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11 settembre 2019 3 11 /09 /settembre /2019 07:44

La mia lettura dell'articolo di Piero Pagnotta s'è interrotta, s'è bloccata davanti ad una verità dura da digerire ma che mi fotografava, che ci fotografava, e da cui la mia onestà mentale non potrà più prescindere, cioè la cosciente individuazione dell'inconscio che è in me:

[...] A dispetto dell’enorme massa di notizie a cui si può accedere,

la nostra epoca si caratterizza come quella

della ricerca di ciò che conferma un’idea di cui si è già convinti

(Piero Pagnotta, La Westfalia non è in Medio Oriente, Mondooperaio, maggio 2017)

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19 giugno 2019 3 19 /06 /giugno /2019 03:58

Tutti sosteniamo una tesi o almeno propendiamo verso una soluzione vicina alla nostra indole, non necessariamente per malizia. Ecco un esempio illuminante tratto dal libro L’IDEA DI GIUSTIZIA del Nobel Amarty Sen.

***

Al cuore del problema di determinare in modo imparziale un’unica versione della società perfettamente giusta si situa la possibilità che siano sostenibili più tesi argomentate sulla giustizia, tra loro concorrenti, ciascuna delle quali soddisfi i requisiti dell’imparzialità, e nondimeno si differenzi e si contrapponga alle altre.

Mi si consenta di illustrare il problema con un esempio. Si tratta di decidere a quale di tre bambini – Anne, Bob e Carla – debba essere dato un flauto per il quale stanno litigando.

1. Anne pretende il flauto perché è l’unica dei tre che lo sappia suonare (circostanza che gli altri riconoscono), e certo sarebbe ingiusto negare lo strumento all’unica persona che sa davvero adoperarlo. Se l’unica informazione in nostro possesso fosse questa, saremmo fortemente orientati ad assegnare il flauto alla prima bambina.

2. In una scena alternativa, però, parla Bob, il quale giustifica le proprie pretese sul flauto con il fatto di essere così povero da non avere neanche un giocattolo: nel flauto troverebbe qualcosa con cui giocare (e le due bambine non negano di essere più ricche e di avere molti giocattoli con cui divertirsi). Se ascoltassimo soltanto Bob, senza sentire le bambine, avremmo tutte le ragioni per dare a lui il flauto.

3. Una terza scena ci presenta Carla, che fa notare di essersi applicata per mesi e mesi con diligenza per costruire il flauto con le proprie mani (e gli altri due confermano) e, appena terminata l’opera, «proprio allora» protesta «questi ladri di cose altrui sono venuti a portarmi via il flauto». Se non avessimo altra dichiarazione che quella di Carla, saremmo con ogni probabilità propensi a dare il flauto a lei, riconoscendo ragionevoli le sue pretese su un oggetto che ha creato con le sue mani

 

Dopo avere ascoltato le argomentazioni di tutti e tre, prendere una decisione non è facile. Per teorici di scuole diverse – utilitarismo, egualitarismo economico, liberalismo pratico – è probabile che la soluzione giusta sia lì pronta, e tutt’altro che difficile da individuare. Ma, quasi certamente, la soluzione che ciascuno di loro presenterà come evidentemente giusta sarà del tutto diversa da quella degli altri.

1. A Bob, il bambino più povero, andrà il pieno appoggio dell’egualitarista, orientato a ridurre le differenze nella ripartizione delle risorse economiche tra gli individui. Carla, l’artefice del flauto, si guadagnerà immediatamente la simpatia del liberalista.

2. L’esponente dell’utilitarismo edonista si troverà più in imbarazzo, ma con ogni probabilità tenderà a tenere in maggiore considerazione, rispetto al liberalista e all’egualitarista, il fatto che a ricavare dal flauto il massimo piacere sarebbe Anne, l’unica in grado di suonarlo (come dice il vecchio adagio waste not, want not, «nessuno spreco, nessun bisogno»). L’utilitarista dovrà peraltro riconoscere che Bob, per il relativo stato di privazione in cui versa, sarebbe colui che dal possesso del flauto ricaverebbe il più consistente guadagno di felicità. Il «diritto» vantato da Carla sul possesso di ciò che ha realizzato, invece, non troverà l’immediato consenso nell’utilitarista, anche se un utilitarismo ben ponderato non mancherebbe di considerare il ruolo degli incentivi al lavoro nella creazione di una società in cui la produzione di beni viene incoraggiata lasciando che gli individui tengano per sé ciò che hanno prodotto con i propri sforzi.*

3. Il favore del liberalista per l’assegnazione del flauto a Carla non dipenderà, come nel caso dell’utilitarista, dalla considerazione di effetti incentivanti, perché per un liberalista il diritto di una persona a possedere quanto ha creato è fuori discussione. Per certi aspetti, l’idea che esista un diritto sui frutti del proprio lavoro accomuna gli esponenti della destra liberalista e quelli della sinistra marxista (per quanto gli uni possano sentirsi a disagio in compagnia degli altri).**

In ogni modo, è importante osservare quanto sia difficile liquidare come infondata ciascuna delle tre istanze, basate rispettivamente sulla realizzazione della persona, sul contrasto alla povertà e sulla legittimità di godersi i frutti del proprio lavoro. Le varie risposte offrono tutte argomenti seri e potremmo non essere in grado, a meno di non incorrere in un certo arbitrio, di indicarne una destinata a prevalere sotto ogni aspetto.

Vorrei inoltre richiamare l’attenzione sul fatto, peraltro evidente, che le differenze tra gli argomenti avanzati dai tre bambini non riguardano divergenze su che cosa sia il vantaggio personale (è il possesso del flauto, identificato come un vantaggio da tutti e tre e da ciascuno reclamato con le debite argomentazioni), ma sui principi generali che dovrebbero regolare la distribuzione delle risorse. Riguardano, quindi, l’organizzazione della società e la scelta delle istituzioni, e di conseguenza le concrete realizzazioni sociali che ne emergono. Non si tratta soltanto della diversità fra gli interessi personali dei tre bambini (che pure sussiste), ma del fatto che ciascuna delle argomentazioni da loro proposte fa appello a un diverso tipo di ragione imparziale e non arbitraria.

Questo si applica non solo alla connotazione dell’equità nella rawlsiana posizione originaria, ma anche ad altri richiami all’imparzialità, per esempio l’esigenza avanzata da Thomas Scanlon che i nostri principi soddisfino criteri «che nessuno possa ragionevolmente rifiutare». Come abbiamo detto, teorici di diverso orientamento – utilitaristi, egualitaristi economici, teorizzatori del diritto del lavoro e liberalisti pratici – sosterranno con ogni probabilità l’esistenza di un’unica risposta giusta e immediatamente identificabile, ma tale evidenza sarà da loro indicata in soluzioni affatto diverse. È invece possibile che non esista alcun assetto sociale perfettamente giusto, sul quale vi possa essere un consenso imparziale.

 

 

 

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31 maggio 2019 5 31 /05 /maggio /2019 10:33

 

Gli esseri umani non erano nati per leggere. Erano nati per guardare, muoversi, parlare, e pensare. Man mano che l’organismo interagiva con l’ambiente, gradualmente si realizzavano i programmi genetici per ciascuna di queste funzioni. Leggere è una nuova funzione cognitiva, inventata solo 5.500 anni fa, il che corrisponde a circa un minuto prima di mezzanotte sull’orologio dell’evoluzione umana. Leggere è quindi un'abilità non presente ma che va acquisita.

 

Un’acquisizione che richiede tempo e fatica perché comporta modificazioni anche fisiche delle funzioni neuronali nel nostro cervello. Ovviamente parliamo di una lettura profonda, cioè di quella gamma di processi sofisticati che conducono alla comprensione e che includono il ragionamento inferenziale e deduttivo, le abilità analogiche, l’analisi critica, la riflessione e il discernimento.

 

Le tecnologie che han permesso ai neurologi di individuare le aree del cervello che vengono interessate dalla lettura sono nuove. Ad esempio hanno permesso di scoprire che i lettori cinesi usano maggiormente zone deputate alle visioni, mentre i cervelli che leggono alfabeti vanno su zone deputate ai suoni e alle regole di corrispondenza suoni-simboli o che i tempi di reazione sono differenti se si è lettori esperti o principianti.

 

Queste considerazioni portano le autrici a prospettare l’ulteriore salto richiesto al nostro cervello dall’informatica e dalla lettura digitale.  L’articolo di Maryanne Wolf e Mirit Barzillai illustra infatti le attività formative progettate presso il Center for Reading and Language Research della Tufts University, che possono aiutare i giovani a diventare consumatori attenti e riflessivi dell’informazione online. 

 

Per me che posseggo decine (se non centinaia) di libri digitali  e che vivo circondato e guardato con “paziente sopportazione” da quanti amano la carta, cioè da tutti o quasi, è un articolo prezioso. Un articolo che, oltre a riportarmi tra gli “uomini normali”, m’insegna a regolarmi nella fatica suppletiva (c’è e non lo nego) e a guardarmi dalle insidie di internet e degli eReader.

    

Ecco l'abstract dell’articolo, un articolo che pur nella sua brevità apre una finestra "tecnica", fisica, misurabile, su un campo dove filosofi e insegnanti finora l’han fatta da padroni "a parole".

 

abstract (ovvero il riassunto)

 

Molti aspetti della lettura – dalle basilari capacità di decodifica alle competenze di comprensione di più alto livello – devono essere esplicitamente insegnati, perché gli esseri umani non sono nati per leggere, ma per guardare, muoversi, parlare, e pensare. Man mano che l’organismo interagisce con l’ambiente, gradualmente si realizzano i programmi genetici per ciascuna di queste funzioni.

 

La lettura è una nuova funzione cognitiva, inventata solo 5.500 anni fa e gli uomini hanno dovuto “imparare a leggere”, creando nel nostro cervello nuovi collegamenti tra le strutture che presiedono alla visione, all’ascolto, alla cognizione e al linguaggio.

 

La lettura online presenta problemi cognitivi nuovi. Una precoce immersione in una lettura che avvenga estensivamente online tende a premiare alcune abilità cognitive, come il multitasking, e abitua chi è nella fase dell’apprendimento alla raccolta immediata delle informazioni e ai rapidi spostamenti dell’attenzione, piuttosto che alla riflessione profonda e al pensiero originale.

 

Analogamente a quanto accade per la lettura su carta, bisogna provvedere a una formazione esplicita sui processi di comprensione più profonda nella lettura online.

 

[Originariamente pubblicato col titolo The Importance of Deep Reading. What will it take for the next generation to read thoughtfully—both in print and online?, «Educational Leadership», 66 (2009), n. 6, p. 32-37. Traduzione di Anna Galluzzi.]

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30 gennaio 2019 3 30 /01 /gennaio /2019 09:33

L'unico lavoro di un attore è entrare nelle vite delle persone che sono diverse da noi e far sentire a voi come ci si sente 
Meryl Streep

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29 dicembre 2018 6 29 /12 /dicembre /2018 06:36

L’articolo della Isabelle Tessier di cui ieri ho fissato memoria, m’ha ricordato un altro amore folle e disperato che mi era stato raccontato qualche giorno prima.

 

Mi riferisco ad un film incrociato occasionalmente nell’annoiato e assonnato zapping serale di giovedì 22 novembre, quando IRIS passava il film “I ponti di Madison County” (1995).

 

Dapprima m’attirò la presenza di due attori di calibro: Clint Eastwood e Meryl Streep. Ma poi mi prese il racconto dove i due personaggi in 4 giorni scrivono una storia di amore folle come quella raccontata dalla Tessier. Ma mentre il racconto-programma della Tessier (voglio essere single, ma insieme a te) è e resta uno sfogo, nel film i due personaggi rinunciano a dar corso al loro desiderio e lo insabbiano per non ferire terzi. Ma sarà proprio questa rinuncia a renderli capaci di superare il grigiore della realtà.

 

Ho pure comprato e letto il testo di Robert J. Waller da cui il film prende origine, ma lì manca la bravura di Clint Eastwood e Meryl Streep ed il racconto risulta banale.

 

Per chi interessato, youtube ha parecchi trailer. Ne consiglio uno dove è riprodotta la scena della cena prima della partenza.

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27 dicembre 2018 4 27 /12 /dicembre /2018 17:37

Riporto qui uno scritto che mi dicono sia apparso per la prima volta su The Huffington Post US, poi tradotto dall'inglese da Milena Sanfilippo e pubblicato nel 2015 e 2017 su Huffingtonpost.it e da me incontrato casualmente oggi, 27 dic 2018. 

 

Lo riporto per tenerne memoria, perché racconta un desiderio fuori dalle regole e forse neanche attuabile, ma che sa di vero, di libertà, di gioia… un sogno ad occhi aperti, come solo le donne sanno fare.

 

Voglio essere single, ma insieme a te

Isabelle Tessier

 

Voglio che tu esca a bere una birra con gli amici. Voglio che, nel pieno dei postumi di una sbornia, mi chieda di raggiungerti perché desideri stringermi tra le braccia e voglio accoccolarmi accanto a te. Voglio che, appena sveglio, parli con me di tutto quello che ti passa per la testa ma che ti senta libero di fare dei piani diversi per il resto della giornata. Io farò altrettanto.

 

Voglio che mi racconti delle tue serate con gli amici. Che tu mi dica di quella ragazza al bar che non smetteva di guardarti. Voglio che mi scrivi quando sei ubriaco per dirmi cose senza senso, solo per assicurarti che anche io ti sto pensando.

 

Voglio ridere mentre facciamo l'amore, magari perché ci sentiamo goffi mentre sperimentiamo tra le lenzuola. Voglio che, mentre siamo con i nostri amici, tu mi prenda per mano e mi porti in un'altra stanza perché non resisti più e vuoi fare l'amore con me proprio lì, in quel momento. Già ci vedo mentre cerchiamo di essere più silenziosi possibile per non farci sentire.

 

Voglio mangiare con te, voglio sentirmi libera di parlarti di me e che tu faccia lo stesso. Voglio immaginare l'appartamento dei nostri sogni, pur sapendo che forse non andremo mai a vivere insieme. Voglio che tu mi racconti dei tuoi piani senza capo né coda. Voglio che tu mi sorprenda, che tu mi dica "Prendi il passaporto, partiamo!"

 

Voglio aver paura insieme a te. Voglio fare cose che non farei con nessun altro, solo perché con te mi sento sicura. Voglio rientrare a casa ubriaca dopo una serata con gli amici e voglio che tu mi prenda il viso tra le mani, mi baci e mi stringa forte.

 

Voglio che tu abbia la tua vita, che decida su due piedi di partire per un viaggio. Che mi lasci qui, sola e annoiata, ad aspettare che appaia un tuo "ciao" su Facebook. Non voglio sempre partecipare alle tue serate fuori e non voglio sempre doverti invitare alle mie. Così potremo raccontarcele a vicenda il giorno dopo.

 

Voglio qualcosa che sia, allo stesso tempo, semplice... ma non troppo. Qualcosa che mi metta in testa mille domande ma che mi consenta di conoscere la risposta appena sono vicina a te. Voglio che pensi che io sia bellissima, che tu sia orgoglioso di dirlo quando siamo insieme. Voglio sentirti dire che mi ami, proprio come farò io con te. Voglio che mi lasci camminare davanti a te così puoi goderti la vista del mio sedere.

 

Voglio fare dei piani, anche se non sappiamo se li realizzeremo oppure no. Voglio essere tua amica, la persona con la quale ami uscire e divertirti. Voglio che non perda il desiderio di flirtare con altre donne, ma che torni da me sempre, quando la serata volge al termine. Perché forse io sarò andata a casa prima, senza di te. Voglio essere la persona con cui adori fare l'amore ed addormentarti subito dopo. La persona che si leva di torno mentre lavori e che adora osservarti quando ti perdi nella musica che ami. Voglio avere una vita da single, ma con te. Così la nostra vita di coppia potrà essere uguale a quella che abbiamo oggi, come single, ma vissuta insieme.

 

Un giorno ti troverò.forse io sarò andata a casa prima, senza di te. Voglio essere la persona con cui adori fare l'amore ed addormentarti subito dopo. La persona che si leva di torno mentre lavori e che adora osservarti quando ti perdi nella musica che ami. Voglio avere una vita da single, ma con te. Così la nostra vita di coppia potrà essere uguale a quella che abbiamo oggi, come single, ma vissuta insieme.

 

Un giorno ti troverò.

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25 giugno 2018 1 25 /06 /giugno /2018 05:35

 

Dal 1 gennaio 2007 per me è cambiato tutto, son andato in pensione.

 

Son diventato un "pensionato". Pensionato, non impiegato o insegnante o nulla-facente, solo pensionato. Senz'altri impegni se non l'attesa.  

 

Quel primo gennaio del 2007 per me si originava la propensione ad nuova Weltanschauung (vèltanšauuṅ) , cioè ad una nova concezione della vita, ad un modo diverso  di considerare l’esistenza e i fini del mondo, e ad acquisire una diversa posizione in esso.

 

Una strada privata e silenziosa ma limpida.

 

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20 giugno 2018 3 20 /06 /giugno /2018 09:32

L'acqua è insegnata dalla sete.
La terra, dagli oceani traversati.
La gioia, dal dolore.
La pace, dai racconti di battaglia.
L'amore da un'impronta di memoria.
Gli uccelli, dalla neve.

by Emily Dickinson

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13 giugno 2018 3 13 /06 /giugno /2018 09:19

Fantascienza o realtà?

 

La macchina chiamata uomo è un insieme intelligente, un autentico assemblaggio di miliardi e miliardi di individui. Questo al di là di considerazioni filosofiche o religiose, intuizioni o riflessioni o rivelazioni, questo dice il microscopio, validato dalla sua ripetitività scientifica.

 

Certo sento di essere un individuo ma, di fatto, sono un "superorganismo". Con trilioni di esseri viventi che lavorano per me in un ambiente tanto prospero e inesplorato quanto il cuore dell'Amazzonia.

 

L'unica unità è il software che contiene il progetto di me (il DNA) replicato uguale in 10 trilioni di cellule.  L'organismo "uomo" risulta essere, quindi, un assemblato costruito con questi 10 trilioni di cellule. Cellule che sono autentici mini computer tutte uguali ed in grado di autoalimentarsi e che eseguono la propria porzione di software affidatale dal progetto base  pur disponendo della versione integrale. Cioè come tanti maestri di musica che partecipano ad una sinfonia suonando fedelmente lo strumento scelto per ognuno di loro, ottenendo così quella sinfonia complessiva che è l'uomo, che sono io, in un frenetico replicarsi e rapido morire.

 

E questo super organismo non vive da solo. Infatti dove finisce un uomo iniziano i suoi batteri. E la linea di confine tra i due mondi è più sottile di quanto si creda. Fra i 10 trilioni di cellule che formano un organismo e i 100 trilioni di batteri che vivono in simbiosi con ciascun individuo esiste un rapporto di uno a 10 che ci vede in schiacciante minoranza.

 

Un mondo, un universo... ecco come la raccontano i libri di testo:

La cellula, unità fondamentale dell'organismo vivente, è in grado di vivere in maniera autonoma e di riprodursi. Ma, nonostante la sua autonomia, la cellula in realtà non è in grado di sopravvivere al di fuori del suo ambiente, a meno che non venga coltivata artificialmente in speciali terreni di coltura. Questo perché ogni cellula si è adattata alle condizioni ambientali in cui si trova e si è specializzata, negli organismi superiori (come quello umano), a svolgere determinate funzioni necessarie all'organismo intero, perdendo la capacità di sopravvivenza autonoma. (da enciclopedia sapere.it - Struttura e organizzazione della cellula)

 

Ciò porta a immaginare l'uomo come una colonia, una diversa tipologia di formicaio.

 Definire "superorganismi" le colonie di formiche non è una semplice metafora: la cooperazione e il coordinamento che vi regnano sono così elevati da far funzionare le loro comunità proprio come un singolo individuo dotato di un sistema nervoso. Ad affermarlo sono i ricercatori dell'Università di Bristol che in una serie di esperimenti descritti in un articolo su “PLoS One” hanno analizzato la risposta di questi insetti a differenti tipi di attacchi al loro formicaio. (Le scienze.it del 13 novembre 2015 - Le colonie di formiche: un superorganismo dotato di "sistema nervoso")

 

 Non so se i formicai ragionino o finiranno per ragionare e andarsene a passeggio, ma perché non ipotizzare che nella nostra evoluzione siamo stati anche "formicai"?

 

Certo le formiche con i loro formicai dimostrano di sapere interpretare meglio di noi il loro essere di "superorganismi" (infatti anche le formiche sono animali). Invece la storia di noi uomini non conserva memoria del "formicaio" che siamo, cioè mentre dentro noi tutto si coordina nel rispetto dei ruoli e su protocolli ferrei, fuori questo non accade, anzi...!  

 

 

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9 giugno 2018 6 09 /06 /giugno /2018 10:33

"Si deve anche opportunamente distinguere che c’è una scienza e c’è un sapere, e che scienza e sapere non sempre coincidono e non sempre sono la stessa cosa. 

La differenza tra le due facoltà è fondata sulla fede stessa, che è libera e deve rimanere libera. Non ogni oggetto di scienza è anche oggetto di fede e non ogni oggetto di fede è anche un oggetto di scienza. 

Ci sono delle realtà che si vivono, si percepiscono, si sperimentano e non sono sempre oggettivabili, concettualizzabili, e non per questo non sono delle realtà autentiche."  

(dalla conferrenza di Mons. Ignazio Sanna, Stresa 27-30 agosto 2014). 

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Présentation

  • : Blog di Piero Azzena
  • : Questo blog è solo la mia voce, resa libera dall'età. Questo blog è un memo, seppur disinvolto nei tempi e nei modi, dove chioso su argomenti la cui unica caratteristica è l'aver attirato la mia attenzione. Temi esposti man mano che si presentano, senza cura di organicità o apprensione per possibili contraddizioni. Temi portati a nudo, liberi da incrostazioni , franchi e leali.
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