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3 marzo 2020 2 03 /03 /marzo /2020 08:03

All'articolo 36 i padri conciliari del Vaticano Secondo trattano della "legittima autonomia delle realtà terrene", cioè delle scienze, e scrivono:


[...] Se per autonomia delle realtà terrene si vuol dire che le cose create e le stesse società hanno leggi e valori propri, che l'uomo gradatamente deve scoprire, usare e ordinare, allora si tratta di una esigenza d'autonomia legittima: non solamente essa è rivendicata dagli uomini del nostro tempo, ma è anche conforme al volere del Creatore.
Infatti è dalla stessa loro condizione di creature che le cose tutte ricevono la loro propria consistenza, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine; e tutto ciò l'uomo è tenuto a rispettare, riconoscendo le esigenze di metodo proprie di ogni singola scienza o tecnica.
Perciò la ricerca metodica di ogni disciplina, se procede in maniera veramente scientifica e secondo le norme morali [1], non sarà mai in reale contrasto con la fede, perché le realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal medesimo Dio.
Anzi, chi si sforza con umiltà e con perseveranza di scandagliare i segreti della realtà, anche senza prenderne coscienza, viene come condotto dalla mano di Dio, il quale, mantenendo in esistenza tutte le cose, fa che siano quello che sono
.


Parole vere, che faccio integralmente mie salvo una asserzione [1] che non condivido, cioè il riferimento al criterio di non precisate "norme morali". L’averto come il potere dell'indefinito sul definito. Della parola sui fatti. Galileo o non Galileo un vizietto difficile da perdere!
Cioè chi decide se conforme? Chi decide queste regole? Lo Spirito, che fanno assomigliare ad un deus ex machina che parla solo e sempre per bocca di....? 
Se procedono in maniera scientifica che c'entra questa norma di controllo? o ci si affida alla serietà scientifica o si sta pretendendo un governo non necessario e pertanto arbitrario. 


Tuttavia una qualche regola si impone, perché personalmente concordo con il punto successivo del documento,  il 37,  che tratta dell'attività umana corrotta. In esso si legge:


[...] La sacra Scrittura, però, con cui si accorda l'esperienza dei secoli, insegna agli uomini che il progresso umano, che pure è un grande bene dell'uomo, porta con sé una seria tentazione.
Infatti, sconvolto l'ordine dei valori e mescolando il male col bene, gli individui e i gruppi guardano solamente agli interessi propri e non a quelli degli altri; cosi il mondo cessa di essere il campo di una genuina fraternità, mentre invece l'aumento della potenza umana minaccia di distruggere ormai lo stesso genere umano
.
 
 

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14 dicembre 2019 6 14 /12 /dicembre /2019 08:14

Il dio di Gesù 
Secondo Hans Kung, nel suo libro  “Dio esiste?”(capitolo G,III)

... Il fondamento della fede di Israele non sta, originariamente, nella legge, ma nell’alleanza di Dio con il suo popolo: la legge esiste in funzione dell’alleanza di Dio, è grazia del Dio dell’alleanza. Ma con il passar del tempo le leggi casistiche della convivenza e le prescrizioni culturali vennero sempre più equiparate al diritto divino apodittico, quale si era cristallizzato nel Decalogo, e considerate altrettanto importanti per la comprensione di Dio. 
Fu così che nella riorganizzazione della comunità da parte di Esdra, dopo l’esilio babilonese (intorno al 400), si giunse a porre la legge irrigidita a fondamento dei rapporti con Dio, elevandola ad autorità autonoma: norma per l’appartenenza al popolo di Dio, per il compiacimento divino, per il benessere umano

... La legge, che dà la vita al fedele, diventa oggetto di venerazione e di amore e celebrata con inni nei salmi. Ormai non si pensa più a completarla e a modificarla, ma soltanto a interpretarla. E anche quando non la si comprenderà più, si dovrà rimanerle fedeli; si applicherà anche ai nuovi problemi quanto era stato pensato per situazioni diverse.

...No, un tale Dio, che sarebbe il nostro idolo, non è stato predicato da Gesù. Egli non intendeva affatto predicare un nuovo Dio, ma soltanto il Dio di Israele, il creatore e il giudice del mondo. 

… Come molte persone del suo tempo, egli pure vede avvicinarsi la svolta e il giudizio del mondo, il cielo nuovo e la terra nuova, il mondo di Dio, che subentra a questo mondo abbandonato al maligno: il Regno di Dio.  E come il suo precursore Giovanni, dal quale era stato battezzato, di fronte all’imminente Regno di Dio, Gesù predica la conversione. 

La sua predicazione sul giudizio di Dio non può venire eliminata a favore di una predicazione sulla grazia e l’amore di Dio; sono troppi i testi che ne parlano. La situazione è seria: si può anche non incontrare il Regno di Dio.  

Tuttavia ...

...Parlando di Dio e agendo nel suo nome, Gesù rende chiaro ciò che nell’Antico Testamento era ancora vago, rende univoco ciò che là appariva ambiguo. Il suo messaggio della definitiva vicinanza di Dio e del suo regno non si propone certamente di offrire nuove rivelazioni sul suo essere, di offrire cioè un nuovo concetto di Dio. Gesù non riflette affatto sull’essere intimo di Dio, non ha alcun interesse per la speculazione metafisica su Dio in sé. Egli parla di Dio in parabole: non speculando o argomentando, ma narrando.

.... Gesù definisce Dio misericordioso, buono, soltanto buono. 
Ma queste proprietà per lui non sono importanti in quanto predicati oggettivi, bensì in quanto proprietà attive nei confronti dell’uomo e del mondo: quello che Dio è, non in sé o per sé, ma per l’uomo e per il mondo, come egli agisce nei confronti dell’uomo e del mondo. Predicati non di un essere “in sé”, ma del suo rapporto con noi. Infatti soltanto nell’attività di Dio si rivela la sua realtà: nel suo agire nei confronti dell’uomo e del mondo, cosicché ogni volta che si parla di Dio si deve anche parlare dell’uomo.

... Gesù non si eleva dal mondo a Dio mediante ragionamenti. Egli vede piuttosto l’intero mondo nella luce di Dio: una grande parabola che accenna, contemporaneamente, al creatore e al consumatore del mondo. Il mondo viene quindi compreso come era possibile a quel tempo, senza causalità e senza concetti di natura, in modo però che in esso si possa vivere praticamente.
 

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9 novembre 2019 6 09 /11 /novembre /2019 22:20

Non ho ancora letto il libro di Romano Penna (L' ambiente storico-culturale delle origini cristiane. Una documentazione ragionata) ma mi ha impressionato questa recensione trovata su web, è il mio modo di essere cristiano.

 

Questo il brano:

 

Non si può conoscere a fondo il Cristianesimo se non si conoscono la terra, l'aria, l'orizzonte dei suoi primi passi.

 

E quei primi passi il cristianesimo li ha fatti. Non è nato già definito, chiaro, adamantino.

 

Quei passi li ha percorsi prima in Israele da cui ha assorbito anche il DNA, poi in terra greca della cui lingua si serviva per parlare, e infine in terra Romana dal cui governo dipendeva.

 

E' storia che Cristo abbia solo predicato e che gli apostoli non fossero dei grafomani (eccezion fatta per Paolo, che però di Cristo aveva solo sentito parlare, almeno fisicamente) e che tra le parole di chi le pronuncia e la comprensione dell'uditore c'è sempre il filtro della Weltanschauung individuale. Cioè le parole hanno sempre sfumature diverse, individuali, e chi parla non può essere certo che l'altro interpreti esattamente il suo pensiero, o con quali categorie lo segua.

 

Quanto del nostro cristianesimo, quello oggi predicato, quello che ci è richiesto, è frutto di accomodamento, di fusione o di mistura?

 

Che cosa ci hanno raccontato quei signori per 30-50, prima di mettere nero su bianco quello che si ricordavano?

 

Nello specifico penso all'etica filtrata dalla "formalità" ebraica, agli episodi miracolistici molto simili alle attività delle sibille latine, alle statue delle chiese ridotte a riproduzione dell'Olimpo, alle sottili filosofie che valutano con disprezzo il semplicismo, fino a inficiare la validità del ragionamento e reinterpretarlo con un sorriso.

 

Le spiegazioni che poi si dettero sono tante, tra cui lo Spirito Santo. Spiegazioni tutte valide, però cosa si è nascosto dietro quei veli? Che cosa si è conservato del messaggio di Cristo, di quell'uomo nato e morto 2000 anni fa? Che cosa si è aggiunto?

 

R. Penna  "L'ambiente storico culturale delle origini cristiane", ed. Dehoniane, 1984

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16 agosto 2019 5 16 /08 /agosto /2019 09:48



Non credo che la festa della assunzione sia una festa squisitamente Mariana o che, come da comune interpretazione, addirittura alluda ad un concetto femminista cattolico. Io credo che l'insegnamento della liturgia di ieri debba essere incentrato sulla lettura di San Paolo, cioè sul capitolo 15 della prima lettera ai Corinzi. In quel  capitolo Paolo spiega che cosa ci aspetta dopo la morte, cosa ognuno di noi può aspettarsi in base la nostra fede di cristiani.

Noi sardi abbiamo l'abitudine di farci gli auguri di lunga vita in occasione del Ferragosto ("a zent'anni", è l'augurio che ci scambiamo) e così facendo diamo una valenza temporale a questa festa. Personalmente condivido questa significato temporale.

Tre sono i fatti principali della nostra fede: Dio che si fa uomo, Dio che ci redime diventando la nostra porta d'ingresso e, infine, la speranza che si fa concreta di avere un dopo con lui.

La festa dell'assunzione dà concretezza  a questa speranza, ci viene proposta come la prima realizzazione di questo sogno. Non è stato solo Gesù a salire in cielo, a ritornare da dove era venuto, ma già una persona, persona come noi, sarebbe con lui.

Trovo che le altre due letture del giorno siano meno importanti, che siano semplicemente spiegazioni dottrinali alla posizione privilegiata ricosciuta a questa donna a partire dal IV secolo. Con le parole di Luca ci rammenta l'atto centrale per cui fu scelta e l'esemplare sua accettazione del ruolo, mentre con il brano dell'Apocalisse sottolinea in maniera immaginifica l'importanza dell'accadimento cui Maria fu chiamata a partecipare.

Pertanto trovo questa festa non sia tanto per onorare Maria quanto per ravvivare la nostra speranza.

Speranza in un futuro ormai molto offuscato. Mi riferisco in particolare alle teorie che oggi creano dubbi sul futuro che ci attende. Rammento i rilievi del Culmann, sulla nostra dipendenza mentale da Platone piuttosto che della tradizione biblica. E ancora la teoria teologica tra i due tempi, cioè cosa succede tra la morte e la Parusia. Alle teorie scientifiche moderne sul tempo che non esisterebbe o almeno che sia relativo.

Ma per i primi cristiani non era così. L'attesa del giudizio finale, il ritorno di Cristo era la novità insita nella nuova religione. E l'aspettavano da vivi. Ma non arrivò e ancora non arriva. Eppure  che ci sarà la fine del mondo e che ci sarà il Giudizio finale è dogma di fede.

Perciò sorsero tante teorie, e continuano a spuntare e quel sogno si offusco', ma la morte è ancora lì.

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9 giugno 2019 7 09 /06 /giugno /2019 05:31

 

Omelia di Papa Francesco nella Messa in Casa Santa Marta del 13 maggio 2013.

(pubblicata da avvenire.it)

 

 

Lo Spirito Santo è lo sconosciuto della nostra fede

ma è Lui che ci ricorda le cose di Dio

 

È lo Spirito Santo che permette al cristiano

di avere “memoria” della storia e dei doni ricevuti da Dio.

Senza questa grazia, si rischia di scivolare nell’idolatria.

 

 

 

La risposta che San Paolo riceve da un gruppo di discepoli di Efeso, riportata negli Atti degli Apostoli, è sorprendente: “Non abbiamo nemmeno sentito dire che esista uno Spirito Santo”. Papa Francesco inizia l’omelia da quelle parole, dallo stupore suscitato da esse in Paolo, osservando però con realismo che l’inconsapevolezza manifestata dai cristiani di duemila anni fa non è solo “una cosa dei primi tempi”, "lo Spirito Santo - dice - è sempre un po' lo sconosciuto della nostra fede":

 

“Adesso, tanti cristiani non sanno chi sia lo Spirito Santo, come sia lo Spirito Santo.

 E alcune volte si sente: ‘Ma io mi arrangio bene con il Padre e con il Figlio, perché prego il Padre Nostro al Padre, faccio la comunione con il Figlio, ma con lo Spirito Santo non so cosa fare…’.

O ti dicono: ‘Lo Spirito Santo è la colomba, quello che ci dà sette regali’. Ma così il povero Spirito Santo è sempre alla fine e non trova un buon posto nella nostra vita”.

 

Invece, prosegue Papa Francesco, lo Spirito Santo è un “Dio attivo in noi”, un “Dio che fa ricordare”, che “fa svegliare la memoria”. Gesù stesso lo spiega agli Apostoli prima della Pentecoste: lo Spirito che Dio vi invierà in mio nome, assicura, “vi ricorderà tutto quello che ho detto”.

 

Viceversa, per un cristiano si profilerebbe una china pericolosa:

“Un cristiano senza memoria non è un vero cristiano: è un uomo o una donna che prigioniero della congiuntura, del momento; non ha storia. Ne ha, ma non sa come prendere la storia. E’ proprio lo Spirito che gli insegna come prendere la storia. La memoria della storia…

 

Quando nella Lettera agli Ebrei, l’autore dice:

‘Ricordate i vostri padri nella fede’ – memoria;

‘ricordate i primi giorni della vostra fede, come siete stati coraggiosi’ – memoria.

Memoria della nostra vita, della nostra storia, memoria dal momento che abbiamo avuto la grazia di incontrare Gesù;

memoria di tutto quello che Gesù ci ha detto”.

 

“Quella memoria che viene dal cuore, quella è una grazia dello Spirito Santo”, ripete con forza Papa Francesco. 

 

E avere memoria – precisa – significa anche ricordare le proprie miserie, che rendono schiavi, e insieme la grazia di Dio che da quelle miserie redime:

 

“E quando viene un po’ la vanità, e uno crede di essere un po’ il Premio Nobel della Santità, anche la memoria ci fa bene: ‘Ma … ricordati da dove ti ho preso: dalla fine del gregge. Tu eri dietro, nel gregge’. 

 

La memoria è una grazia grande, e quando un cristiano non ha memoria – è duro, questo, ma è la verità – non è cristiano: è idolatra. Perché è davanti ad un Dio che non ha strada, non sa fare strada, e il nostro Dio fa strada con noi, si mischia con noi, cammina con noi. Ci salva. Fa storia con noi. Memoria di tutto quello, e la vita diventa più fruttuosa, con questa grazia della memoria”.

 

Papa Francesco conclude quindi con un invito ai cristiani a chiedere la grazia della memoria per essere, afferma, persone che non dimenticano la strada compiuta, "non dimenticano le grazie della loro vita, non dimenticano il perdono dei peccati, non dimenticano che sono stati schiavi e il Signore li ha salvati”.  

 

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6 dicembre 2018 4 06 /12 /dicembre /2018 11:27

 

La mia è ovviamente una lettura laica, poiché profondamente convinto che "per la composizione dei libri sacri, Dio scelse e si servì di uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità, affinché, agendo egli in essi e per loro mezzo, scrivessero come veri autori” (Vaticano II, Dei Verbum), o come avrebbe detto S. Agostino «Dio voleva farci cristiani, non scienziati».

 

Certo anche questo passo di Vangelo è un racconto ispirato, ma non perciò è stato dettato, o è un fedele resoconto o un selfie, come diremmo oggi. Ho preferito leggerlo come un racconto teatrale impiantato da Luca per trasmetterci il credo che aveva ricevuto, per parteciparci realtà altrimenti invisibili.

 

Ciò premesso, ecco gli insegnamenti di fede che vi ho intravisto:

 

  1. I versetti 1-5 ci danno due notizie: è accaduto veramente ed il nascituro è il profeta atteso.
    1. Gesù è reale, infatti la sua nascita è databile. Gesù è nato quando si tenne il censimento di Cesare Augusto. Oggi dobbiamo dar fiducia agli storici che sanno risalirvi, ma per i suoi contemporanei era un riferimento chiaro e concreto.
    2. La seconda notizia è rivolta ad Israele, Gesù è l’uomo delle profezie, è il messia.

 

Dei due fatti, a noi interessa il primo ma per gli ebrei, era il secondo ad avere importanza. Quando lo chiamavano il Nazareno forse non era proprio per complimento e per Luca, che frequentava i circoli della Giudea, forse significava mettere in dubbio la messianicità di Gesù. I due eventi così congiunti danno modo a Luca di inserire questa nascita, pur nella sua occasionalità, nel filone profetico che l’aveva preceduto. Facendolo nascere in Betlemme è asserire che Gesù è il Messia atteso.

 

  1. Nella stesura dei versetti 6-8 Luca si diletta in forti contrasti. Abbozza il primo presepio, quello che Francesco ci proporrà a partire dal 1200.

 

Alla situazione di disagio di Giuseppe e Maria, che si aggiustano alla bella e meglio, si contrappone la reazione di un “cielo” che si riempie di luce.

Siamo in una situazione simile al Battesimo o alla trasfigurazione o a quando sarà lo stesso Gesù a parlare di coorti celesti davanti a Pilato. Anche allora si squarciò un velo e apparvero realtà non visibili.

Realtà invisibili perché chi ne viene a contatto ha paura. Il “divino” e l’ignoto fanno paura. Qui sono gli angeli a rincuorarli ma poi sarà Gesù ad insegnarci il volto del suo Dio, di un Dio che è padre, che è paterno nei confronti di chi egli ama, cioè di chi fa la sua volontà.

 

  1. I versetti 9-18 ci informano sulle modalità dell’annuncio. Il contenuto del messaggio è chiaro, viene annunciato il dono di Gesù al mondo, ma avviene in tre momenti:
  • Il primo momento è la festa in cielo. La moltitudine dell’esercito celeste che canta, ringrazia Dio. Gloria a Dio. Anche loro sono coinvolti.
  • Il secondo è l’annuncio agli uomini. Tra gli uomini sono scelti dei pastori che, a detta di papa Bergoglio, erano "uomini umili e disprezzati, alcuni dicono briganti" (6.1.2016).

Essi si spaventano per la fantasmagoria dell’evento, ma ne afferrano il messaggio. Sono dei sempliciotti, ma quando i cori celesti si spengono vanno a verificare, credono e danno testimonianza di un fatto che di straordinario ha sol più l’annuncio, almeno in apparenza.

  • Il terzo passaggio sono “gli altri”, i non pastori, quelli che nulla hanno notato. Quelli cui la notizia arriva da derelitti, da disprezzabili.

E’ un passaggio duro da accettare, ma così Luca raffigura chi ci invita alla fede. Siamo sulla linea di Isaia (Is 52) che scrive “Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace…” o quando Luca fa dire ad Abramo “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”.

 

Ho così finito, e vi lascio con i miei più sinceri auguri per un bel Natale di fede.

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26 novembre 2018 1 26 /11 /novembre /2018 07:46

 

Ieri domenica XXXIV si è festeggiato il titolo di Re attribuito a Gesù.

Ma attribuendogli il titolo di Re non lo stiamo offendendo ed allontanandolo da noi?

 

E’ vero che sino a qualche decennio fa era un titolo di pregio ma oggi, di fatto, è solo un titolo come un altro per indicare una persona con carica apicale.  

  

E’ pur vero che reportage televisivi e film ci raccontano di Re, di quelli della storia, defunti ed ormai personaggi di favole. Ma i re di oggi, quelli non democratizzati, li troviamo solo in paesi sottosviluppati dell’Africa o dell’Asia e certo non godono di buona fama, raccontati o come personaggi avidi e sanguinosi o come personaggi da commedia.

 

Dobbiamo renderci conto che i Re “potenti” sono stati resettati dal nostro vivere quotidiano, cioè o li releghiamo nel passato o li sbeffeggiamo. Eppure la Chiesa continua a vestirsi di stracci lisi e parole obsolete. L’effetto? Che tutto questo diventa distanza, teatro.

 

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17 maggio 2018 4 17 /05 /maggio /2018 09:14
 
Domenica è la festa di Pentecoste...
 
e poiché ogni uomo non è solo un cervello da illuminare, ma un "superorganismo" composto da trilioni di cellule esecutori d'un unico progetto, di un'unica sinfonia: la propria vita. 
 
Allora, forse, l'attività dello Spirito non è solo o principalmente di illuminare e guidare (e dico forse perché la terza Persona è la parte più misteriosa di Dio), ma è attività creativa, attività di  trasformazione in un mio diverso modo di esistere, quello iniziato con la resurrezione. 

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10 aprile 2018 2 10 /04 /aprile /2018 06:55

 

La PRO/VERSI (Associazione di Promozione Sociale ETIPUBLICA di Pescara) nel recensire il libri di Oscar Cullmann "Immortalità dell'anima o risurrezione dei morti?" ( Paideia, 1986) scrive:

 

L'idea di immortalità dell'anima è uno dei più grandi equivoci del cristianesimo. Vi è una intrinseca incompatibilità tra la dottrina greca dell'immortalità dell'anima immateriale, che si inscrive nel quadro culturale greco in cui la morte è parte dell'ordine divino del cosmo, e la credenza nella resurrezione del corpo, che è ancorata all'evento della morte e resurrezione del Cristo.

 

Solitamente viene asserita una fondamentale compatibilità tra la dottrina della sopravvivenza dell'anima immateriale e la credenza nella resurrezione del corpo; anzi, la combinazione di immortalità dell'anima e resurrezione del corpo è stata, nella teologica cristiana, la visione standard. Al contrario, Oscar Cullmann sostiene un'intrinseca incompatibilità tra la dottrina della sopravvivenza dell'anima immateriale e la credenza nella resurrezione del corpo.

 

Cullmann, nella prefazione al suo libro, scrive:

il legame stabilito fra la 'risurrezione dei morti' e la credenza nell’'immortalità dell'anima' in realtà non è neppure un legame, ma una rinuncia all'una in favore dell'altra: si è sacrificato al Fedone il capitolo 15 della prima epistola ai Corinzi.

 

Non giova dissimulare questo fatto come si fa oggi tanto spesso, cercando di mettere insieme ciò che in realtà è incompatibile, con questo ragionamento un po' semplicistico: ciò che, nella dottrina cristiana, ci sembra inconciliabile con la credenza nell'immortalità dell'anima, ossia la risurrezione propriamente detta, non sarebbe un'affermazione essenziale per i primi cristiani ma un semplice adattamento alle espressioni mitologiche del pensiero del loro tempo, e l'intenzione profonda che ne forma la sostanza minerebbe anche l'immortalità dell'anima.

 

Bisogna invece riconoscere lealmente che proprio quanto distingue la speranza cristiana dalla credenza greca è il centro stesso della fede del cristianesimo primitivo.

 

 

Ed Enzo Bianchi in un suo ariticolo (apparso lunedì 24 giugno 2013 su www.avvenire.it) scrive:

 

Sembra che la resurrezione della carne, la resurrezione dei nostri corpi, sia l’elemento più strano che la fede cristiana chiede di credere. Non a caso, dalle analisi sociologiche condotte sulla fede degli italiani risulta che, se la maggior parte della popolazione crede in Dio, neanche il 20% crede nella resurrezione della carne.

 

[...] la critica di chi non crede può anche essere feroce: il credere alla resurrezione sarebbe soltanto un artificio per negare la realtà della morte; sarebbe soprattutto, per gli spiriti deboli, un modo di raggiungere nell’aldilà ciò che non hanno saputo essere nell’al di qua; sarebbe una preoccupazione egocentrica, una non accettazione del fatto che nel mondo tutto nasce, cresce e muore. Oppure una forma di rassegnazione, una via per evadere dal duro mestiere di vivere, mettendo la speranza solo nell’aldilà… Queste critiche dovrebbero essere prese sul serio, dovrebbero stimolarci a un esame approfondito della nostra fede e del modo in cui la presentiamo.

 

[...] Ma il fondamento della fede cristiana, più che nelle parole di Gesù, sta nella storia, nell’evento in cui il Padre ha definitivamente e in modo manifesto «costituito Signore e Cristo quel Gesù che era stato condannato e crocifisso» (At 2,36). Seppellito nella tomba la vigilia di Pasqua, il 7 aprile del 30 d.C., Gesù è stato richiamato alla vita eterna da Dio.

Quell’evento della resurrezione non fu la rianimazione di un corpo cadaverico, non fu un ritorno alla vita fisica, ma fu un evento in cui Dio attraverso la potenza dello Spirito santo vinse la morte e trasfigurò il corpo mortale di Gesù in un corpo vivente per l’eternità. Gesù oltrepassò la barriera della morte, il suo corpo morì realmente ma non fu soggetto alla corruzione (cf. At 13,34-37), perché «si alzò», «si svegliò» di tra i morti ed entrò nella vita eterna.

 

[...] la resurrezione di Gesù non significa soltanto che – come per ogni grande personaggio storico – la sua causa continua, che il suo insegnamento non muore, che il suo messaggio è vivente, bensì che lui, la sua intera persona umana, morta in croce e sepolta, è stata resuscitata da Dio a vita gloriosa ed eterna.

 

[...] Scriveva Tertulliano: «Dio ama la carne plasmata dalle sue mani: come potrebbe dunque questa non risorgere dai morti?». Il linguaggio umano è insufficiente, mancante, ma ormai non si può più pensare Dio senza cogliere la nostra umanità risorta e glorificata in lui. Qui dobbiamo accettare di fare silenzio, di non trovare le parole adatte, di metterci una mano davanti alla bocca e non dire di più.

 

Come risorgeremo? Che corpo avremo (cf. 1Cor 15,35)? Le parole di Gesù e degli apostoli ci devono bastare: alla fine dei tempi, quando il Signore Gesù verrà nella sua gloria (cf. Mc 13.26 e par.; Mt 25,31), la sua potenza trasfigurerà i nostri corpi mortali in corpi gloriosi (Fil 3,21). Nulla di ciò che ha costituito la nostra vita, la nostra persona, andrà perduto. Siamo carne nel mondo della vita animale terrestre, siamo corpo come vite individuali: resurrezione della carne indica lo stesso evento nel quale ciò che è corruttibile si rivestirà di incorruttibilità e ciò che è mortale di immortalità (cf. 1Cor 15,51-53). Il nostro corpo mortale è infatti seme del nostro corpo risorto (cf. 1Cor 15,42-44). Saremo un corpo il cui principio vitale non sarà più quello biologico, ma un corpo animato dallo Spirito santo: il corpo del Figlio di Dio!

 

 

 

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1 aprile 2018 7 01 /04 /aprile /2018 06:02

 

La sacralità del potere e la distinzione tra peccato e reato

nella tradizione occidentale

 

Parole conclusive dell'intervento tenuto da Paolo Prodi (Ordinario di Storia moderna all'Università di Bologna) presso l'università di Siena il 3 aprile 2003 in occasione del convegno su "La giustizia nei monoteismi"

 

[...] Come ha detto in modo eccezionale Gabriel Le Bras, un altro dei grandi che sapeva suonare tutt' e due le tastiere del diritto e della storia, nel suo grande piccolo volume La chiesa e il villaggio esiste una caratteristica comune a tutto il paesaggio, a tutti gli agglomerati urbani occidentali: se ci collochiamo in alto, come da un satellite, esse ci appaiono caratterizzate dalla presenza fisica distinta dei luoghi del potere e dei luoghi del sacro: il palazzo del comune, la piazza del mercato e la cattedrale. Ciascuno dei tre poli non può funzionare senza gli altri due ma se essi si confondono la città stessa quale noi l’abbiamo conosciuta nello scorso millennio è destinata a deperire e a morire.

 

Questa configurazione urbanistica è già scomparsa o sta scomparendo nelle grandi metropoli industriali e nelle periferie delle megalopoli. Con questo panorama urbanistico sta scomparendo anche l’altro panorama invisibile di cui abbiamo cercato di parlare, con conseguenze altrettanto e maggiormente importanti. in quanto il diritto ed la morale rappresentano proprio il punto di collegamento tra l’anima e il corpo, tra civitas urbs: non per nulla il problema più tormentato nella discussione politica attuale è divenuto il concetto di “cittadinanza” come espressione dell’appartenenza al corpo politico.

 

La crisi attuale del diritto è parallela alla sua espansione in tutti i settori della vita umana: sotto la spinta delle nuove tecnologie, della globalizzazione, della necessità della difesa dell’ambiente e della privacy, sotto la spinta comunque della sempre maggiore complessità della vita associata: mi sembra che il panorama del diritto assomigli molto a quello delle nostre periferie urbane.

 

Forse è l’ora di abbandonare l’illusione illuministica di risolvere tutti i problemi con un'ulteriore espansione, senza limiti, del diritto positivo, della “norma ad una dimensione” , per regolare tutti gli aspetti della nostra vita quotidiana, i comportamenti un tempo unicamente dipendenti dalle norme morali.

 

D’altra parte sul piano dell’etica appare indubbia la difficoltà attuale delle Chiese ad esprimere norme aventi un valore universale: l’insistenza stessa della Chiesa per l’imposizione delle norme etiche finisce per mettere in secondo piano il problema fondamentale della loro autorità in relazione al perdono del peccato e alla salvezza. Nella stessa riflessione teologica degli ultimi decenni il problema del peccato come offesa unicamente a Dio (e quindi ben distinto dal reato) pare quasi dimenticato.

 

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Présentation

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