16 marzo 2026
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Chi dà le regole al gruppo? Chi decide cosa è "naturale"? Il concetto di "diritto naturale" è un sofisma perfetto, è oltre la stessa "Costituzione".
Un gruppo (la nazione) si dà le proprie regole per convivere. Se il giudice può cambiare quelle regole "interpretandole" secondo la sua morale, allora il voto non serve più a nulla. Il politico diventa un attore che recita un copione, ma il giudice è il regista che può cambiare il finale all'ultimo secondo, dicendo che il copione non rispetta "principi superiori".
Purtroppo oggi la politica sembra aver paura di rivendicare il proprio ruolo. Se il politico non vuole prendersi la responsabilità di una scelta dura, lascia che sia la "giurisprudenza" (i giudici) a decidere. La classe politica si piega a queste interpretazioni perché "fa comodo". In questo modo, le regole del gruppo non sono più decise dal gruppo, ma da un'élite di tecnici che parla un linguaggio incomprensibile.
Se il diritto è quello scritto dal Parlamento, è verificabile: apri il codice e leggi. Se il diritto è "naturale", la fonte non è più la legge, ma la testa del giudice.
Quando un giudice dice "anche se la legge non lo prevede, il diritto naturale mi impone di proteggere questo migrante o quell'animale", sta smettendo di fare l'arbitro e sta diventando un nuovo legislatore. È un colpo di mano filosofico: usa un concetto astratto (e quindi manipolabile) per annullare la volontà concreta dei cittadini. Ma così "il verificare se si è venuti meno alle regole" diventa "decidere quali sono le regole".
È un'inversione di ruoli pericolosissima. La base stessa della convivenza diventata liquida. Senza una legge scritta che stia sopra il giudice, non c'è libertà, c'è solo l'arbitrio di chi è più bravo a usare il sofisma del momento.