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10 luglio 2013 3 10 /07 /luglio /2013 11:02

 

... è del tutto inutile stare qui a strologare se Berlusconi sia o no perseguitato dai giudici, perché per ogni evidenza che si volesse portare a sostegno di questa tesi, si aprirebbe il coro di chi è pronto a dimostrare il contrario. E sarà così finchè Berlusconi sarà in campo.

 

Per questo mi permetto di suggerire al Cav. una mossa paradossale: anticipi i giudici in velocità, li fulmini sul tempo dimettendosi da ogni incarico, seggio da senatore compreso, e promettendo solennemente, di non candidarsi mai più a nulla. Non c'è ritorsione peggiore che Berlusconi possa fare a quelli che considera i suoi più tenaci persecutori. Fintanto che Berlusconi è in politica infatti, la magistratura italiana e il suo strapotere assoluto, sono intoccabili: ci sarà sempre qualcuno cha anche alla riforma più mite e di buon senso, dirà: "altolà conviene a Berlusconi".

 

Sia che si voglia ridurre la progressione degli stipendi degli ermellini, o che si vogliano modificare le regole dei concorsi, o le procedure disciplinari (per non parlare della separazione delle carriere o dell'obbligatorietà dell'azione penale) i magistrati potranno sempre trincerarsi dietro la loro intoccabile Autonomia messa a repentaglio dalle mire del Caimano. Poiché invece è tempo che la Magistratura subisca una riforma radicale, come è accaduto bene o male a ogni altro settore del vivere civile - dalla Chiesa, alle Forze Armate, ai partiti, alla politica - è necessario che l'alibi Berlusconi venga meno.

Giancarlo Loquenzi, Berlusconi si deve dimettere (ma non per quello che pensate voi)

 Pubblicato: 10/07/2013 su Huffingtonpost

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9 luglio 2013 2 09 /07 /luglio /2013 06:47

Da: Il Fatto Quotidiano del 9 luglio 2013

 Bersani e il M5S, quando i folli dicono la verità

di Peter Gomez 

 

Undici anni dopo la straordinaria performace parlamentare di Luciano Violante sulla (mancata) legge sul conflitto d’interessi, l’ex segretario del Pd, Pierluigi Bersani, decide di fare di più e di meglio. Verosimilmente invidioso del successo – in numero di visualizzazioni su youtube – ottenuto dall’ex presidente della Camera con il discorso in cui rivelava come nel 1994 fu data “garanzia piena” a Silvio Berlusconi “che non gli sarebbero state toccate le televisioni”, Bersani scuote i già fragili nervi dell’elettorato del Pd con un nuovo retroscena. Il motivo per cui dopo aver giurato decine di volte “mai al governo con Berlusconi” il suo partito si è ritrovato al governo con Berlusconi.

 

“Mica io volevo fare l’alleanza con Grillo, sono mica matto” dice candido l’ex segretario alla Festa de L’Unità di Cremona prima di aggiungere che lui con il M55 può discutere di tutto, tranne che di una questione: la democrazia. Perché “non esiste la possibilità che ci siano movimenti o partiti dove comanda uno solo”.

 

Un’affermazione per molti versi condivisibile che però apre la porta ai sospetti: forse Bersani è davvero matto ma, come spesso accade in questi casi, non lo sa.

 

Intendiamoci: qui il problema non sono gli attacchi dell’ex segretario al Movimento. In una democrazia la concorrenza tra partiti è (o almeno dovrebbe essere) un fatto normale. E sulle questioni interne ai 5 Stelle ciascuno è poi libero di pensarla come gli pare. Anche perché pure noi crediamo che episodi come l’espulsione della senatrice Adele Gambaro, di fatto colpevole del reato dal sapore sovietico di critica al Capo, peseranno a lungo sulla credibilità dei M5S.

 

La questione importante è invece un’altra: in Italia il partito più personale di tutti è, indiscutibilmente, quello del Cavaliere. Ovvero quello con cui il Pd ha ritenuto giusto e conveniente non solo rieleggere Giorgio Napolitano presidente della Repubblica e andare al governo, ma persino tentare di riscrivere quella cosa da nulla che è la Costituzione.

 

Ecco allora che qualcosa non torna: dopo aver pareggiato le elezioni, Bersani ai 5 Stelle chiede solo l’appoggio esterno per il voto di fiducia, non propone governi che abbiano premier diversi da se stesso e dice di no quando si tratta di portare Stefano Rodotà al Colle. Al Pdl invece finisce per dir di sì su tutto, dopo aver candidato Franco Marini al Quirinale, proprio per poter raccogliere i voti dei berlusconiani.

 

 

Insomma, al netto degli errori del M5S (un nome esterno ai partiti per Palazzo Chigi avrebbero dovuto farlo loro), riascoltando Bersani almeno un sospetto rischia di diventare certezza: c’è stato del metodo in quella follia.

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7 luglio 2013 7 07 /07 /luglio /2013 10:52

 

pt c130706

 

nel PDL


tutti e sempre corrono dove


il capo chiede o che solo desidera,

 

****

 

nel PD


c'è sempre un chiarimento da fare,


... e nessuno si muove mai.

 

 


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4 luglio 2013 4 04 /07 /luglio /2013 06:12

Se Berlusconi fosse stato meno interessato ai fatti propri, meno egoista ed egocentrico, ecco il settore della giustiza che andava regolato, altro che i PM, come ci ha sempre raccontato. 

 

 

Province salve e Italia paralizzata 

 

Ne siamo certi: la Corte costituzionale avrà avuto le sue buone ragioni. Non per nulla molti davano per scontata la bocciatura sia della riforma delle Province contenuta nel decreto salva Italia, sia del successivo più morbido tentativo di riordino con l'accorpamento di alcuni enti. La Consulta ha ritenuto illegittimo il ricorso al decreto legge per interventi di tale portata, visto che quello strumento dovrebbe essere limitato ai casi di straordinaria necessità e urgenza.

 

Per avere una più completa conoscenza delle motivazioni bisognerà aspettare il deposito della sentenza. Certo, una riforma come l'abolizione delle Province, che doveva essere fatta più di 40 anni fa contestualmente alla nascita delle Regioni, non poteva essere ritenuta tanto impellente da giustificare un decreto. Anche se forse sarebbe il caso di ricordare il contesto in cui il decreto salva Italia vide la luce. C'era appunto, da salvare il Paese che in quel momento si trovava in una situazione così difficile da dover affidare il proprio destino a un governo tecnico, con la necessità di prendere nel giro di poche ore provvedimenti in grado di placare i mercati resi pazzi dalle furiose spallate della speculazione internazionale. Di più. Rimettere in carreggiata l'Italia era un passaggio cruciale per la sopravvivenza stessa della moneta unica, tanto erano drammatici i toni della lettera che il 5 agosto del 2011 arrivò all'Italia dalla Banca centrale europea. 

 

Con suggerimenti di misure durissime da adottare immediatamente, e fra queste si citava proprio l'abolizione delle Province, sempre promessa da tutti i partiti ma mai realizzata. Alla luce dei fatti, quella riforma poteva essere o meno considerata urgente? Al di là del merito, comunque, la sentenza della Corte costituzionale conferma se ce ne fosse stato ancora il bisogno che l'Italia è un Paese in preda a una totale paralisi. Non c'è decisione che non corra il rischio di finire sotto la tagliola della Consulta, del Tar o del Consiglio di Stato. Può capitare indifferentemente alla riforma delle Province, come alla vendita di un immobile dell'Inps, o alla costruzione di un elettrodotto, oppure alla delibera di un'authority, quando non al licenziamento di un dipendente pubblico corrotto.

È successo perfino al taglio del 10 per cento degli stipendi dei magistrati, cassato dalla suprema Corte perché ledeva l'indipendenza dei giudici, Colpa di una legge scritta male, di una sciatteria burocratica, di un errore formale. Talvolta addirittura di una fantasiosa interpretazione delle norme. Una giustificazione c'è sempre. Fatto sta che non abbiamo più alcuna certezza: inutile lamentarsi del tempo biblico per fare un'opera pubblica, degli anni che necessari a risolvere un contenzioso, degli investimenti esteri sempre più impalpabili. Così non si va da nessuna parte. Ed è bene esserne tutti coscienti, giudici compresi.

 

Sergio Rizzo 4 luglio 2013 | Corriere della sera on line

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28 giugno 2013 5 28 /06 /giugno /2013 17:18

Memo dal web

Bando alla netiquette, chiamiamo con l’unico nome possibile – ricatto – il dare-avere di Berlusconi e del Pdl sulla giustizia. “Pacificazione”  e appoggio pieno al governo in cambio di assoluzioni. In caso contrario, se arrivano, come per Mediaset e Ruby delle condanne, minacce di far saltare il tavolo e sopratutto di mettere mano alla riforma della giustizia.

Come la chiamereste voi questa roba qui se non ricatto? Di mezzo, nei momenti dello scontro più duro e come sta avvenendo anche in queste ore, viene tirato di mezzo pure Napolitano, il cui nome è evocato a mezza bocca lasciando intendere che sia l’autore di promesse indicibili al Cavaliere del tipo “tu sostieni il governo, vedrai poi che i giudici ti assolveranno”. Baratto impensabile, soprattutto conoscendo il rigore dell’attuale capo dello Stato.

A Milano i magistrati hanno fatto il loro dovere. I pm hanno indagato senza dire una parola e senza strafare. I giudici hanno emesso una sentenza che motiveranno tra alcuni mesi.

Ma il corso regolare della giustizia è inaccettabile per il Cavaliere e per la sua corte. La rivolta è immediata e inevitabile. Il giorno dopo insistono. Sbandierano la riforma come una sorta di arma letale. Non cambiano mai atteggiamento da vent’anni. Modificare le regole  della giustizia non serve, nella loro ottica, per migliorare la macchina, ma per bloccarla, per infilarci dei sassolini che la fermino per sempre.

Per questo il Pdl occhieggia ai referendum dei Radicali sulla separazione delle carriere e sulla responsabilità civile dei giudici. Sono i due temi usati da sempre per intimidire le toghe. Ci hanno provato con l’ordinamento giudiziario dell’ex Guardasigilli leghista Roberto Castelli, ci proveranno di nuovo. Succede lo stesso con l’amnistia, legge di clemenza che nelle mani del Pdl si sporca fino a diventare solo un colpo di spugna.

Purtroppo tutto già tristemente visto. A ogni condanna.

 

articolo di Liala Milella ,"Il ricatto di Silvio", 

da "la reppublica" on line del 28.6.2013 

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28 giugno 2013 5 28 /06 /giugno /2013 05:42

Spulciando sul WEB

 

La politica a chilometro zero

Pubblicato il 27 giugno 2013 da Luca Soffri su Wittgenstein 


Oggi Michele Ainis si dedica in prima pagina del Corriere della Sera a una riflessione sull’attitudine italiana a cercare ed accusare “il nemico interno”, concentrandosi sulla politica ma non solo.

Ma fa uno sbaglio di analisi, nella parte in cui parla dell’attuale situazione dei partiti, sbaglio che crea un loop interessante e rivelatore.

 

Le prove? Scelta civica fa notizia solo per le baruffe quotidiane fra i suoi troppi colonnelli.  Nella Lega il nemico è diventato Bossi, che ne era stato il fondatore. Il Movimento 5 Stelle ha già perso 6 parlamentari: un’espulsione al giorno toglie il medico di torno. Nel Pd Renzi è vissuto come una minaccia, non come una risorsa. Nel Pdl i falchi incrociano gli artigli con le colombe, ma la sentenza costituzionale sul processo Mediaset, e a seguire quella di Milano sul caso Ruby, hanno offerto all’unità del partito il suo antico nemico: il potere giudiziario. Tutto sommato Berlusconi dovrebbe ringraziare i magistrati.

 

Ora, quello che descrive Ainis non è ciò che avviene nei partiti, ma ciò che i quotidiani ogni giorno raccontano a proposito dei partiti (“fa notizia”). Una realtà filtrata, ridotta e selezionata che abbiamo sotto gli occhi tutti ogni giorno: la ricerca e la semina di zizzania all’interno della politica (e non solo) è diventata praticamente una professionalità giornalistica autonoma.

 

Il risultato è che nei giornali si enfatizza la zizzania sensazionalista (in qualunque senso: un giorno Renzi e Letta litigano, quello dopo si alleano, eccetera; un giorno i grillini si scindono, quello dopo no, eccetera) e si tralascia tutto il resto; Ainis legge i giornali e chiama tutto questo “le prove”; quindi Ainis scrive sui giornali che il problema dei partiti è la zizzania e la ricerca del nemico interno; e vedrete che da questo nasceranno ulteriori commenti e zizzanie proclamate.

A conferma che la politica pubblica italiana è ostaggio della cronaca giornalistica.

 

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28 giugno 2013 5 28 /06 /giugno /2013 05:15

      Un commento da ricordare

 

E se non fossimo tutti puttane? 

 di Furio Colombo | 26 giugno 2013  (da Il Fatto Quotidiano on line)


Un fantasma si aggira nel pianeta berlusconiano. Hanno (tutti loro) creduto fermamente, per potente induzione mediatica, nel comandamento: fai ciò che ti pare (sostituire con la frase tipica delle truppe di B.) o ciò che ti conviene (badando che sia a tua insaputa). Insomma il credo è (da vent’anni): siamo tutti impegnati in concorso esterno nel reato di mafia. Siamo tutti puttane.

 

Nel senso che tutti, sostiene il comandamento, siamo a disposizione, per una cifra giusta, secondo il modello Lavitola-De Gregorio. All’improvviso una sentenza molto discussa (“reggerà la politica?” si domanda con ansia il quotidiano Pd Europa) decide che la prostituzione è una cosa che richiede un padrone, dei mezzani delle ragazze sottomesse, in cambio di adeguate somme di danaro. E richiede una buona organizzazione, persone che procurano, persone che coprono, persone che pagano, case semichiuse che ospitano a spese di, con il controllo di, e dove si imparano buone maniere, come le regole di condotta nelle feste e – all’occorrenza – come testimoniare il falso. Ma eccoci al punto chiave della vita di Berlusconi e della sentenza che lo riguarda.

 

Per organizzare per bene la prostituzione ci vuole il potere. È il potere che spiega la severità dei giudici, che ha provocato costernazione tra i migliori amici. Infatti per la prima volta certe avventure del capo di un grande partito italiano e, a lungo, capo del governo, vengono chiamate con le parole appropriate: prostituzione minorile, vincoli di obbedienza, pagamenti puntuali e proporzionati al reato, con il concorso di abili e autorevoli complici.

 

La via di fuga era pronta: dire e ripetere che siamo tutti puttane. La frase viene dal cuore e da una persuasione profonda. Si pronuncia con una solennità paraevangelica, tipo “siamo tutti fratelli”.

 

Ma i giudici hanno smantellato la chiesa delle ragazze nude, vestite da suore, e il grosso del partito non si dà pace. Ecco dove i giudici guastano il gioco, non in un anno in più o in meno di galera (che fa effetto nel mondo, ma in Italia sarà scontato tra un salto a Palazzo Chigi e una capatina in Parlamento).

 

 

Ma nel dover ammettere che i complici e le Ruby (e l’altra giovanissima Noemi, che lo chiamava “papi” e di cui ci eravamo quasi dimenticati) sono tanti. Tanti, ma non tutti. Anzi, si chiama fuori una buona parte degli italiani, e molti pentiti. In questo, colpa della Boccassini, nonostante le adunate di chi si proclama puttana, il gioco è fallito.

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26 giugno 2013 3 26 /06 /giugno /2013 07:26

 

Stando alle ultime notizie sui Berlusconi (padre e figlia), notizie che nuove non sono, credo ci sia da rifare un referendum, questo


Dal 1861 al 1946 l'Italia fu una monarchia costituzionale basata sullo Statuto albertino, concesso nel 1848 da Carlo Alberto di Savoia ai suoi sudditi del Regno di Sardegna, prima di abdicare, l’anno successivo. Il vertice dello Stato si configurava come un organo denominato Corona, il cui titolare aveva il titolo di re d'Italia. La titolarità della Corona si trasmetteva ereditariamente in maniera conforme alle leggi di successione dinastica. Tale forma di governo fu avversata dalle frange repubblicane (oltreché internazionaliste e anarchiche) e si concretizzò, soprattutto, in due note vicende: la fucilazione di Pietro Barsanti (considerato il primo martire della Repubblica Italiana)[2] e l'attentato di Giovanni Passannante, entrambi di fede mazziniana.

Solo nel 1946 l'Italia divenne una repubblica e fu, nello stesso anno, dotata di un'Assemblea Costituente al fine di munirla di una costituzione avente valore di legge suprema dello Stato repubblicano, onde sostituire lo Statuto albertino sino ad allora vigente.

Si trattò di un passaggio di grande importanza per la storia dell'Italia contemporanea dopo il ventennio fascista ed il coinvolgimento nella seconda guerra mondiale. La transizione si svolse in un clima di esasperata tensione e rappresenta un controverso momento della storia nazionale assai ricco di eventi, cause, effetti e conseguenze, che è stato anche considerato una rivoluzione pacifica dalla quale si produsse una forma di stato poco differente dall'attuale. La nascita della repubblica fu accompagnata da polemiche circa la regolarità del referendum che la sancì. I presunti brogli elettorali ed altre supposte azioni "di disturbo" della consultazione popolare, tuttavia, non sono stati mai accertati dagli storici, pur avendo costituito un tema di rivendicazione da parte dei sostenitori della causa monarchica[3].

Il 2 giugno 1946, insieme alla scelta sulla forma dello Stato, i cittadini italiani (comprese le donne, che votavano per la prima volta in una consultazione politica nazionale) elessero anche i componenti dell'Assemblea Costituente che doveva redigere la nuova carta costituzionale.[4] risultarono votanti: 12.998.131 donne e 11.949.056 uomini 

(da wikipedia, giugno 2013)

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21 giugno 2013 5 21 /06 /giugno /2013 15:41

 

"Forse le vere puttane non sono quelle che esercitano la professione, sono quelle piene di ipocrisia, politicamente parlando, che dicono una cosa e ne fanno un'altra.

Forse le vere puttane sono certi personaggi, donne ma anche uomini, che prostituiscono la funzione di servizio che chi ha uno stipendio pubblico dovrebbe sentire di avere nei confronti dell'azienda che li paga, dell'istituzione che gli da anche degli onori e dei piccoli privilegi o dei grandi privilegi".

Lo ha detto l'europarlamentare della Lega Nord Mario Borghezio, ospite di Klauscondicio, il salotto tv di Klaus Davi in onda su Youtube.

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17 giugno 2013 1 17 /06 /giugno /2013 16:42

Articolo dal Blog di Marcello Foa' (17-6-2013)


Ma il Pd non era moribondo? Eppure ha stravinto le amministrative. Ma Grillo non rappresentava il futuro radioso e un nuovo modo di far politica? Il suo ciclo appare già finito? E il Pdl delle rimonte impossibili? Si è afflosciato miseramente. Aggiungete l’eclissi di Sel, l’agonia della Lega, per non parlare di Scelta Civica di Monti (a proposito, esiste ancora?), la misera fine di Fini, di Pietro, di Rifondazione comunista e vi accorgerete di quella che è la nuova realtà della politica italiana: il comportamento dell’elettorato non è più prevedibile.
O meglio, non può più essere analizzato attraverso i vecchi parametri, che limitavano l’erraticità e il voto trasversale ai partiti estremi, mentre il 60/70% era saldamente ancorato ai partiti moderati di destra e di sinistra.

Ora invece l’elettorato è diventato iperliquido, oscilla bruscamente da un fronte all’altro alla ricerca di un Partito o di un leader che lo rappresenti, con fiammate improvvise per alcune figure e altrettanto repentini abbandoni.
Gli zoccoli duri del centrodestra e del centrosinistra ormai sono ridotti a circa il 20% ognuno, con una differenza importante: quello del centrosinistra, che ha ereditato la struttura partitica del vecchio Pci, è stabile e fedele. Marino a Roma non ha vinto perchè bravo, ma perché, a fronte di un astensionismo record, quel misero 20% diventa sufficiente per vincere, anzi per stravincere, le elezioni.

E il centrodestra? Il centrodestra non è mai diventato un vero partito, non si è mai riganizzato capillarmente sul territorio, punta tutto, da sempre, sul voto d’opinione moderato, sulla regolarità delle classi medie, che, però, in un’Italia in crisi appaiono meno motivate, se non amareggiate, sfiduciate e dinque tendono a disertare le urne. Tanto più che il centrodestra appare ancora – anzi, sempre di più – dipendete dalla straordinaria capacità di mobilitazione di Silvio Berlusconi: quando il Cav si impegna in prima persona il centrodestra rimonta (vedi il voto di febbraio) o perde dignitosamente, quando se ne sta in disparte crolla fragorosamente.

E questo è molto preoccupante per il Pdl e in genere per i moderati italiani che rischiano di rimanere senza rappresentanza quando Berlusconi, che non è più un ragazzino, deciderà o sarà indotto a ritirarsi dalla politica. Dietro di lui c’è il nulla.

Ecco perché, paradossalmente, il Pd, per quanto arruginito, poco credibile e cigolante, ha davanti a sé un futuro più radioso del Pdl, che continua a non capire, a non prevedere, a non programmare. Che disastro.

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  • : Blog di Piero Azzena
  • : Questo blog è solo la mia voce, resa libera dall'età. Questo blog è un memo, seppur disinvolto nei tempi e nei modi, dove chioso su argomenti la cui unica caratteristica è l'aver attirato la mia attenzione. Temi esposti man mano che si presentano, senza cura di organicità o apprensione per possibili contraddizioni. Temi portati a nudo, liberi da incrostazioni , franchi e leali.
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