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18 marzo 2013 1 18 /03 /marzo /2013 17:32

 

Non solo il voto ai 5 Stelle ha prodotto un turnover sugli scranni delle due camere ma già prima del voto aveva indotto i partiti a un parziale rinnovamento dei candidati. Quindi è iniziato un ricambio che sembrava impossibile, se non per impercettibili passaggi e metodi di cooptazione.

 

Molte delle preoccupazioni si addensano però sulla qualità degli eletti. Anonimi, senza una storia, senza esperienza, si dice. Ma quello che è successo negli ultimi venti anni cosa ha avuto di differente? Lega, Forza Italia, la stessa An, hanno portato alla ribalta perfetti sconosciuti, personale che non aveva fatto nessuna trafila, che non aveva affrontato un percorso di selezione e formazione. Diciamoci la verità né questi né i loro colleghi di lungo corso hanno dato grandi prove nelle proprie esperienze. E' difficile pensare che i nuovi arrivati possano fare di peggio, se non altro porteranno un po' di energie fresche e magari qualche idea in un panorama stantio.

 

… Più di ogni altra cosa, però, si dovrà alla presenza di folte pattuglie grilline, in parlamento come nelle regioni e nei comuni una trasformazione la cui portata non è stata ancora compresa del tutto: la fine del consociativismo. Quel sistema ben oliato di condivisione e compromissione, fatto di scambio di favori, indeterminatezza dei ruoli, spartizioni di appalti e assunzioni, "manovre d'aula" e "leggi mancia", rimborsi gonfiati, fondi per le spese dei gruppi. Insomma il sistema di cui Fiorito, Lusi, Maruccio hanno rappresentato l'epifenomeno ma che è esistito, ed è sopravvissuto agli stessi tre malcapitati, in quanto frutto di una pratica congiunta e unanime.

 

… E se un sindaco, un presidente, un primo ministro volessero davvero svincolarsi dai ricatti di gruppi di potere, troverebbero nella presenza dei nuovi arrivati una leva potente da utilizzare. Dice, però quale senso di responsabilità ha una formazione politica che non offre i propri voti per garantire una maggioranza in un passaggio così difficile per il Paese?

Beh, questa è un'altra storia e forse porla in tali termini non tiene conto di quanto le cose in Italia siano andate oltre la capacità di interpretarle con vecchie categorie

 

 

Grillo e i vuoti che nessuno riempie di Umberto Croppi

Direttore generale della Fondazione Valore Italia

Pubblicato: 18/03/2013 17:00 da HuffPost Italy

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11 gennaio 2013 5 11 /01 /gennaio /2013 11:40
Ieri sera mentre ascoltavo il programma di Santoro, il mio pensiero è corso al film dove Alberto Sordi vestiva i panni del marchese del Grillo. 

“Io sono io e voi siete nessuno”, questa frase è del Marchese Del Grillo. Nel film i popolani sono arrestati mentre  Lui è lasciato libero e anche riverito, pur avendo commesso le stesse cose.

Berlusconi non ha usato queste parole ma, ad un certo punto ha urlato il suo pensiero di fondo “io sono io e voi siete solo comunisti”, cioè siete dei nessuno arsi dall’invidia. Invidia perché ho avuto fortuna, invidia perché ho tanti soldi, perché vivo una vita ricca e, con i soldi, mi permetto tutto.

Se il marchese del Grillo e Berlusconi han ragione allora...

...allora il card. Ruini, e non solo lui, dovrebbe spiegarci e convertirci ad un nuovo senso della vita cristiana.  Cioè, forse vanno cancellate le "beatitudini" dai vangeli.

...allora si sbagliavano i tanti saggi, e non solo Marx, che hanno percorso per qualche giorno la nostra storia parlando di giustizia sociale, di rispetto vicendevole, di senso sociale, di diritti posseduti e diffusi pur non potendoli comprare.
 
Certo l’invidia è brutto vizio, però concludere che l’indigenza non esista, visto che pane e companatico io ce l’ho, è cecità orribile e colpevole. Una regina in Francia con frase simile 200 anni fa ci ha rimesso la testa.

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14 dicembre 2012 5 14 /12 /dicembre /2012 18:09

Non si può seguire la politica senza chiarirsi le idee su alcuni termini che le TV tutte ci propinano ogni giorno.

Non so come son finito sul sito "www.mignottocrazia.it" ma vi ho trovato le scientifiche spiegazioni che qui riporto.

Considerazioni serie in sé (forse...) ma esilaranti nelle trasposizioni "politiche", oggi nuovamente alla nostra attenzione  per l'approssimarsi delle elezioni.

 

La mignotta

Il termine indica 

l’adesione del genere femminile

ad  un modello imperante e globalizzato di donna

fatale fino al grottesco.

 

Le mignotte giammai furono gigli.

Ne son testimonianza i loro figli:

che eran detti di “m(atris) ignotae”.

 

Il matriarcato e la mignottocrazia

 son aspetti estremi

di una possibile “ginecocrazia”.

 

Però ... 

Mignotta è un termine che non è sinonimo di puttana. 

La scelta del termine “mignotta” è dovuta al fatto  che “mignotta”suscita anche una certa simpatia.

Mignotta, pur definendo un donna che ha a che fare col sesso, non è solo un dispregiativo. Una mignotta col suo atteggiamento può ottenere molti vantaggi, dei gioielli o dei bei vestiti, fino a una boutique e a una vita brillante: può avere in suo potere un uomo che detiene il potere, ma almeno (fino a non molto tempo fa) il potere non poteva averlo direttamente lei. 

Una bella donna (un po’ mignotta) può sì far carriera con la velocità di una lampo, spinta dal suo “sponsor”: ma questo accade in prevalenza nel mondo artistico (nel cinema, in televisione, ecc.) 

Il termine però mignottocrazia è stato usato nel 2009  per indicare la possibilità che delle donne avvenenti, grazie alla bellezza e alla disponibilità, possano aver ottenuto importanti cariche politiche.

Anche se si è convinti che sbottonandosi in maniera oculata, si può entrare subito nella stanza dei bottoni, quella che i soliti invidiosi chiamano ormai la stanza delle battone, è sicuramente un’esagerazione che sollecita pericolose generalizzazioni qualunquiste.

Si sarebbe solo allungata la lista dei possibili vantaggi, ma non c’è in questo nessuna novità sostanziale,tanto da far parlare,seppure in modo ironico di mignottocrazia.

 

Poi ci sono i termini derivati

Lavorando intorno al tema dello stile mignottesco prevalente nella società di oggi, un tema che possiede grosse implicazioni sociologiche e psicologiche, Claudio Ciaravolo ha distinto tre concetti fondamentali: la mignotteria, la mignottizazione e la mignottocrazia. 

La “mignotteria” è l’uso indiscriminato e oltranzistico della seduzione in ogni aspetto della vita: un atteggiamento ad alto tasso di erotizzazione che, rinforzato dai media, conduce alla “mignottizzazione” della società civile.

La “mignottocrazia” è il potere assoluto che il modello di donna mignottizata  possiede, ed esercita, in questo particolare momento storico. 


 

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31 maggio 2012 4 31 /05 /maggio /2012 15:11

 

Benzina e tasse. Paghiamo ancora per la guerra di Abissinia e altro


Mentre il prezzo della benzina vola abbondantemente sopra 1,4 euro al litro, e' utile richiamare alla memoria come si e' andato formando il prezzo nel corso dei decenni, per quel che attiene alle accise (imposte).  

 

Nel prezzo della benzina e' compreso anche il costo per la guerra in Abissinia. Incredibile? No, e' proprio cosi' e non solo.

 

Riportiamo qui sotto tutti gli eventi che hanno determinato un aumento delle accise sulla benzina.  

* 1,90 lire per la guerra di Abissinia del 1935; 
* 14 lire per la crisi di Suez del 1956;
* 10 lire per il disastro del Vajont del 1963; 
* 10 lire per l'alluvione di Firenze del 1966; 
* 10 lire per il terremoto del Belice del 1968; 
* 99 lire per il terremoto del Friuli del 1976; 
* 75 lire per il terremoto dell'Irpinia del 1980; 
* 205 lire per la missione in Libano del 1983;
* 22 lire per la missione in Bosnia del 1996;
* 39 lire (0,020 euro) per il rinnovo del contratto degli autoferrotranviari del 2004.

Il tutto per 486 lire, cioe' 0,25 euro.

 

Naturalmente la motivazione si e' persa, perche' l'aumento e' stato assorbito come entrata ordinaria

 

In un Paese civile al cessare della causa che determina una tassa cessa la tassa stessa. In Italia non e' cosi'. Inoltre i valori riportati non sono comprensivi di IVA, questo vuol dire che ad una imposta, l'accisa, che in sostanza e' una tassa, si e' applica l'IVA, cioe' una tassa sulla tassa.

 

Da non credere! Si parla tanto di riforma fiscale. Questo sarebbe un tema che interessa tutti gli italiani.

 

Primo Mastrantoni, segretario Aduc*
Associazione per i diritti degli utenti e consumatori

07 Apr 2010

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15 febbraio 2012 3 15 /02 /febbraio /2012 18:03

 

Ho letto molti giornali... e non ho ancora finito, ma sono deluso, molto deluso.

 

Certo rilevo critiche aspre in tutti i giornali, di ogni corrente politica o di pensiero. E da questo ne deduco che Celentano sta sulle “palle” a molti, ma non avverto vere risposte. É come se si dicesse che certe idee possono essere pensate ma non debbono pronunciarsi.

 

Ma è mai possibile che nessun giornalista si periti di rispondere all'uomo Celentano, considerandolo non un cretino ma la punta d'un iceberg, di una corrente di pensiero sul ruolo dei cristiani nella società, nella scienza e nell'economia?

 

Sono classiche le accuse ai cristiani di tralasciare “le cose della terra” per pensare al cielo oppure le accuse di ingerenze “nelle cose terrene”, tipo Galileo o le bizantineggianti divisioni tra cristiani o le poco edificanti politiche Vaticane di questi giorni.

 

Ma non è questo l'anticlericalismo insito nella frase di Celentano. Celentano si è arrogata l'autorità di decidere come la Chiesa possa e debba predicare. Poiché i giornali cattolici non sfornano teorie da confrontare con altre religioni o altre filosofie o scienze moderne sono “inutili”?

 

Il cristianesimo non è una scuola filosofica con delle teorie e sillogismi forti in deduzione o induzione o in brillanti associazioni. Il cristianesimo è vita, è vivere in un certo modo, è vivere il discorso della montagna durante il lungo e banale scorrere di tutti i giorni.

E' stato detto non uccidere, ma io vi dico... e descrive il come deve vivere quest'aspetto il cristiano.

E' stato detto non commettere adulterio, ma io vi dico... e descrive il come

E' stato detto non non giurare, ma io vi dico... e descrive il come

E' stato detto “occhio per occhio, dente per dente” ma io vi dico... e descrive il come.

E il tutto fatto nel segreto, senz'altro scopo che piacere a un Dio “che vede nel segreto”.

 

A Celentano bisogna dirgli quello che non sa, o non vuole sapere, che c'è un altro modo di insegnare:“l'esempio”, che la vita non è un talk-show, che l'esempio è la vera parola, l'unica che lascia il segno. 

Cristo non ha scritto, ma è Dio che nasce uomo, che vive da uomo silenzioso per 30 anni, che muore da dannato, che risorge, e così sappiamo cosa c'è dopo  la morte. 


 Le "inutili" riviste da lui citate pongono in evidenza gli "esempi", parlano con gli "esempi", o almeno così vorrebbero e dovrebbero fare. 

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3 febbraio 2012 5 03 /02 /febbraio /2012 10:12
Le balle sul posto fisso
 
Cara Gea
leggi con me l'articolo di Nicola Porro che è apparso su il Giornale di oggi 3-feb-2012.

Il concetto di fondo, che condivido fin a presentarlo su questo blog, è il concetto di lavoro. Il lavoro inteso non solo come diritto, ma prioritariamente e soprattutto come dovere.  

 

Perché non si dice mai con chiarezza che lavorare è un dovere?

Forse perché, e solo allora, si avrà anche la risposta all'altra domanda: quale lavoro? E la risposta sarebbe "qualsiasi".

 

Sono contrario all'abolizione dell'articolo 18, in sua assenza ho visto il lavoro trasformarsi in schiavitù, una schiavitù basata sul ricatto. Però non dobbiamo neanche scordare che se non si vende, produrre è dannoso.

 

Il corpo è unico. Troppe prepotenze!  Il lavoro, il tempo dedicato al lavoro, cioè la vita, senza  un giusto equilibrio tra testa e braccia, è infernale.  

  
Dal diritto all'impiego alla conservazione del posto a tutti i costi: sono 50 anni che le nostre scelte si basano su presupposti errati
Articolo di Nicola Porro, apparso su "il Giornale" del 3 feb 2012

Se c’è una cosa con cui non si creano posti di lavoro sono le balle. E la politica economica ne ha raccontate a non finire. Ecco perché Mario Monti ha fatto bene, benissimo a spendere un po’ del suo consenso dicendo la verità: ragazzi scordatevi il posto fisso.

Un altro professore, con un tono se vogliamo un po’ da maestrino, disse anni fa una cosa piuttosto simile: i trentenni che belli e pasciuti sono ancora a casa con i loro genitori sono dei bamboccioni.

Prima colossale balla: il lavoro è un diritto. Certo c’è la Costituzione, ci sono decenni di sociologia e di «buonismo alla cioè». Il lavoro è piuttosto un dovere. Un dovere che si conquista, che ci completa e che ci permette di vivere. Ma l’idea che il lavoro sia dovuto (e poi da chi?) è l’utopia di una società pianificata e dunque povera. Ci sono i diritti sul lavoro. È ovvio. Il lavoro non si crea dal nulla. Lo forniamo a delle imprese, che grazie al nostro lavoro prosperano. Se bastoniamo le imprese, il lavoro semplicemente scompare. In effetti esiste un lavoro che non è legato all’efficienza del mercato: è quello pubblico. Più di 3,5 milioni di dipendenti pubblici, anche se spesso lo dimenticano, sono al servizio dei contribuenti che li remunerano. Ma il rapporto tra committente (noi) e dipendenti (pubblici) si è talmente scollegato che non vi è più alcuna sana relazione tra i primi e i secondi. D’altronde essendo la remunerazione (non il posto in sé, che è fisso) legata a decisioni pubbliche e politiche diventa inevitabile la nostra irrilevanza come cittadini nel determinare l’efficienza della macchina lavorativa.

Seconda balla: senza posto fisso non esiste un futuro. È esatto il contrario. Da circa vent’anni l’impresa italiana è allergica al posto fisso. Per il semplice motivo che l’impresa italiana non ha essa stessa alcuna garanzia di poter continuare ad operare nel tempo. Le imprese non sono eterne. La capacità degli imprenditori che sono sul mercato non è solo quella di vendere prodotti apprezzati con guadagno, ma soprattutto quella di riuscire a farlo per un periodo lungo. Siamo sicuri che Apple tra vent’anni sarà di successo come oggi? Ce lo auguriamo, ma non è certo. Erano forse sicuri i finlandesi che la loro Nokia avrebbe continuato in eterno ad essere leader dei telefonini? Forse sì, ma avrebbero sbagliato. Per farla breve: le imprese nascono e muoiono, prosperano e vanno in crisi, a tassi molto più rapidi che nel passato. Immaginare di poter legare la propria fortuna lavorativa a una sola impresa è oggi materia per folli. Quando mio figlio scambiò un’impresa per la pubblica amministrazione, parafrasando Oliver Sacks. Trattasi di medesima malattia mentale che deforma le percezioni della realtà.

Terza balla: la mancanza di prospettiva lavorativa brucia la nostra gioventù. Siamo tutti preoccupati per i nostri figli senza lavoro. Trattasi, per carità, di un bel problema. Ma in Italia lavorano in pochi. Abbiamo il tasso di occupazione più basso d’Europa. Se dovessimo fare come gli altri, dovremmo avere la bellezza di sette milioni di occupati in più (su circa 23 che già lavorano). In Italia lavorano in pochi e si lavora poco. I giovani avranno i loro bei problemi. Ma i cinquantenni le cui imprese sono fallite? I cinque milioni di paria-subordinati che lo stato tassa come se fossero Rockerduck e che obbliga ad accantonare contributi per pensioni che non avranno mai? Insomma ci innamoriamo sempre di un’idea politicamente corretta: la donne che non lavorano, i giovani costretti a casa. Tutto vero. Ma in questo paese la fascia di coloro che non hanno un’occupazione è perfettamente trasversale. Se si utilizzassero le curve del benessere di Rawls (un pericoloso progressista) si potrebbe anzi dire che a soffrire maggiormente della mancanza di lavoro sono i maschi, in età adulta e capofamiglia: sono coloro che hanno più da perdere senza il lavoro.

Quarta balla, che piace molto al sindacato. Toccare l’articolo 18 et similia non migliora la situazione, abbassa per tutti l’asticella dei diritti. L’idea, di chi non ha mai lavorato, è che il lavoro e l’economia si reggano su decisioni pubbliche. Stabilisco che detta fabbrica (Termini Imerese per dirne una) debba continuare a produrre le auto nonostante l’azienda la voglia chiudere. Stabilisco che talaltro imprenditore non possa spostare la sua produzione in paesi confinanti con un decreto legge. L’idea, insomma, che lo Stato conservi i posti di lavoro per conto di terzi.

Più che la via per la schiavitù, questa è la strada adottata negli ultimi cinquant’anni per portare sull’orlo del fallimento il nostro paese. La politica industriale, in poche parole, è una grande fregnaccia: è lo strumento con il quale la politica maschera la propria volontà di controllo sul mercato, attraverso una locuzione forbita. Sia chiaro lo Stato è indispensabile. Alcune scelte strategiche si debbono fare (mettersi nelle condizioni di avere energia a bassi prezzi è una di queste), ma ritenere che a Roma qualcuno possa azzeccare la futura evoluzione del mercato meglio degli imprenditori stessi è pura follia.

Ha ragione Monti: il posto fisso è morto. Purtroppo non si può dire altrettanto della nostre politiche economiche che sono fisse da cinquant’anni.

twitter @nicolaporro

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30 settembre 2011 5 30 /09 /settembre /2011 08:59


 

Silvio: ♪fa ♪re ♪sol ♪do ♪fa ♪re ♪sol ♪do

I ministri: ♪mi ♪fa ♪fa ♪re ♪sol ♪do ♪mi ♪fa ♪fa ♪re ♪sol ♪do

Le ministre: ♪si ♪la ♪do ♪si ♪la ♪do ♪si ♪la ♪do

Il giudice: ♪si ♪fa ♪la minore ♪si ♪fa ♪la minore

 

 

Cara Gea

non dirmi che non avevi mai sentito questa canzone...

 

Al di là degli schieramenti, questa è oggettivamente un capolavoro di fantasia, pertanto ringrazio Francesco che me l'ha girata e l'ignoto autore.

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28 settembre 2011 3 28 /09 /settembre /2011 08:34

27 settembre 2011


Ieri sera il talk-show politico m'aveva divertito. Mi piace ascoltarli perché sono meglio della "Settimana enigmistica". Infatti l'inglese "talks-how" si tradurrebbe in italiano con "spettacolo di conversazione" o "programma di parole". Aggiungerei che sono tecniche sofistiche, spesso soprafine, da applauso.

 

Però qualcosa non avevo capito, pertanto, dopo aver spento la TV, son ricorso alle  Enciclopedie per chiarirmi il significato dei tre concetti più gettonati: Presidente del consiglio, Amministratore delegato, Padrone aziendale.

 

Ecco integralmente cosa riporta la Treccani, enciclopedia di peso nel panorama italiano, e Wikipedia, la più diffusa enciclopedia presente sull'web.

 

Per Presidente del consiglio si intende:

 A differenza di altri ordinamenti costituzionali europei, quello italiano non assegna al capo del governo un ruolo preminente rispetto agli altri ministri, riservando al Consiglio dei ministri tutte le attribuzioni più rilevanti del potere esecutivo.

In questa esaltazione del principio della collegialità, che fa del presidente del Consiglio un mero primus inter pares, si può scorgere una esplicita presa di distanza dall’esperienza costituzionale fascista, che aveva posto la figura del capo del governo al centro dell’intera architettura istituzionale (con le cosiddette leggi fascistissime: l. 2263/1925; l. 100/1926).

(da Enciclopedia Treccani online, alla voce "consiglio dei ministri")

 

Per Amministratore delegato si intende: 

L'Amministratore delegato (Ad) è un componente del consiglio di amministrazione di una  società per azioni o altra azienda organizzata in modo analogo, al quale il consiglio stesso ha delegato propri poteri. In Italia il titolo è solitamente attribuito al membro del consiglio di amministrazione posto al vertice del management aziendale, il cosiddetto capo azienda (a volte si distingue l'amministratore delegato così inteso dal consigliere delegato, membro del consiglio con una delega limitata, ad esempio ad una determinata funzione aziendale ).

 (da Wikipedia, alla voce amministratore delegato)

 

Per Padrone aziendale si intende:

 b. Chi ha alle proprie dipendenze, a servizio presso di sé, lavoratori retribuiti (sinon. quindi di datore di lavoro, il cui uso viene limitato al linguaggio giur. e tecn.): pdi bottega, il principale; andare a p., non com., a servizio; cercare p., cercare lavoro; cambiare p.; essere a p., o sotto p., alle dipendenze di qualcuno; essere senza p., essere disoccupato; non avere p., essere libero; nessuno può servire due p., nota frase del Vangelo (Matteo 6, 24: nemo potest duobus dominis servire; e poco diversamente inLuca 16, 13: nemo servus potest ecc. «nessun servo può ecc.»), che viene ripetuta come ammonimento a essere onesti in modo intransigente e fuggire ogni comportamento ambiguo. Nel linguaggio politico e sindacale il termine è stato usato spesso in senso polemico: gli operai sono scesi in sciopero contro le pretese dei p.; i lavoratori si sono ribellati allo sfruttamento da parte del p.; sono finiti i tempi in cui il pfaceva quello che volevachi decide cosa insegnare? chi ha interesse a non dare certe informazioni? Il p., la borghesia (Dario Fo). 

 c. Con questo, e con il precedente sign., è frequente (e in passato anche più) come appellativo e vocativo da parte di dipendenti: io non posso deciderebisogna parlare col padronesentap.avrei bisogno d’un suo consiglio ...; e seguito dal nome, nella forma tronca padron, come appellativo di rispetto limitato ad alcune regioni (analogo all’uso più generalizzato di signore): padron ’Ntoni (Verga); padron Lazzaro (Bacchelli). È stato anche, in passato (oggi soltanto in frasi iron. o scherz.), titolo complimentoso: padron mio riverito; e nello stile epistolare: padron mio colendissimo

(da Enciclopedia Treccani online, alla voce "PADRONE")

 

Potrei fare tanti commenti, ma mi limito ad uno solo, noi abbiamo un presidente del consiglio o un amministratore delegato o un padrone?

 

La domanda oggi, a sentir i talk show e non solo, ha una sua valenza e si traduce in considerazioni imbarazzanti.

 

 

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10 febbraio 2011 4 10 /02 /febbraio /2011 08:51

 

Un adultero

- della classe bassa e' uno scostumato

- della classe media e' un licenzioso

-  della classe alta e' un playboy

- della classe politica... voi siete guardoni. 

 

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9 febbraio 2011 3 09 /02 /febbraio /2011 12:14

La lingua italiana pone una distinzione tra liberalismo e liberismo: mentre il primo è una teorizzazione politica, il secondo è una dottrina economica che teorizza il disimpegno dello Stato dall'economia: perciò un'economia liberista pura è un'economia di mercato non temperata da interventi esterni. (da wikipedia)

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Présentation

  • : Blog di Piero Azzena
  • : Questo blog è solo la mia voce, resa libera dall'età. Questo blog è un memo, seppur disinvolto nei tempi e nei modi, dove chioso su argomenti la cui unica caratteristica è l'aver attirato la mia attenzione. Temi esposti man mano che si presentano, senza cura di organicità o apprensione per possibili contraddizioni. Temi portati a nudo, liberi da incrostazioni , franchi e leali.
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