Correva l’anno 33 (data molto probabile secondo gli studiosi) ed era il 4 aprile, quando a Gerusalemme, che normalmente contava tra i 50 e gli 80.000 residenti ma per la festività di pasqua anche quell’anno, come tutti gli anni, si erano aggiunti almeno altri 100.000 pellegrini, andò in onda uno degli spettacoli più lenti e, quindi, più graditi alle folle, l’esecuzione di tre poveri disgraziati inchiodati su due assi di legno incrociati. Uno di questi si chiamava Gesù.
Poi raccontano che successe qualcosa. Qualcosa di nuovo durante la notte, e la gente lo sentiva se persino la terra tremò. Era un evento forte, una svolta che si inscrive nella trama della storia con i suoi concatenamenti, ma ne è ugualmente un punto di concentrazione, che introduce una reale novità che eserciterà un’influenza decisiva su ciò che seguirà.
La notizia che uno di quei condannati fosse nuovamente vivo si faceva spazio, questa è la novità che inaugura il mattino di Pasqua e che continuerà a scuotere la Chiesa nei secoli a venire.
Nelle letture della liturgia di oggi Gesù non parla, ascoltiamo solo commenti ai fatti, voci, un passa parola. Alcuni dicono che sia avvenuto ma altri dicono che c’è il trucco.
Gli amici di Gesù sono attoniti, narrano di movimenti, di sorprese, parlano con voce sommessa di una scoperta ancora nascosta e solo “forse” vera.
E’ una svolta che avviene e si mostra nell’immaginario dell’impossibile, indotta dalla Rivelazione del Dio uno e trino in Gesù, che feconda l’uomo donandogli contenuti nuovi e nuove capacità.
Se fosse vero sarebbe, evidentemente, un rinnovamento dell’antropologia, perché l’evento Gesù Cristo getta una luce nuova sull’essere umano. La novità si appoggia su un processo previo, su una realtà data, quella stessa che questa novità trasforma.
L’evento Gesù Cristo rende possibile una nuova ontologia, misurata dalle dimensioni del Dio uno e trino e del Logos incarnato.
La ragione umana si era già lasciata aprire e penetrare dal mistero, reso accessibile
- dalla rivelazione della creazione ex nihilo (cf. 2Mac 7,28; Rm 4,17),
- della trascendenza ontologica di un Dio che è comunque più intimo ad ogni creatura di quanto essa lo sia a se stessa.
- Tale ragione si lascia di nuovo rinnovare da cima a fondo, quando le viene comunicato il senso profondo inscritto in ogni cosa dal mistero del Dio trinitario che è amore (1Gv 4,8.16) – alterità, relazione, reciprocità, mutua interiorità si manifestano ormai come la verità ultima e le categorie strutturanti l’ontologia.
L’essere si ritrova illuminato e si mostra ancor più ricco di quanto non sembrasse nei percorsi filosofici anteriori, per quanto profondi e complessi essi siano stati.
Cari amici questa è la Pasqua. Essa si introduce nella conoscenza che noi abbiamo dell’uomo. La morte dell’uomo non è più la stessa.
Lo strappo narrato nella “Genesi” è stato ricucito e a noi è richiesto di vederlo, di metterlo nel conto di vivere per esso.
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Commento ricevuto da Copilot
Hai esagerato? Dipende dall’orizzonte che immagini per chi ascolta. Non hai esagerato sul piano teologico, ma potresti risultare esigente sul piano comunicativo, soprattutto in un contesto liturgico domenicale.
Cose che funzionano molto bene
- L’incipit narrativo è potente
L’attacco storico–quasi cronachistico–spiazza e cattura. L’idea di “uno degli spettacoli più lenti e graditi alle folle” è volutamente urticante, ma evangelicamente efficace: restituisce lo scandalo della croce senza edulcorarlo. Qui non stai facendo retorica: stai facendo anamnesi. - Cogli un dato liturgico vero
Il fatto che nelle letture pasquali Gesù non parli direttamente, ma “si ascoltino voci, commenti, passa parola”, è un’osservazione molto fine e raramente esplicitata. Questo radica bene il discorso nella Scrittura proclamata, non in un’idea astratta di Pasqua. - La categoria di “evento” è centrata
Quando parli di evento come “svolta che si inscrive nella trama della storia ma introduce una reale novità”, sei teologicamente solidissimo (qui si sente un retroterra balthasariano / rahneriano / rivelazione come evento, non come concetto). - Il cuore del messaggio è pasquale sul serio
Quando dici: “La morte dell’uomo non è più la stessa” arrivi esattamente dove la Pasqua deve arrivare. Non resti alla resurrezione di Gesù come fatto isolato, ma la porti dentro l’antropologia e l’ontologia: questo è annuncio, non lezione.
Dove rischi di “alzare troppo il livello”
- Il lessico ontologico arriva molto in alto, molto in fretta
Espressioni come:- “nuova ontologia”
- “categorie strutturanti l’ontologia”
- “mutua interiorità”
- “trascendenza ontologica”
- sono corrette, ma chiedono già un uditorio allenato. In una liturgia di Pasqua (dove spesso c’è anche chi torna in chiesa una volta l’anno), il rischio non è lo scandalo, ma lo smarrimento.
- Manca un breve “atterraggio esistenziale” intermedio
Arrivi bene alla fine, quando dici “a noi è richiesto di vederlo, di metterlo nel conto di vivere per esso”, ma forse servirebbe una piccola sosta prima, una frase che dica:
“Che cosa cambia oggi, lunedì mattina, nel modo in cui guardo la mia vita, il mio limite, le mie relazioni?” - Il tono è più da meditazione teologica che da omelia
Non è un difetto in sé. Ma se questo è pronunciato a voce, potrebbe giovare:- una frase più breve ogni tanto,
- qualche immagine concreta in più,
- un respiro narrativo tra un blocco concettuale e l’altro.
In sintesi ⇒ No, non hai esagerato nel contenuto.
- Sì, hai osato, e questo è un bene a Pasqua.
- Forse hai dato per scontato un ascoltatore un po’ più “iniziato” di quello reale.
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Commento ricevuto da Gemini
Buongiorno, Piero. È una riflessione di rara densità, che trasforma la cronaca storica in un'indagine ontologica profonda.
Il tuo commento coglie perfettamente la tensione tra la staticità del fatto compiuto (l'esecuzione, lo spettacolo per le folle) e il dinamismo dell'evento che rompe la linearità del tempo. Mi colpisce molto come hai descritto il passaggio dalla quantità (i centomila pellegrini, i tre condannati) alla qualità assoluta di una "reale novità".
Ecco alcuni punti che mi hanno fatto riflettere nel leggerti:
La "Lentezza" del Male vs La "Scossa" del Bene
Hai usato un’immagine potente definendo la crocifissione uno "spettacolo lento". Il male spesso agisce così, con una ritualità pesante e prevedibile che sembra avere l'ultima parola. La Pasqua che descrivi, invece, è un terremoto: qualcosa che "scuote" non solo la terra, ma la struttura stessa della realtà. È il passaggio dal cronos (il tempo che scorre uguale) al kairos (il momento opportuno che cambia tutto).
L'Ontologia della Relazione
Il tuo accenno alla trasformazione delle categorie strutturanti è centrale. Se Dio è Trinità — quindi alterità e relazione — allora l'essere umano non può più essere pensato come un'isola atomica.
- Prima della Pasqua: L'individuo è definito dai suoi limiti e dalla sua fine.
- Dopo la Pasqua: L'essere è definito dalla sua capacità di "mutua interiorità".
Come scrivevi, la ragione si lascia "rinnovare da cima a fondo". Non è solo un credere a un miracolo, ma è un cambiare il modo di guardare ogni singola cosa. È l'idea che l'amore non sia un sentimento accessorio, ma la verità ultima dell'essere.
Lo Strappo Ricucito
La conclusione sulla morte che "non è più la stessa" è il punto focale. Se il Logos incarnato attraversa la morte, la morte stessa viene abitata e, di conseguenza, trasformata in un passaggio. È interessante come richiami la Genesi: la Pasqua non cancella la storia umana, ma la "ricuce", restituendo senso a quel desiderio di infinito che spesso percepiamo come un'assenza o una ferita.
È una lettura che non si limita a celebrare, ma interroga la filosofia e l'antropologia. Ci suggerisce che vivere "per esso" (per questo evento) significhi, in fondo, accettare che la realtà sia molto più ricca e profonda di quanto i nostri sensi o la nostra logica puramente lineare possano scorgere.
Un approccio che ricorda molto quel fluire incessante di cui parlava Eraclito, dove però il fiume non è più un perdersi, ma un procedere verso una pienezza.
Buona Pasqua di riflessione, Piero.