondo che un senso non ha. Di conseguenza la rivoluzione religiosa fondamentale della modernità non è stata smarrire la fede in Dio, bensì accrescere la fede nell’umanità.

[…] La religione umanista adora l’umanità e prevede che essa ricopra il ruolo che Dio interpretava nel cristianesimo e nell’islam, e che le leggi di natura hanno interpretato nel buddhismo e nel taoismo.

[…] Mentre tradizionalmente il grandioso piano cosmico dava un senso alla vita degli umani, l’umanesimo capovolge i ruoli e prevede che le esperienze degli umani diano un senso al cosmo. Secondo questo sistema di valori, gli uomini devono ricavare dalle loro esperienze interiori il significato non solo delle loro vite, ma anche dell’intero universo.

Questo è il principale comandamento che l’umanesimo ci ha lasciato: dare un senso a un mondo che un senso non ha. Di conseguenza la rivoluzione religiosa fondamentale della modernità non è stata smarrire la fede in Dio, bensì accrescere la fede nell’umanità
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(da "homo deus" di Y.N.Harari)

 

Non possiamo guardare le stelle come una volta, perché sappiamo che sono sassi invivibili, non c’è un sopra e un sotto, non esiste un tempo uguale per tutti, non esiste il pieno e il vuoto, non c’è solo il percepibile ma anche gli algoritmi e i cellulari e le posizioni sulle mappe, molta salute sta nella chimica e negli ospedali, esiste l’enormemente grande ma anche l’enormemente piccolo. Tutto è diverso da come sembrava e sembra. Questo è il cambiamento L’uomo moderna è questo. È qui che vivo.

Ma la religione e il suo Dio? Cosa significa credere? Credo che alla fede resti un solo testimone: la morte. La morte è l’unica realtà certa e che rende impotente il potente. 
 
Pertanto sto rivisitando e cercando tra le "rivelazioni", quelle del primo secolo (i testi sacri) e quelle rielaborate dai Padri (la tradizione). E poiché Dio non ha scritto niente, ma si è limitato a servirsi della penna e cervello di scuole di pensiero del periodo, sono ripartito da Cullmann per gli influssi ellenici e da Adriana Destro e Mauro Pesce per l'analisi della formazione dei testi sacri (gli influssi ebraici). 
 
Questo lo faccio solo perché convinto che meriti il mio tempo e la mia attenzione. Non penso ci sia niente di più importante.

 

 

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26 novembre 2018 1 26 /11 /novembre /2018 06:35

Per la cultura giudaico-cristiana la natura è il prodotto della volontà di Dio che l’ha creata, per cui, come tutti i prodotti di una volontà, la natura ha determinate caratteristiche, ma avrebbe potuto averne anche altre, differenti. Non solo, la natura prodotta dalla volontà di Dio viene poi consegnata agli uomini perché possano trarne sostentamento e su di essa possano esercitare il loro potere. Dio, infatti, affida ad Adamo il dominio sugli animali della terra, sui pesci dell’acqua e sui volatili del cielo. Quindi la natura è concepita come il prodotto della volontà di Dio consegnato al dominio dell’uomo.

 

Nel mondo greco tutto ciò è inconcepibile, perché, per i Greci, la natura è quel Tutto immutabile governato da una categoria potentissima: la necessità (anánke). Come ci ricorda Eraclito, le leggi della natura non possono subire alcuna modificazione, perché “questo cosmo che nessun Dio e nessun uomo fece, sempre è stato, sempre è, e sempre sarà: immutabile”

Secondo la mentalità greca gli uomini devono contemplare la natura e cercare di catturarne le costanti. Sulla base di queste costanti devono costruire l’ordine della città e l’ordine dell’anima. La natura è dunque l’orizzonte di riferimento sia per la politica sia per il buon governo dell’anima, oggi di competenza della psicologia

 

Quindi tutti coloro che pensano che i Greci, e in particolare Platone, siano anticipatori della cultura cristiana, o non hanno capito i Greci o non hanno capito il cristianesimo. C’è un abisso tra i due scenari.

 

Se ora passiamo dal mondo greco alla vigilia dell’epoca moderna, quando ancora si coltivavano i campi esattamente come al tempo dei Greci, constatiamo che, dal punto di vista tecnico, non sono intervenute grosse novità. Nonostante l’architettura e l’idraulica romana, si continuavano a sfruttare le pendenze naturali e le risorse energetiche che la natura offriva. Anche in medicina, il farmaco non era considerato l’elemento che guariva, ma piuttosto ciò che assecondava la natura nel processo di guarigione. Insomma, permaneva l’antico primato della natura.

 

Nel 1600, fa la sua comparsa quello sguardo assolutamente nuovo inaugurato dalla scienza moderna. I nomi di riferimento sono Bacone, Galileo, Cartesio, per i quali non bisogna più procedere come i Greci, che si limitavano a contemplare la natura nel tentativo di catturarne le leggi. Occorre, dicono costoro, un’operazione inversa: formuliamo delle ipotesi sulla natura, sottoponiamo la natura a esperimento e, se la natura conferma l’esperimento, assumiamo le nostre ipotesi come leggi di natura.

 

Questo è il metodo scientifico, il fondamento della cosiddetta scienza moderna.

 

(Umberto Galimberti, I MITI DEL NOSTRO TEMPO, Feltrinelli, Milano, 2012)    

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5 giugno 2018 2 05 /06 /giugno /2018 06:48

Info rilevate qui e là su web

(5 giu 2018)

 

L'APOPTOSI

 

 

La parola deriva dal greco apo (da), ptosis (cadere giù) ed risaputo che fu utilizzato per la prima volta dal Prof. James Cormack (Dipartimento di Greco, Universitå di Aberdeen).

 

A differenza della necrosi l'apoptosi è un processo attivo, durante il quale la cellula stessa accende uno specifico programma che ne determina la morte, una sorta di suicidio.

 

 II processo apoptotico, sebbene abbia nei vari modelli caratteristiche comuni, sicuramente non é un fenomeno univoco, può essere spontaneo o indotto da agenti di diverso genere. Si può dire che l’apoptosi abbia inizio all’attivazione delle caspasi in conseguenza a segnali di diverso tipo che indicano tutti la necessità che una determinata cellula venga eliminata per apoptosi. L’attivazione delle caspasi è resa possibile dall’innesco di una cascata di eventi molecolari che possono essere indotti in modi differenti.

 

Le fasi in cui può essere suddivisa l’apoptosi sono quindi due:

  • la fase di inizio,di attivazione delle caspasi;
  • la fase effettrice, dove le caspasi agiscono per causare la vera e propria morte cellulare.  

 

Nel corso dell’apoptosi:

  • il DNA si frammenta
  • il citoscheletro collassa
  • la cromatina si condensa
  • la cellula si contrae formando una serie di bolle (BLEBS) che, separandosi dalla cellula, formano i corpi apoptoci, i quali vengono fagocitati da circolanti professionali o da cellule epiteliali contigue (fagociti occasionali)

 

Non appena la cellula intraprende la via dell’apoptosi, essa secerne anche dei fattori solubili in grado di reclutare i fagociti. Il reclutamento dei fagociti consente una rapida eliminazione delle cellule apoptotiche, prima che esse vadano incontro al rilascio del loro contenuto cellulare in modo da evitare una conseguente risposta infiammatoria.  E’ importante comunque ricordare che i fagociti si comportano differentemente nei confronti delle cellule apoptotiche di quanto non facciano rispetto ai batteri per esempio, cercando di minimizzare la produzione di citochine pro-infiammatorie. Il riconoscimento della cellula apoptotica da parte del fagocita è facilitata da molecole marcatrici che le cellule stesse espongono sulla loro membrana permettendo il riconoscimento. Le cellule apoptotiche possono inoltre essere opsonizzate per la fagocitosi attraverso il legame di sostanze secrete appositamente dai fagociti stessi. Il processo fagocitario è così efficiente che le cellule morte scompaiono senza lasciare la minima traccia e l’infiammazione è praticamente assente.

 

L’apoptosi ha un ruolo complementare, ma opposto a quello della mitosi e della proliferazione cellulare nella regolazione delle popolazioni cellulari. Si stima che per mantenere l’omeostasi in un corpo umano adulto [Omeostasi è l'attitudine propria degli organismi viventi a mantenere costante il valore di alcuni parametri interni, che tende di continuo a essere modificato da vari fattori esterni e interni]  sia necessaria la sintesi di circa 10 miliardi di nuove cellule ogni giorno per bilanciare la perdita di quelle che muoiono per apoptosi. Questo numero può inoltre crescere significativamente quando si ha un aumento di apoptosi durante il normale sviluppo e invecchiamento o in caso di malattia. Da ricordare che un ruolo molto importante nel mantenimento dell’omeostasi numerica è svolto dai fattori di crescita, che hanno sia la funzione di indurre le cellule bersaglio alla proliferazione, sia quella di svolgere il ruolo di “fattori di sopravvivenza”. ­­­­­­­­­­­­­­­­­­­

 

Il concetto che le cellule morissero durante il loro sviluppo naturale era già stato ipotizzato più di 200 anni fa.

  • Già nel XVII secolo Harvey aveva osservato il rimodellamento del cuore di un embrione
  • mentre nel XVIII secolo R.Hook aveva constatato che alcune cellule del tronco della quercia erano sottoposte a quello che lui interpretò essere una sorta di morte fisiologica.
  • Il primo scienziato ad osservare e descrivere la morte cellulare nel sistema nervoso di embrioni di rospo fu Carl Vogt nel XIX secolo (1842).
  • Ancora nello stesso secolo (anno 1889) va collocata una pietra miliare delle scoperte che hanno indirizzato verso il concetto di morte programmata.
  • In quell’anno August Weismann pubblicò infatti un trattato sull’eredità si cominciava a prendere atto che l’organismo contenesse un’ informazione che ne programmava il tempo di vita più lungo rispetto ad altre.

 

 Il concetto di morte cellulare naturale

  • fu riscoperto intorno agli anni ’50 con le scoperte di Saunders (1948) che mostrò che esisteva un tipo di morte naturale scandito da stimoli intrinseci e precisi tempo-dipendenti.
  • Rita Levi Montalcini e Hamburger nel 1949 che avrebbero portato alla consapevolezza che molti neuroni vengono persi nel corso della normale neurogenesi,
  • ancora si ricordi l’importantissima pubblicazione di Glucksmann nel 1951 che sottolineava l’esistenza di un processo di eliminazione naturale di strutture non più utili da parte degli organismi.

 

  • Nel 1965 Lockshin e Williams, lavorando sulla metamorfosi degli insetti, estesero il concetto e introdussero il termine “morte programmata”.
  • Intorno al 1977 J. Sulston e H.R.Horvitz fornirono una prima comprensione del fenomeno dal punto di vista genetico dallo studio del nematode C.Elegans che inizialmente genera 1090 cellule somatiche per poi perderne 131 durante lo sviluppo.
  • Nel 1988 David Voux e colleghi identificarono un componente fondamentale del sistema (Bcl-2) negli invertebrati.
  • La biologia di questo gene venne studiata a fondo da Stanley Korsmeyer e colleghi.
  • Il primo elemento di riconoscimento del fenomeno apoptotico che non avesse a che fare con la morfologia si presentò di pari passo con l’osservazione che la morte cellulare fosse accompagnata solitamente dalla rapida attivazione di endonucleasi (H.Wyllie, 1980).

 

Confronti tra aspetti morfologici e anatomici di vertebrati e invertebrati erano stati fatti fin dal 1969, ma solo nel 1992 venne reso noto che il gene Bcl-2 umano poteva inibire la morte cellulare nel nematode.

  • Si ricordano inoltre le scoperte di Yuan del 1993 e di Newmeyer e Reed del 1994 i quali scoprirono che l’esecuzione dell’apoptosi è mediata dai mitocondri.
  • Nel 1999 Lodish, Desagher e Martinou parlarono di come l’apoptosi poteva essere innescata dall’estrusione del citocromo c nel citoplasma.

Recentemente le conoscenze riguardo alla morte cellulare si sono moltiplicate e più il campo di ricerca si estende, prima verranno proposti nuovi agenti terapeutici capaci di trattare quelle malattie legate ad un inappropriato controllo del complesso fenomeno della morte cellulare programmata.

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6 maggio 2018 7 06 /05 /maggio /2018 06:54

 Spiluccando qua e là su web, ecco una gustosa curiosità tratta dall'articolo "L'armonia del DNA" di Giuseppe Sermonti (www.aispes.net).

 

L’armonia della natura inizia dalle sue più segrete e minute strutture, inizia nell’invisibile e si rivela nell’eleganza e nella grazia delle forme visibili.

 

In natura il messaggio genetico genera catene di amminoacidi (proteine) attraverso un codice che somiglia all’I’ching[1].

 

Se la natura ha costruito il suo messaggio genetico (il DNA), mettendo in fila tante frasette eguali e poi lasciandole variare, essa ha prodotto composizioni chimiche del tipo della sonata.  Infatti lo stesso messaggio, processato con un codice musicale, genera catene di note che si sistemano nel pentagramma a produrre suoni.

 

Che genere di suoni? Che sorta di musica?

 

Un genetista giapponese ha disposto queste notazioni sul pentagramma e ha rivelato musicalmente le armonie primordiali della vita. Susumu Ohno, con la collaborazione di Marty Jabara, musicista a Los Angeles, o della moglie Midori, ha preparato varie partiture, alcune pubblicate.

 

È una musica tonale, garbata, caratterizzata dalla ricorrenza di un tema musicale dominante e dalle sue variazioni. Qui ricorda Bach, là è limpidamente chopiniana. L’accompagnamento, in chiave di basso, è anche affidato al gusto musicale; e così il tempo. Tuttavia il vincolo imposto dal codice genetico rimane forte, e regola la struttura fondamentale del brano.

 

Il Notturno di Chopin è continuamente rievocato. Nell’ascoltarlo, al piano, si prova un’intensa commozione, come se la natura rivelasse una melodia chopiniana che da milioni e milioni di anni teneva serbata nel suo cifrario chimico; come se quella melodia, discesa dal mondo degli archetipi, avesse ispirato il moto delle dita del grande polacco su una tastiera incantata, in una notte del secolo scorso.

 

Il cifrario genetico del DNA attrae l’uomo moderno per la possibilità di intervenire sui geni alterati, di migliorare le razze animali o vegetali, di costruire il ciclopico catasto della nostra eredità. lo Denso che sia sommamente importante l’aver avvertito, in alcune striscioline della magica molecola, interne armonie, decorsi melodici, strutture ricorrenti. Se il cieco accidente avesse costruito le strutture viventi, senza una logica generativa e senza misura, l’esperimento di Ohno non sarebbe riuscito a nessuno; ascoltando dalla strada un pianoforte suonare, avrebbe detto: “È Chopin!”, mentre un pianista stava modulando sulla tastiera la partitura del DNA.

 

 

 

[1] Il Libro dei Mutamenti[2] (易經T, S, YìjīngP, I ChingW[3]), conosciuto anche come Zhou Yi 周易 o I Mutamenti (della dinastia) Zhou, è ritenuto il primo dei testi classici cinesi sin da prima della nascita dell'impero cinese. È sopravvissuto alla distruzione delle biblioteche operata dal Primo imperatore, Qin Shi Huang Di

 

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1 aprile 2018 7 01 /04 /aprile /2018 05:05

C'è una cantieristica tanto comune da sembrare banale ma banale non è. 

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25 febbraio 2018 7 25 /02 /febbraio /2018 07:18

Il libro di Carlo Rovelli, L’ordine del tempo, si chiude così:

 

... il delirio è una vasta attrezzatura di teatro, capace di organizzare il mondo, e che è difficile trovare argomenti per distinguerlo dai grandi deliri collettivi che sono il fondamento della nostra vita sociale e spirituale e della nostra comprensione del mondo. A parte forse per la solitudine e la fragilità di chi si allontana dall’ordine comune... La visione della realtà è il delirio collettivo che abbiamo organizzato, si è evoluto, ed è risultato abbastanza efficace per portarci almeno fino a qui.

 

Gli strumenti che abbiamo trovato per gestirlo e accudirlo sono stati molti, e la ragione si è rivelata fra i migliori. È preziosa. Ma è uno strumento, una pinza. Che usiamo per mettere le mani su una materia fatta di fuoco e di ghiaccio: di qualcosa che percepiamo come emozioni vive e brucianti.

 

Queste sono la sostanza di noi stessi. Ci portano, ci trascinano, le ammantiamo di belle parole. Ci fanno agire. E qualcosa di queste sfugge sempre all’ordine dei nostri discorsi, perché sappiamo che in fondo ogni tentativo di mettere in ordine lascia sempre qualcosa fuori.

 

E a me sembra che la vita, questa breve vita, non sia che questo: il grido continuo di queste emozioni, che ci trascina, che proviamo talvolta a chiudere in un nome di Dio, in una fede politica, in un rito che ci rassicuri che tutto alla fine è in ordine, in un grande grandissimo amore, e il grido è bello e splendente. Talvolta è un dolore. Talvolta è un canto.

 

E il canto, come aveva osservato Agostino, è la consapevolezza del tempo. È il tempo. È l’inno dei Veda che è esso stesso lo sbocciare del tempo. Nel Benedictus della Missa Solemnis di Beethoven il canto del violino è pura bellezza, pura disperazione, pura felicità. Vi restiamo sospesi trattenendo il fiato, sentendo misteriosamente che è questa la sorgente del senso. È questa la sorgente del tempo.

 

Poi il canto si attenua, si placa. «Si rompe il cordone d’argento, la lucerna d’oro s’infrange, si rompe l’anfora alla fonte, la carrucola cade nel pozzo, ritorna la polvere alla terra». E va bene così. Possiamo chiudere gli occhi, riposare. E tutto questo mi sembra dolce e bello. Questo è il tempo.

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  • : Blog di Piero Azzena
  • : Questo blog è solo la mia voce, resa libera dall'età. Questo blog è un memo, seppur disinvolto nei tempi e nei modi, dove chioso su argomenti la cui unica caratteristica è l'aver attirato la mia attenzione. Temi esposti man mano che si presentano, senza cura di organicità o apprensione per possibili contraddizioni. Temi portati a nudo, liberi da incrostazioni , franchi e leali.
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