Oggi, 13 luglio 2025, casualmente mi è capitato di sentire due differenti brani evangelici.
- Il primo, scelto dalla liturgia nazionale, era estratto da Luca 10,29 e trattava il tema di chi è il proprio “prossimo”.
- Il secondo, scelto dalla liturgia ambrosiana, era estratto da Lucca 13,14 e parlava della porta larga della porta stretta.
I due temi in qualche maniera mi sono parsi collegati.
Nel mio commento alla liturgia di questa domenica avevo sottolineato che il Cristo, interpellato con fare autoritativo e dottrinale, alla domanda precisa “chi è il mio prossimo” non risponde ma propone un esempio con cui chiede all’interlocutore stesso la definizione. Nel mio commento a Lc 10,29 rilevavo che ognuno di noi ha i suoi parametri per definire chi è il suo prossimo, e che Gesù non si intromette in questa scelta personale ma si riserva il giudizio finale, a vita conclusa. Niente regole, niente scappatoie, niente non avevo capito o “ma io però”. L’esempio ce l’avevi, come attualizzarlo era nelle tue responsabilità. E’ duro da digerire ma il brano di Luca questo insegna.
Nell’omelia ascoltata nella messa delle h 9:00 al duomo di Milano, il celebrante si è trovato davanti a due concetti presentati da Luca (Lc 13,14) “la porta larga e la porta stretta”. Per spiegare i due concetti è ricorso alla struttura degli stadi, già allora in uso nel popolo romano per regolare il deflusso degli spettatori. La porta larga è la porta della folla, la porta stretta è la porta privata, individuale.
Le due immagini hanno una loro morale comune: le scelte di vita sono individuali. E’ individuale l’empatia, o amore per il prossimo ed è individuale il giudizio di valutazione del nostro operato, terrà conto di tutto ma non giustificherà nulla. Chiudere gli occhi, voltarsi dall’altra parte non è concesso. E l’obbedienza stessa non è una virtù, come diceva don Milani.