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4 ottobre 2019 5 04 /10 /ottobre /2019 09:49

Ernesto Galli della Loggia, sul Corriere della sera di ieri si poneva una domanda. Domanda impertinente? ... forse.

In via preliminare viene comunque da porsi una domanda. Posto che ad avere l’interdetto religioso a cibarsi della carne di maiale sono oltre i musulmani anche gli ebrei, risulta forse che nelle precedenti celebrazioni qualcuno, e per prima naturalmente la Curia attuale, si sia mai preoccupato di creare loro qualche imbarazzo servendo per la festa di san Petronio i tortellini tradizionali? Non mi pare. So bene che a Bologna gli ebrei sono una sparuta minoranza mentre la presenza degli islamici è una presenza numerosa.
Ma basta questo a fare la differenza in materia di «accoglienza
»?

La risposta che si dà lascia un po' perplessi, cioè che " piuttosto che fare cristiano il mondo la Chiesa stessa finirà invece per farsi eguale al mondo". Una considerazione che viene dalle pieghe più tradizionalista.

Ma è  così?  

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14 settembre 2019 6 14 /09 /settembre /2019 05:39

L’uomo dotato di ragione ha diritto di sapere 

  • se le sue preghiere e i suoi riti stabiliscono o no un rapporto con una realtà da lui distinta; 
  • se le idee religiose tradizionali di creazione e compimento non sono un’invenzione dell’uomo;
  • se il concetto di Dio non è soltanto una pura proiezione; 
  • se la religione in generale non è, come pensa Freud, soltanto la più forte di tutte le illusioni.

(Hans Kung in "Dio esiste")

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12 settembre 2019 4 12 /09 /settembre /2019 08:37

Oggi mi sono imbattuto in un pessimo esempio di manipolazione della verità, una di quelle che si è ormai soliti denominare fake-news. L'ho trovata nel libro di Stefano Fontana, intitolato "Chiesa gnostica e secolarizzazione, L’antica eresia e la disgregazione della fede", dove il suo tradizionalismo viscerale gli fa scrivere:
 

... Dopo il processo di secolarizzazione si riesce forse a dire che esistono filosofi cristiani, ma non certamente che esistono cristiani filosofi. È come quando nella Chiesa si discuteva se potessero darsi oltre che deputati cattolici anche cattolici deputati.
La differenza tra filosofi cristiani e cristiani filosofi è enorme. Nel primo caso – filosofi cristiani – si vuol significare che prima uno è filosofo e poi… ama l’arte astratta, gioca a poker, va al mare a Rimini, ha studiato ingegneria… è cristiano.
In questi casi, come si vede, il rapporto tra essere cristiani ed essere filosofi è accidentale, ossia può essere ma potrebbe anche non essere e niente cambierebbe.


Da quando in qua per l'uomo l'attività del pensare, cioè il filosofare, è  equivalente a una partita a poker?

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10 agosto 2019 6 10 /08 /agosto /2019 16:12

Recensione di un libro la cui lettura parrebbe doverosa nonostante la notevole mole. Ecco una breve recensione dell'editore.

... cosa accade nella vita delle persone quando una società in cui era praticamente impossibile non credere in Dio diventa una società in cui la fede, anche per il più convinto dei credenti, è solo un'opzione tra le tante?

In questo libro Taylor assume una prospettiva storica e segue lo svilupparsi nel mondo cristiano di quegli aspetti della modernità che chiamiamo secolari. Ciò che descrive, di fatto, non è un'unica trasformazione continua, ma una serie di nuove partenze in cui le vecchie forme di vita religiosa si sono dissolte o inaridite e sono state affiancate da nuove interpretazioni del sacro.

Oggi noi viviamo in un mondo caratterizzato non tanto dall'assenza di religione quanto dal moltiplicarsi delle opzioni religiose e dalla comparsa di nuove forme di spiritualità e irreligiosità cui i singoli gruppi o individui si aggrappano per dare un senso alle proprie vite e forma alle proprie aspirazioni.

(Feltrinelle, 2009, 1072 pag)
 

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9 agosto 2019 5 09 /08 /agosto /2019 08:03

 

Io apprezzo la tradizione, ma non sono un tradizionalista. Nella Chiesa, tuttavia, ci sono persone che giurano solo sul vecchio. 

Ora, «le buone cose antiche» possono essere uno stimolante ma non dovrebbero diventare il modello per eccellenza. Come se Dio, per fare un esempio, fosse stato presente solo al «tempo dei padri» (quello della patristica greca e latina) o nel Medioevo (l’epoca della scolastica, del romanico, del gotico), mentre nelle epoche seguenti, particolarmente in quella della Riforma e dell’illuminismo, non avesse avuto niente da fare.  (Hans Küng, Salviamo la Chiesa, Rizzoli, 2011)

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30 luglio 2019 2 30 /07 /luglio /2019 14:31

Spizzicando qui  e là a volte ci si imbatte in parole che meglio di altre esprimono il tuo pensiero.
Quando suggerii ai miei amici di studiare per meglio capire in cosa credevano, due sante anime (dico sante perché veramente religiose) ebbero due risposte diverse ma simili. 
•    Uno citò le scritture “Dio istruisce anche nel sonno i suoi prediletti”, 
•    l'altra scrisse “benché interessato alla lettura culturale del vangelo - ne preferisco una piacevole risonanza nella mia vita. Sono molto pratico: o il vangelo ci serve per la vita concreta di ogni giorno o... non serve a niente o a ben poco.”
Davanti a queste prese di posizione mi sentii disarmato. Forse potevo condividere la seconda ma non la prima, essa mi ricordava una delle tre tentazioni del deserto.
Ricordo con fastidio la mia esperienza quando, da neo-pensionato, intrapresi gli studi universitari di teologia. Mi sentivo uno dei pochi interessati a quello che si diceva. Non ero li per fare punteggio per un posto da insegnante né ero li costretto, se volevo raggiungere il diaconato. E neppure ero una monaca che si accontentava di una cultura “sufficiente” per insegnare religione al ritorno al proprio paese. Questi erano i miei colleghi.


Ecco perché ho trovato “vero” l'articolo Cari laici, rompiamo il tabù della religione” di Riccardo Chiaberge (scrittore), apparso su “Il fatto quotidiano” nel sett 2010. 
Riporto qui a seguire la parte più significativa dell'articolo:

La verità, a me sembra, è che la religione, per molti laici, è rimasto l’ultimo tabù. La generazione del Sessantotto ha infranto il tabù del sesso imposto da genitori ipocriti e bacchettoni. I figli e nipoti dei sessantottini sono stati allevati in famiglie dove la religione era un argomento proibito o rimosso, proprio come il sesso nelle famiglie degli anni Cinquanta. C’è un bigottismo, un puritanesimo laico, che respinge la problematica religiosa come pura superstizione, come un’eredità medievale, e in tal modo cede interamente il monopolio della spiritualità ai vari monsignor Fisichella e a Comunione e Liberazione.


Se volete, mi unisco al coro, d’ora in poi scrivo soltanto post contro Ratzinger, i preti pedofili, l’oscurantismo antiscientifico della Chiesa e le ingerenze clericali. L’ho già fatto tante volte in passato, nei miei articoli e nei miei libri, e sono pronto a rifarlo. Non mi costa nulla e raccoglierei solo applausi. Ma non sarebbe molto utile, visto che sul Fatto Quotidiano ci sono già numerose voci più autorevoli della mia che portano avanti questa battaglia.


E allora lasciatemi fare il Bastian Contrario. Datemi retta, bisogna rompere il tabù. Se non ci facciamo, anche noi laici e miscredenti, un po’ di cultura religiosa, se ci vergogniamo di entrare in una libreria delle Paoline peggio che in un sexy shop, se non ci sporchiamo le mani sfogliando i loro libri, i loro giornali, se continuiamo a dileggiare chi va in chiesa come un demente da sottoporre a terapia psichiatrica, non saremo mai in grado di contrastare il fondamentalismo. Anzi, faremo il gioco dei vari reverendi Jones. I cristiani e i cattolici, inclusi quelli democratici e liberali che sono più numerosi di quanto si pensi, ci vedranno come dei nemici e si ricompatteranno sotto le bandiere della Cei e di Cielle, o magari dei sindaci leghisti che imbullonano il crocifisso ai muri delle aule, invece di allearsi con noi nella battaglia per un paese più civile e più libero
 

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6 luglio 2019 6 06 /07 /luglio /2019 09:01

Un cattolicesimo con “un universo tascabile” , ossia troppo sicuro della sua dottrina granitica per accorgersi della complessità culturale e sociale in cui abita, oltre che troppo ripiegato sull’intimismo spiritualistico di certe pratiche devozionali per accettare di mettersi alla prova con tale complessità. Insomma, l’oggetto della denuncia è un cattolicesimo “senza carne”. (Mounier)

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19 giugno 2019 3 19 /06 /giugno /2019 06:34

Brano estratto dal libro

di Carlo Maria Martin, Vivere i valori del Vangelo,

(Einaudi, 2009)

 

Riflessioni sul Libro dei Giudici, dedicate a Sua Eccellenza Monsignor Alojzij Šustar, nascono dalla consapevolezza che oggi, forse piú che in altri tempi, il cristiano è chiamato a vivere i valori del Vangelo in ogni situazione umana, per quanto oscura, confusa e difficile, e a vedere con gli occhi della fede in ogni evento, per quanto doloroso e drammatico, la presenza di Dio che guida e conduce la storia.

Una pagina nera nella storia di Israele.

(…) L’epoca dei Giudici può essere qualificata come un periodo di difficile e molteplice transizione: dallo stato nomade a quello sedentario; ma anche da uno stato di anarchia e di iniziativa dei gruppi a quello di una organizzazione comune; e ancora, come un delicato passaggio da una generica percezione di unità spirituale a una convinzione che erano necessarie autorità stabili, riconosciute e accettate. Inoltre ci si stava orientando verso un’embrionale coscienza di popolo destinata a farsi salda e duratura soltanto sotto Samuele, Saul e Davide. La direzione futura era quella di una conquistata indipendenza e libertà.

Ma Israele è per ora un volgo disperso, alla ricerca di un nome; ha, di per sé, un nome sacro, nel quale talora si ritrova, però non riesce a creare una profonda compattezza. E il Libro registra l’alternarsi di sentimenti umani perenni: depressione, paura, sconcerto, divisione e fierezza, ripresa di coraggio, speranza, voglia di unità, tentativi di impegno per realizzarla.

In ogni caso, nonostante le incertezze che permangono sulla redazione di questa opera, essa è per lo storico la sola fonte di informazioni per il confuso e complesso periodo di transizione che va dalla morte di Giosuè all’avvento della monarchia, un periodo di grande importanza nella storia della salvezza. Per l’uomo biblico, invece, dice qualcosa di piú: fin dai testi piú antichi che compongono il Libro, come il bellissimo canto di Debora, può scoprire che il Dio d’Israele è Colui che sostiene il suo popolo nelle ore difficili e buie, è il vero autore della salvezza per mezzo di un liberatore da Lui inviato. Nello stesso tempo si comprende il rischio che incorre Israele ribellandosi a Jahvè.

Le risposte possibili ai problemi del popolo.

Se riflettiamo attentamente, ci accorgiamo che le ipotesi di risposta alla situazione storica dolorosa che Israele viveva erano fondamentalmente due.

La prima – che piú tardi sarà la tentazione del popolo (pensiamo alla nuova scissione in due tronconi dopo il regno di Salomone) – era di conservare il meglio possibile le caratteristiche di indipendenza locale e tribale, salvo mettersi insieme nei casi di gravi minacce e di forza maggiore.

La seconda risposta poteva essere di intraprendere un faticoso cammino verso l’unificazione, un’unificazione che avrebbe comportato anche la centralizzazione del potere e quindi una certa rinuncia a ciò che le si opponeva.

La risposta provvidenziale.

Le due risposte sono le strade storiche che Israele ha percorso con alterne vicende e poi sfociate nella monarchia.

Noi però vogliamo comprendere qual è la risposta provvidenziale che ci offrono i racconti dei Giudici nel Libro omonimo in quanto ispirato da Dio.

Naturalmente non è di tipo puramente politico o organizzativo; in questo senso – l’ho già sottolineato – il Libro ci informa sui giorni difficili in cui si tentava un’azione comune contro i nemici e sui giorni tranquilli in cui ciascuna tribú riprendeva la propria autonomia.

Si tratta di una risposta a livello di interpretazione teologica: le calamità politiche a cui il popolo va ripetutamente incontro sono dovute alla dimenticanza di Dio e della sua alleanza. Ciò che tiene insieme le tribú non è primariamente l’organizzazione politica, bensí i grandi valori comuni, e la loro perdita conduce inevitabilmente alla disunione, al disordine, all’oppressione.

Il Libro dei Giudici, dunque, non fornisce una soluzione politica, anche se descrive un processo politico; esso individua nella situazione religiosa e morale la radice di tutto quanto accade. In proposito, vorrei citare quel brano del capitolo secondo di cui ho richiamato i vv. 11-12 nel primo punto della riflessione

Gli Israeliti abbandonarono il Signore, Dio dei loro padri, che li aveva fatti uscire dal paese d’Egitto e seguirono altri dèi di quei popoli che avevano intorno: si prostrarono davanti a loro e provocarono il Signore, abbandonarono il Signore e servirono Baal e Astarte. Allora si accese l’ira del Signore contro Israele e li mise in mano a razziatori, che li depredarono; li vendette ai nemici che stavano loro intorno ed essi non potevano piú tener testa ai nemici… Gli Israeliti furono ridotti all’estremo. Allora il Signore fece sorgere dei giudici, che li liberavano dalle mani di quelli che li spogliavano. Ma neppure ai giudici davano ascolto, anzi si prostituivano agli altri dèi e si prostravano davanti a loro. Abbandonarono ben presto la via dei loro padri, i quali avevano obbedito ai comandi del Signore: essi non fecero cosí. Quando il Signore suscitava loro dei giudici, il Signore era con il giudice e li liberava dalla mano dei loro nemici durante tutta la vita del giudice; perché il Signore si lasciava commuovere dai loro gemiti sotto il giogo dei loro oppressori. Ma quando il giudice moriva, tornavano a corrompersi piú dei loro padri, seguendo altri dèi per servirli e prostrarsi davanti a loro, non desistendo dalle loro pratiche e dalla loro condotta ostinata (vv. 12-19).

 

Avevo pure ricordato il versetto 7 del capitolo terzo spiegando il modello schematico scandito dalla sequenza: peccato, castigo, pentimento, salvezza. Questa è in sintesi l’interpretazione teologica del Libro: c’è una retribuzione, per la quale anche le vicende politiche sono rette da giudizi di valore e, di conseguenza, esiste uno stretto rapporto tra l’adesione ai valori comuni della tradizione e la capacità del popolo di essere libero e unito.

 

Gli insegnamenti del Libro dei Giudici per un tempo di transizione.

Gli eroi del nostro libro sono radicati in un tempo in cui i costumi erano rozzi e anche le condizioni descritte dal redattore dei racconti sono molto lontane dalle nostre.

Eppure il Libro dei Giudici ci offre qualche lezione generale certamente valida per ogni epoca, specialmente per un tempo di passaggio da un equilibrio di forze tale da creare un’impressione di quasi immobilità a un rimescolamento delle carte che rischia di mettere in pericolo l’equilibrio e la distribuzione armonica dei poteri; mentre non si intravedono con chiarezza i passi che ci attendono e non mancano apprensioni per i valori piú elementari di una vita democratica.

Al di là, delle situazioni temporali e della teologia anticotestamentaria espressa nel Libro, noi vogliamo cogliere gli insegnamenti validi e perenni. Ne indico almeno quattro.

1. Nessun momento, anche se di transizione o di incertezza, di nebbia e di notte, è fuori dal disegno di Dio, è privo di un senso provvidenziale. Ogni epoca è tempo di grazia, è un kairòs che apre alla fiducia nell’esistenza di un cammino di pacificazione per i singoli e per un popolo, per l’insieme dei popoli.

2. Tale cammino provvidenziale va però cercato e scrutato attentamente. Non è infatti il risultato della semplice sommatoria dei fatti presi in se stessi, i quali possono anzi apparire poco sensati o insensati o addirittura assurdi. Il cammino viene invece trovato mediante una costante e seria ricerca dei valori comuni, dei significati profondi dello stare insieme, dei grandi fini dell’azione sociale e politica. Solo tenendo alto e largo l’orizzonte dei valori, si diventa capaci di orientarsi nei momenti di smarrimento.

3. Proprio nei periodi di transizione, la gente è piú sensibile alle grandi proposte e alle impegnative sollecitazioni. Non bisogna perciò cedere alla tentazione di rimandare a un domani piú tranquillo e piú sicuro il richiamo agli ideali umani fondamentali.L’esperienza conferma che nei momenti di transizione sono maggiormente efficaci gli appelli religiosi e morali; non «moralistici o confessionali», ma appelli misurati sulla vastità della crisi e sull’urgenza di scelte e di decisioni coraggiose.

4. Un ultimo insegnamento possiamo ricavarlo dal significato piú profondo e, per cosí dire, piú velato del Libro dei Giudici, Libro che in realtà è stato ben poco utilizzato sia nella predicazione sia nella liturgia. Lo stesso Nuovo Testamento lo cita raramente.

Tuttavia, il capitolo undicesimo della Lettera agli Ebrei ne coglie una lezione di fondo complessiva, là dove esalta l’esemplarità del ruolo della fede nella storia della salvezza. Dopo aver rievocato le grandi figure di Abele, Enoch, Noè, Abramo, Giacobbe, Esaú, Mosè e Raab, l’autore si chiede: «E che dirò ancora? Mi mancherebbe il tempo se volessi narrare di Gedeone, di Barak, di Sansone, di Iefte, di Davide, di Samuele e dei profeti» – personaggi dell’epoca dei Giudici e di quella immediatamente successiva – . «Essi per fede conquistarono regni, esercitarono la giustizia, conseguirono le promesse, chiusero le fauci dei leoni, spensero la violenza del fuoco, scamparono al taglio della spada, trovarono forza nella loro debolezza, divennero forti in guerra, respinsero invasioni di stranieri…» (vv. 32-34).

A me pare di notare, in questa pagina, una differenza e un superamento rispetto all’antico Libro dei Giudici pervaso dalla teoria della retribuzione, dall’idea che le calamità sociali sono dei castighi di Dio dovuti alla rottura dell’alleanza da parte del popolo.

Il capitolo undicesimo della Lettera agli Ebrei afferma che, al di là del principio della retribuzione, la legge fondamentale che può guidare nella storia è la fede. Sappiamo del resto, che la Lettera è indirizzata a comunità giudeo-cristiane disorientate e minacciate di scoraggiamento di fronte a nuove e inimmaginabili difficoltà, per sollecitarle a uscire dallo scoraggiamento e a compiere uno sforzo serio di approfondimento nella fede di Cristo Gesú.

La fede, dunque, è la base della vita: lo è stata nella vita dei Giudici che combattevano allo scopo di liberare il popolo; lo è stata e continua a esserlo nella vita dei santi, dei martiri, dei veri testimoni di Dio, di tutti i fedeli sconosciuti che soffrono per la giustizia.

Questo è un insegnamento molto alto. Il criterio dell’uomo evangelico, del discepolo autentico di Cristo, non è la vittoria storica immediatamente verificabile, bensí lo sguardo verso l’invisibile e la certezza che alla fine la storia sarà giudicata da Dio e noi saremo giudicati sulla nostra sincera adesione a Lui, al di là di ogni successo o insuccesso nel mondo presente.

Si tratta di un atteggiamento assai valido per il tempo che stiamo attraversando. Solo la rettitudine della coscienza e la fede nel Signore della storia pagano fino in fondo e guidano singoli e popoli verso quei cammini di giustizia che non deludono e non verranno mai meno.

Questi insegnamenti tratti dal Libro dei Giudici valgono per ogni tempo, in particolare per i momenti oscuri che stiamo vivendo in Europa. Essi sono di aiuto a tutti, ma in modo speciale ai Vescovi che debbono aiutare le nostre popolazioni europee ad attraversare tempi difficili. Tocca a loro dare criteri evangelici per giudicare i fatti della vita e indicare nella Parola di Dio il riferimento delle coscienze.

 

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21 maggio 2019 2 21 /05 /maggio /2019 09:28
Quando l'età avanza sono tante le domande, ma una sopratutto spaventa, la solitudine del moribondo, quando chi nulla può non ci interessa e chi può tace. Perché? ...

[...] perché Dio taccia nel momento cruciale della morte; o, se parla, ci chiediamo perché non ne captiamo la parola, senza per questo dubitare né della sua esistenza né della sua presenza. 

Il silenzio di Dio può però rimandare ad un’eventualità ancora più fondamentale: l’assenza e, in ultima analisi, la non esistenza di Dio.

 Quel che noi chiamiamo silenzio di Dio sollecita dunque una duplice interrogazione, l’una concernente le ragioni per cui non percepiremmo, nel corso di questa fase ultima, alcuna parola proveniente da Dio, l’altra per chiedersi addirittura se tale assenza non sia segno di non esistenza. 

Così la prova della morte è forse a tal punto totale, anche per il ”credente”, da implicare un confronto con la solitudine radicale ed eventualmente con la prospettiva del nulla. È forse su questa realtà che si fissa l’ultimo sguardo cosciente del vivente. 
(P. De Locht, su Concilium 4/1992)
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25 marzo 2019 1 25 /03 /marzo /2019 07:47

 

Ci sono letture che lasciano il segno. Nelle letture della messa di ieri (24 marzo 2019) ho visto descritto il senso della vita, della vita possibile per ciascuno di noi.

  • Accettare una vita sedentaria, pratica e ritmica come le alluvioni del Nilo. Così era la vita che si viveva e si consumava in Egitto.
  • Oppure affrontare coscientemente la vita di chi non sazio dentro, cerca una terra ricca, grondante latte e miele e, soprattutto, libera. Cerca un senso nel non senso.

 

Una aspettativa, quest’ultima, che rende l’uomo disponibile ad accettare la testimonianza e l’invito di un altro uomo o di una storia. Che si chiamino Abramo o Nicea poco importa, sono uomini che si fanno ambasciatori di un pensiero non loro (… o almeno così asseriscono). Ci vuole coraggio per dare fiducia ad altri uomini, ancor più per accettare di seguirli in un viaggio periglioso. Un viaggio alimentato dalla speranza ma senza le certezze degli stanziali.

 

Paolo spiega ai Corinzi, e quindi a noi, che per gli Ebrei la nuova vita si rivelerà un viaggio avventuroso seppur assistito, ma senza credenziali di sicurezza sulla meta promessa.

Infatti come allora si persero per strada in molti (dice Paolo), così succede ancora oggi per cause naturali o cattiveria umana (narra il vangelo e la cronaca di ogni giorno).

 

Inoltre poiché Dio non lavora a vuoto, a chiunque intraprenda il “viaggio” e, quindi, si posizioni nel recinto protetto viene chiesto conto come al fico, con indulgenza ma viene chiesto un frutto.

 

Una domanda mi resta appesa, quali sono questi fichi che dovremmo produrre?

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Es 3, 1-8. 13-15

1 Cor 10, 1-6. 10-12

Lc 13, 1-9

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Présentation

  • : Blog di Piero Azzena
  • : Questo blog è solo la mia voce, resa libera dall'età. Questo blog è un memo, seppur disinvolto nei tempi e nei modi, dove chioso su argomenti la cui unica caratteristica è l'aver attirato la mia attenzione. Temi esposti man mano che si presentano, senza cura di organicità o apprensione per possibili contraddizioni. Temi portati a nudo, liberi da incrostazioni , franchi e leali.
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