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11 settembre 2013 3 11 /09 /settembre /2013 17:48

 

Un personale pro-memoria

Sono parole da non dimenticare

Parole che pensavo, che Papa Francesco esplicita

 

 

Parliamo della fede

Lettera a chi non crede

Papa Francesco risponde a Eugenio Scalfari su "la Repubblica" 

 

 

Pregiatissimo Dottor Scalfari,

è con viva cordialità che, sia pure solo a grandi linee, vorrei cercare con questa mia di rispondere alla lettera che, dalle pagine di Repubblica, mi ha voluto indirizzare il 7 luglio con una serie di sue personali riflessioni, che poi ha arricchito sulle pagine dello stesso quotidiano il 7 agosto.

 

La ringrazio, innanzi tutto, per l'attenzione con cui ha voluto leggere l'Enciclica Lumen fidei. Essa, infatti, nell'intenzione del mio amato Predecessore, Benedetto XVI, che l'ha concepita e in larga misura redatta, e dal quale, con gratitudine, l'ho ereditata, è diretta non solo a confermare nella fede in Gesù Cristo coloro che in essa già si riconoscono, ma anche a suscitare un dialogo sincero e rigoroso con chi, come Lei, si definisce "un non credente da molti anni interessato e affascinato dalla predicazione di Gesù di Nazaret".

 

Mi pare dunque sia senz'altro positivo, non solo per noi singolarmente ma anche per la società in cui viviamo, soffermarci a dialogare su di una realtà così importante come la fede, che si richiama alla predicazione e alla figura di Gesù.

 

Penso vi siano, in particolare, due circostanze che rendono oggi doveroso e prezioso questo dialogo. Esso, del resto, costituisce, come è noto, uno degli obiettivi principali del Concilio Vaticano II, voluto da Giovanni XXIII, e del ministero dei Papi che, ciascuno con la sua sensibilità e il suo apporto, da allora sino ad oggi hanno camminato nel solco tracciato dal Concilio.

  • La prima circostanza - come si richiama nelle pagine iniziali dell'Enciclica - deriva dal fatto che, lungo i secoli della modernità, si è assistito a un paradosso: la fede cristiana, la cui novità e incidenza sulla vita dell'uomo sin dall'inizio sono state espresse proprio attraverso il simbolo della luce, è stata spesso bollata come il buio della superstizione che si oppone alla luce della ragione. Così tra la Chiesa e la cultura d'ispirazione cristiana, da una parte, e la cultura moderna d'impronta illuminista, dall'altra, si è giunti all'incomunicabilità. È venuto ormai il tempo, e il Vaticano II ne ha inaugurato appunto la stagione, di un dialogo aperto e senza preconcetti che riapra le porte per un serio e fecondo incontro.
  • La seconda circostanza, per chi cerca di essere fedele al dono di seguire Gesù nella luce della fede, deriva dal fatto che questo dialogo non è un accessorio secondario dell'esistenza del credente: ne è invece un'espressione intima e indispensabile. Mi permetta di citarLe in proposito un'affermazione a mio avviso molto importante dell'Enciclica: poiché la verità testimoniata dalla fede è quella dell'amore - vi si sottolinea - "risulta chiaro che la fede non è intransigente, ma cresce nella convivenza che rispetta l'altro. Il credente non è arrogante; al contrario, la verità lo fa umile, sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall'irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti" (n. 34). È questo lo spirito che anima le parole che le scrivo.

 

La fede, per me, è nata dall'incontro con Gesù. Un incontro personale, che ha toccato il mio cuore e ha dato un indirizzo e un senso nuovo alla mia esistenza. Ma al tempo stesso un incontro che è stato reso possibile dalla comunità di fede in cui ho vissuto e grazie a cui ho trovato l'accesso all'intelligenza della Sacra Scrittura, alla vita nuova che come acqua zampillante scaturisce da Gesù attraverso i Sacramenti, alla fraternità con tutti e al servizio dei poveri, immagine vera del Signore.


Senza la Chiesa - mi creda - non avrei potuto incontrare Gesù, pur nella consapevolezza che quell'immenso dono che è la fede è custodito nei fragili vasi d'argilla della nostra umanità. Ora, è appunto a partire di qui, da questa personale esperienza di fede vissuta nella Chiesa, che mi trovo a mio agio nell'ascoltare le sue domande e nel cercare, insieme con Lei, le strade lungo le quali possiamo, forse, cominciare a fare un tratto di cammino insieme.

 

Mi perdoni se non seguo passo passo le argomentazioni da Lei proposte nell'editoriale del 7 luglio. Mi sembra più fruttuoso - o se non altro mi è più congeniale - andare in certo modo al cuore delle sue considerazioni. Non entro neppure nella modalità espositiva seguita dall'Enciclica, in cui Lei ravvisa la mancanza di una sezione dedicata specificamente all'esperienza storica di Gesù di Nazaret. Osservo soltanto, per cominciare, che un'analisi del genere non è secondaria.

 

Si tratta infatti, seguendo del resto la logica che guida lo snodarsi dell'Enciclica, di fermare l'attenzione sul significato di ciò che Gesù ha detto e ha fatto e così, in definitiva, su ciò che Gesù è stato ed è per noi. Le Lettere di Paolo e il Vangelo di Giovanni, a cui si fa particolare riferimento nell'Enciclica, sono costruiti, infatti, sul solido fondamento del ministero messianico di Gesù di Nazaret giunto al suo culmine risolutivo nella pasqua di morte e risurrezione.


Dunque, occorre confrontarsi con Gesù, direi, nella concretezza e ruvidezza della sua vicenda, così come ci è narrata soprattutto dal più antico dei Vangeli, quello di Marco.

 

Si costata allora che lo "scandalo" che la parola e la prassi di Gesù provocano attorno a lui derivano dalla sua straordinaria "autorità": una parola, questa, attestata fin dal Vangelo di Marco, ma che non è facile rendere bene in italiano. La parola greca è exousìa, che alla lettera rimanda a ciò che "proviene dall'essere" che si è. Non si tratta di qualcosa di esteriore o di forzato, dunque, ma di qualcosa che emana da dentro e che si impone da sé.

 

Gesù in effetti colpisce, spiazza, innova a partire - egli stesso lo dice - dal suo rapporto con Dio, chiamato familiarmente Abbà, il quale gli consegna questa "autorità" perché egli la spenda a favore degli uomini.

 

Così Gesù predica "come uno che ha autorità", guarisce, chiama i discepoli a seguirlo, perdona... cose tutte che, nell'Antico Testamento, sono di Dio e soltanto di Dio.

 

La domanda che più volte ritorna nel Vangelo di Marco: "Chi è costui che...?", e che riguarda l'identità di Gesù, nasce dalla costatazione di una autorità diversa da quella del mondo, un'autorità che non è finalizzata ad esercitare un potere sugli altri, ma a servirli, a dare loro libertà e pienezza di vita. E questo sino al punto di mettere in gioco la propria stessa vita, sino a sperimentare l'incomprensione, il tradimento, il rifiuto, sino a essere condannato a morte, sino a piombare nello stato di abbandono sulla croce. 

 

Ma Gesù resta fedele a Dio, sino alla fine.

 

Ed è proprio allora - come esclama il centurione romano ai piedi della croce, nel Vangelo di Marco - che Gesù si mostra, paradossalmente, come il Figlio di Dio! Figlio di un Dio che è amore e che vuole, con tutto se stesso, che l'uomo, ogni uomo, si scopra e viva anch'egli come suo vero figlio.

 

Questo, per la fede cristiana, è certificato dal fatto che Gesù è risorto: non per riportare il trionfo su chi l'ha rifiutato, ma per attestare che l'amore di Dio è più forte della morte, il perdono di Dio è più forte di ogni peccato, e che vale la pena spendere la propria vita, sino in fondo, per testimoniare questo immenso dono.

 

La fede cristiana crede questo: che Gesù è il Figlio di Dio venuto a dare la sua vita per aprire a tutti la via dell'amore.

 

Ha perciò ragione, egregio Dott. Scalfari, quando vede nell'incarnazione del Figlio di Dio il cardine della fede cristiana. Già Tertulliano scriveva caro cardo salutis, "la carne (di Cristo) è il cardine della salvezza". Perché l'incarnazione, cioè il fatto che il Figlio di Dio sia venuto nella nostra carne e abbia condiviso gioie e dolori, vittorie e sconfitte della nostra esistenza, sino al grido della croce, vivendo ogni cosa nell'amore e nella fedeltà all'Abbà, testimonia l'incredibile amore che Dio ha per ogni uomo, il valore inestimabile che gli riconosce.


Ognuno di noi, per questo, è chiamato a far suo lo sguardo e la scelta di amore di Gesù, a entrare nel suo modo di essere, di pensare e di agire. Questa è la fede, con tutte le espressioni che sono descritte puntualmente nell'Enciclica.

 

Sempre nell'editoriale del 7 luglio, Lei mi chiede inoltre come capire l'originalità della fede cristiana in quanto essa fa perno appunto sull'incarnazione del Figlio di Dio, rispetto ad altre fedi che gravitano invece attorno alla trascendenza assoluta di Dio.


L'originalità, direi, sta proprio nel fatto che la fede ci fa partecipare, in Gesù, al rapporto che Egli ha con Dio che è Abbà e, in questa luce, al rapporto che Egli ha con tutti gli altri uomini, compresi i nemici, nel segno dell'amore. In altri termini, la figliolanza di Gesù, come ce la presenta la fede cristiana, non è rivelata per marcare una separazione insormontabile tra Gesù e tutti gli altri: ma per dirci che, in Lui, tutti siamo chiamati a essere figli dell'unico Padre e fratelli tra di noi. 


La singolarità di Gesù è per la comunicazione, non per l'esclusione.

 

Certo, da ciò consegue anche - e non è una piccola cosa - quella distinzione tra la sfera religiosa e la sfera politica che è sancita nel "dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare", affermata con nettezza da Gesù e su cui, faticosamente, si è costruita la storia dell'Occidente.

 

La Chiesa, infatti, è chiamata a seminare il lievito e il sale del Vangelo, e cioè l'amore e la misericordia di Dio che raggiungono tutti gli uomini, additando la meta ultraterrena e definitiva del nostro destino, mentre alla società civile e politica tocca il compito arduo di articolare e incarnare nella giustizia e nella solidarietà, nel diritto e nella pace, una vita sempre più umana.

Per chi vive la fede cristiana, ciò non significa fuga dal mondo o ricerca di qualsivoglia egemonia, ma servizio all'uomo, a tutto l'uomo e a tutti gli uomini, a partire dalle periferie della storia e tenendo desto il senso della speranza che spinge a operare il bene nonostante tutto e guardando sempre al di là.

 

Lei mi chiede anche, a conclusione del suo primo articolo, che cosa dire ai fratelli ebrei circa la promessa fatta loro da Dio: è essa del tutto andata a vuoto?

 

È questo - mi creda - un interrogativo che ci interpella radicalmente, come cristiani, perché, con l'aiuto di Dio, soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II, abbiamo riscoperto che il popolo ebreo è tuttora, per noi, la radice santa da cui è germinato Gesù.

 

Anch'io, nell'amicizia che ho coltivato lungo tutti questi anni con i fratelli ebrei, in Argentina, molte volte nella preghiera ho interrogato Dio, in modo particolare quando la mente andava al ricordo della terribile esperienza della Shoah. Quel che Le posso dire, con l'apostolo Paolo, è che mai è venuta meno la fedeltà di Dio all'alleanza stretta con Israele e che, attraverso le terribili prove di questi secoli, gli ebrei hanno conservato la loro fede in Dio.

 

E di questo, a loro, non saremo mai sufficientemente grati, come Chiesa, ma anche come umanità.

 

Essi poi, proprio perseverando nella fede nel Dio dell'alleanza, richiamano tutti, anche noi cristiani, al fatto che siamo sempre in attesa, come dei pellegrini, del ritorno del Signore e che dunque sempre dobbiamo essere aperti verso di Lui e mai arroccarci in ciò che abbiamo già raggiunto.

 

Vengo così alle tre domande che mi pone nell'articolo del 7 agosto. Mi pare che, nelle prime due, ciò che Le sta a cuore è capire l'atteggiamento della Chiesa verso chi non condivide la fede in Gesù.

  • Innanzi tutto, mi chiede se il Dio dei cristiani perdona chi non crede e non cerca la fede. Premesso che - ed è la cosa fondamentale - la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell'obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c'è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire.
  • In secondo luogo, mi chiede se il pensiero secondo il quale non esiste alcun assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma solo una serie di verità relative e soggettive, sia un errore o un peccato. Per cominciare, io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità "assoluta", nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l'amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione! Tant'è vero che anche ciascuno di noi la coglie, la verità, e la esprime a partire da sé: dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive, ecc. Ciò non significa che la verità sia variabile e soggettiva, tutt'altro. Ma significa che essa si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita. Non ha detto forse Gesù stesso: "Io sono la via, la verità, la vita"? In altri termini, la verità essendo in definitiva tutt'uno con l'amore, richiede l'umiltà e l'apertura per essere cercata, accolta ed espressa. Dunque, bisogna intendersi bene sui termini e, forse, per uscire dalle strettoie di una contrapposizione... assoluta, reimpostare in profondità la questione. Penso che questo sia oggi assolutamente necessario per intavolare quel dialogo sereno e costruttivo che auspicavo all'inizio di questo mio dire. 
  • Nell'ultima domanda mi chiede se, con la scomparsa dell'uomo sulla terra, scomparirà anche il pensiero capace di pensare Dio. Certo, la grandezza dell'uomo sta nel poter pensare Dio. E cioè nel poter vivere un rapporto consapevole e responsabile con Lui. Ma il rapporto è tra due realtà. Dio - questo è il mio pensiero e questa la mia esperienza, ma quanti, ieri e oggi, li condividono! - non è un'idea, sia pure altissima, frutto del pensiero dell'uomo. Dio è realtà con la "R" maiuscola. Gesù ce lo rivela - e vive il rapporto con Lui - come un Padre di bontà e misericordia infinita. Dio non dipende, dunque, dal nostro pensiero. Del resto, anche quando venisse a finire la vita dell'uomo sulla terra - e per la fede cristiana, in ogni caso, questo mondo così come lo conosciamo è destinato a venir meno - , l'uomo non terminerà di esistere e, in un modo che non sappiamo, anche l'universo creato con lui. La Scrittura parla di "cieli nuovi e terra nuova" e afferma che, alla fine, nel dove e nel quando che è al di là di noi, ma verso il quale, nella fede, tendiamo con desiderio e attesa, Dio sarà "tutto in tutti". 

Egregio Dott. Scalfari, concludo così queste mie riflessioni, suscitate da quanto ha voluto comunicarmi e chiedermi. Le accolga come la risposta tentativa e provvisoria, ma sincera e fiduciosa, all'invito che vi ho scorto di fare un tratto di strada insieme.

 

La Chiesa, mi creda, nonostante tutte le lentezze, le infedeltà, gli errori e i peccati che può aver commesso e può ancora commettere in coloro che la compongono, non ha altro senso e fine se non quello di vivere e testimoniare Gesù: Lui che è stato mandato dall'Abbà "a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l'anno di grazia del Signore" (Luca, 4, 18-19).    

 

Con fraterna vicinanza

Francesco

 

(©L'Osservatore Romano 12 settembre 2013)

 

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18 agosto 2013 7 18 /08 /agosto /2013 22:09

Allego un articolo del Prof. Giovanni de Sio Cesari, di facile lettura ma chiaro e conciso nelle sue spiegazioni

  • sull'origine storica del terrorismo islamico, 
  • su cosa s'intende per terrorismo islamico e 
  • sulle sue finalità oggi.

Buona lettura.


analisi del terrorismo islamico

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14 agosto 2013 3 14 /08 /agosto /2013 03:32

La distopia (dis e (u)topia) è una previsione, una descrizione o rappresentazione di uno stato di cose futuro, con cui, contrariamente all’utopia e per lo più in aperta polemica con tendenze avvertite nel presente, si prefigurano situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali e tecnologici altamente negativi (equivale quindi a utopia negativa): le d. della più recente letteratura fantascientifica. (definizione da vocabolario Treccani)

 

 

Esempio di Distopia: la fuga di Logan

 

La fuga di Logan (Logan's Run) è il titolo di uno romanzo di fantascienza scritto nel 1967 a quattro mani da William Francis Nolan e George Clayton Johnson . Pubblicato in Italia da Mondadori (oggi irreperibile)

 

Trama

Nel 2116 la sovrappopolazione del pianeta ha reso necessario un intervento legislativo che ha fatto sì che ogni individuo abbia una vita massima prestabilita di 21 anni. Ogni individuo nell'ultimo giorno di vita (vale a dire al giorno precedente il suo ventunesimo compleanno) viene portato in un luogo in cui viene ucciso in una cerimonia. Il controllo dell'età è garantito tramite l'uso di cristalli colorati impressi nel palmo della mano destra di ogni individuo. Il colore del cristallo varia a seconda dell'età della persona che lo porta diventando nero nell'ultimo giorno

Molte persone non condividono questa politica e per evitare di farsi uccidere cercano di scappare, per questo esiste un corpo apposito di persone incaricate di catturare queste persone ed eliminarle tramite una speciale pistola.

Logan 3 è uno di questi agenti, ma nutre una crescente simpatia per i fuggitivi e arrivato al suo Ultimo giorno decide di scappare anch'egli infilandosi in alcuni vecchi tunnel della metropolitana abbandonata in cerca della comunità di fuggitivi per potersi unire a loro.

 

 

il romanzo sottende una morale

 

… è lo specchio dei tempi  

Il romanzo di Nolan e Clayton uscì proprio all'apice dello sviluppo della controcultura, in quel tempo di fermenti giovanili che culminò nel '68 e raccolse i suoi frutti nella prima metà degli anni '70. Un periodo in cui la cultura tradizionale era fortemente contestata, spesso rinnegata, e la spinta rivoluzionaria si condensava intorno ai temi della liberalizzazione delle droghe, della rivoluzione sessuale e del pacifismo, e la contestazione politica negli Stati Uniti raggiunse il suo apice contro il governo americano che mandava gli adolescenti a morire in Vietnam, in cui l'età media dei soldati americani era di diciannove anni.

 

E allora non è un caso che l'intero romanzo centri il suo fulcro narrativo proprio intorno alla questione dell'età degli individui. Mediata attraverso il filtro di un'ipotetica società utopistica sorta dalle ceneri di un'apocalisse, la storia di Logan è quella di un giovane americano degli anni '60, che una volta raggiunta la soglia della maggiore età, non può o non sa più trovare il suo posto nella società.

 

Anzi, è la società stessa, in questo caso il governo, ad emarginarlo e a negargli un futuro, magari mandandolo "a suicidarsi" in Vietnam. Dunque dall'esigenza di un futuro, negato dalla società, che nasce l'esigenza del giovane di emanciparsi all'ordine precostituito, ribellarsi all'autorità. Correre via. Fuggire. Impegnarsi e combattere per ottenere qualcosa di proprio. Per costruirsi una speranza.  

 

 

...e lo spettro della tecnologia  

Ma La Fuga di Logan è anche un severo avvertimento contro i pericoli dell'automazione e della tecnologia avanzata applicata alla vita quotidiana, che rende dipendenti e induce all'apatia e ad essere schiavi dell'"avere".

 

Una feroce critica al capitalismo consumistico che crea bisogni fittizi e nega ciò che ha realmente valore. Un inganno degli individui attraverso la soddisfazione totale dei sensi (cibo, ozio e sesso), che altro non è se non un sublime metodo di controllo delle coscienze, indotte dal Sistema a credere di non aver alcun motivo per cui lamentarsi.

 

In questo modo, il Sistema si rende completamente immune ad ogni minaccia esterna e non deve temere di essere rovesciato, perché ha eliminato alla base (o almeno crede di averlo fatto) qualsiasi presupposto che giustifichi una rivoluzione.

 

La società utopistica in cui Logan vive è l'espressione suprema di una decadenza tecnologica, in cui i giovani non sanno fare altro che lasciar scivolare via i giorni, uno dopo l'altro, privati di qualsiasi bisogno e di qualunque ambizione, derubati addirittura dei sogni.  Come recita una frase verso la fine del libro:  "I giovani non costruiscono. Essi usano.

 

Le meraviglie dell'Uomo sono state raggiunte dagli uomini maturi,  dagli uomini saggi che hanno vissuto in questo mondo prima di noi".

 

Ma nel mondo di Logan ogni cosa è governata, costruita, regolata e procurata dalle macchine, ed è proprio quest'estremizzazione a sovvertire la prospettiva del reale. La Libertà non è che una mera illusione e la prigione non è più fisica, ma squisitamente mentale, in cui le sbarre sono costituite dalle menzogne e dal modellamento delle coscienze che fa vedere normale ciò che invece è deviato.

 

 

(brani vari ricavati da internet. I commenti etici sono da www.fantascienza.com di Alessandro Vietti)

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11 agosto 2013 7 11 /08 /agosto /2013 14:41

 

“Nell’edificio della conoscenza l’ipotesi è come un’impalcatura, e il costruttore sa fin dall’inizio che nel corso dei lavori dovrà toglierla.

 

Essa è una supposizione provvisoria che ha un senso solo in quanto esiste la possibilità pratica di confutarla in base a dati raccolti proprio a questo scopo. Una ipotesi che non è passibile di falsificazione non è neppure verificabile, ed è quindi inutilizzabile ai fini della ricerca sperimentale.

 

Chi ha formulato un’ipotesi deve essere grato a chiunque gli indichi nuove vie per dimostrarne l’insufficienza, poiché tutto il lavoro di verifica consiste proprio nel vedere se l’ipotesi resiste a tutti i tentativi di confutarla.

 

Il lavoro di ogni studioso di scienze naturali è costituito in fondo proprio dalla ricerca di conferme di questo tipo; si parla, infatti, di ipotesi di lavoro. Una ipotesi è tanto più utilizzabile quanto più si presta alle operazioni di verifica: la probabilità che essa sia fondata aumenta col numero delle conferme che è stato possibile raccogliere.

 

È un errore diffuso anche tra gli epistemologi il credere che un’ipotesi possa essere definitivamente scartata se anche uno solo, o pochi, dati risultano incompatibili con essa.

 

Se cosi fosse, tutte le ipotesi esistenti verrebbero rifiutate poiché è ben difficile che ce ne sia una che tenga conto di tutti i fatti specifici. Ogni nostra conoscenza non è che un’approssimazione, anche se progressiva, alla realtà extrasoggettiva che desideriamo conoscere. Per confutare un’ipotesi non basta che un unico dato la contraddica, ma occorre sempre un’altra ipotesi che comprenda in sé un numero maggiore di dati rispetto all’altra.

 

La “verità” è quindi quell’ipotesi di lavoro che si presta meglio ad aprire la strada a un’altra ipotesi che riesce a spiegare di più.

 

Tuttavia il nostro pensiero e i nostri sentimenti si rifiutano di accettare questo fatto teoricamente inconfutabile.

 

Anche se ci sforziamo di ricordare che tutto il nostro sapere, tutto ciò che la nostra percezione ci comunica sulla realtà extrasoggettiva, costituisce soltanto un’immagine grossolanamente semplificata e approssimativa della realtà esistente, noi non possiamo fare a meno di considerare senz’altro vere certe cose e di essere convinti della assoluta esattezza del nostro sapere.

 

Se la consideriamo dal punto di vista psicologico e soprattutto fenomenologico, questa convinzione equivale in tutti i sensi a una fede”.

 

Konrad Lorenz


adattato da “Gli otto peccati capitali della nostra civiltà” 

 [Tratto dall'editoriale di Coelum 62 - maggio 2003]

 

 

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2 agosto 2013 5 02 /08 /agosto /2013 16:23


Una delle pubblicità più geniali di sempre 

(trovata su youtube.com)

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31 luglio 2013 3 31 /07 /luglio /2013 07:55

Un articolo che descrive, a 5 anni di distanza, le reazioni psicologiche di una popolazione intera al terremoto dell'aprile 2009. 

 

Un articolo che racconta quello che alla TV non si è visto, perché non fotografabile o perché non si è voluto raccontare.

 

Un articolo che riassume il come gli aquilani hanno e stanno vivendo quel momento.

 

Buona lettura (clicca qui sotto su "la mente 2")

 

 

la mente 2

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4 luglio 2013 4 04 /07 /luglio /2013 10:26

 

Le contraddizioni di un golpe democratico

da "Internazionale" on line - 4 luglio 2013 

 

Questa è la storia di una somma di errori e del colpo di stato militare che alla fine li ha puniti, un colpo di stato che i paladini della democrazia non possono applaudire.

 

Al governo dopo le prime elezioni libere della storia dell’Egitto, i Fratelli musulmani non hanno compreso la fragilità del loro potere, e questo è stato il loro primo errore.

A loro giustificazione va detto che erano stati perseguitati durante tutto il dopoguerra, erano l’unica organizzazione d’opposizione presente su tutto il territorio e sostenuta da militanti devoti, incarnavano un’alternativa ideologicamente coerente alla dittatura mentre le forze laiche erano profondamente divise e soprattutto, prima di tutto, erano in totale sintonia con la metà del paese più religiosa, conservatrice ed economicamente liberale.

Grazie a questi punti di forza i Fratelli musulmani hanno vinto le elezioni legislative e presidenziali, ma il trionfo li ha portati a dimenticare che un’altra metà del paese (quella delle città, ma non solo) detestava il loro puritanesimo e il loro integralismo religioso. Inoltre sopravviveva tutto un apparato statale ereditato dal regime (polizia, giustizia, esercito) ben deciso a mettere loro i bastoni tra le ruote, mentre il denaro delle grandi famiglie e delle grandi aziende non poteva né voleva associarsi a questo partito vicino ai piccoli commercianti.

 

Per governare in queste condizioni, i Fratelli musulmani avrebbero dovuto trovare alleati e costruire una coalizione più forte della loro maggioranza elettorale. E invece, secondo errore, si sono accontentati di offrire posti da figuranti ministeriali a personalità di altri ambienti, mentre le decisioni concrete venivano prese nell’ombra dai leader più oscurantisti della fratellanza.

In questo modo, esacerbando le paure e la repulsione dell’altra metà dell’Egitto, i Fratelli musulmani hanno alimentato la sensazione che nel paese stesse nascendo una nuova dittatura.

 

Inoltre, terzo errore, non si sono preoccupati di definire una politica economica soddisfacente che potesse mantenere a galla lo stato. Già indebolita, l’economia egiziana è crollata nel giro di pochi mesi, e i Fratelli hanno aggiunto un forte malcontento sociale al rifiuto politico di cui erano già vittime. Per loro è stata come una sentenza di morte.

 

A quel punto il seguito era prevedibile.

 

Riunendo i più poveri e l’Egitto modernista, si è formata una nuova maggioranza a colpi di petizioni e grandi manifestazioni, e l’esercito è corso in aiuto della contestazione organizzando un colpo di stato con l’appoggio dei partiti laici e di alcune autorità religiose musulmane e cristiane.

 

Non è stato solo l’esercito a rovesciare il presidente Mohamed Morsi, ma anche una larga coalizione che politicamente rappresenta la maggioranza degli egiziani. Ciò non toglie che si tratta di un golpe contro un capo di stato legittimo, che l’esercito ha ripreso in mano il controllo del paese e che l’ondata di arresti nei ranghi dei Fratelli musulmani è ingiustificabile.

 

Certo, questo non significa necessariamente che siamo tornati alla dittatura militare, perché l’Egitto in rivoluzione non si lascerà rubare facilmente le libertà conquistate. Ma resta il fatto che l’esercito è uscito dalle caserme, e non sarà facile farcelo ritornare.

 

Bernard Guetta

È un giornalista francese esperto di politica internazionale. Ha una rubrica quotidiana su Radio France Inter e collabora con Libération

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16 giugno 2013 7 16 /06 /giugno /2013 16:28

Not in my hate (commento pubblicato il 11 giugno 2013 da Luca Soffri)

 

Ieri (10 giugno 2013) alla Camera dei Deputati c'è stato un incontro sui temi dello “hate speech”(odio) su internet.

 

Ha ricevuto lodi e critiche.

 

Io tendo a vedere i bicchieri mezzi pieni e lo giudico una cosa benintenzionata e che ha per la prima volta provato a coinvolgere, nei luoghi dove si fanno le leggi e si prendono le decisioni, un po’ di persone che su internet e i suoi meccanismi hanno competenze un po’ più longeve ed estese.

 

Parlare con gli esperti, è una cosa che la politica fa su molti temi, delegando giustamente alle competenze maggiori le analisi, mentre su internet ognuno pensa di essere esperto e di avere capito tutto.

 

Poi c’erano troppi temi, troppi interventi, obiettivi confusi: ma quello è il mezzo vuoto, a cui aggiungerei anche gli eccessi demolitori pregiudiziali di alcuni.

 

La necessità di dialogo e comprensione che superi la tradizionale macchiettizzazione reciproca incentivata dai media – smanettoni per il liberi-tutti contro imbavagliatori e censori – è secondo me uno dei temi più importanti, e appunto penso che un passetto avanti si sia fatto: malgrado alcuni giudizi suggeriscano il radicamento di questo desiderio di macchiettizzare e sentirsi i-buoni-contro-i-cattivi.

 


L’altro tema su cui era importante essere chiari ieri, è quello della radice della violenza e dell’odio di cui si parla: che non è internet, ma è la società in generale e le persone nei loro comportamenti.

 

Come scrivono gli autori di  Viral Hate, libro sul tema appena uscito, quello fuori da internet è «un mondo dove gli standard tradizionali di onestà, tolleranza e civiltà si stanno rapidamente deteriorando»

Spesso – come in molti casi di bullismi tra i giovani – internet è rivelatrice di violenze che già esistevano taciute, non generatrice.

E le violenze che “amplifica” e moltiplica sono figlie di comportamenti, inclinazioni e modelli che discendono da persone e responsabilità, non nascono lì. Lo ha detto molto bene Rodotà, dedicando tutta la seconda parte del proprio intervento a questo. Mia sintesi: “il problema non è internet, siamo noi”.

Con che faccia vanno a protestare contro le tempeste di insulti e aggressività online coloro che seminano vento ogni giorno – quando non direttamente tempeste – sui giornali, in tv, in politica?

 

Mi sono permesso ieri, rispettosamente, di ricordare che nel luogo dove ci trovavamo sono state elette persone e ultimamente addirittura partiti che del “linguaggio d’odio” sono non solo soventi interpreti, ma che addirittura ne hanno fatto parte fondamentale del proprio messaggio e della propria campagna elettorale.

 

Non vedo convegni o seminari su questo, in giro: e lo capisco, porsi il problema della violenza e dell’odio che dilagano ovunque e di cui siamo tutti responsabili ammazzerebbe qualunque buona volontà, immaginare di poterlo controllare nello spazio di internet è meno frustrante, così come pensare di relegare la questione alle scuole. La repressione è stata sempre una strada più facile dell’educazione, soprattutto di quella degli adulti.

Mi sarebbe piaciuto poter sentire qualcuno dei molti deputati presenti intervenire e difendere questi linguaggi e queste violenze, indiscutibili: non l’hanno fatto, ho immaginato non ce ne fossero, in quell’Aula del Mappamondo.

 

Ho scoperto invece oggi che per esempio c’erano alcuni deputati del M5S, e che con alcuni di loro ha parlato Pietro Salvatori. La disarmante contraddittorietà delle cose che dicono, e la vile sottrazione alla responsabilità, sono palesi.

Mi limito a riprendere una risposta, una sintesi definitiva della confusione tra ciò che è legale e ciò che è responsabile, nel momento in cui si parlava delle conseguenze che può avere la violenza verbale, anche quando si tratta “solo di parole”: «Credo che finché non si commette alcun reato si è liberi di dire quel che si vuole e di leggere ciò che si ritiene più opportuno»

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4 giugno 2013 2 04 /06 /giugno /2013 10:45

 

Una riflessione seria su un metodo ormai invalso ovunque e su ogni argomento, ma soprattutto in politica dove, in nome della democrazia, tende a falsare la democrazie stessa.

 

 

L’insostenibile leggerezza del mestiere di sondaggista

 

L’attenzione che si riversa sui sondaggi anche a urne già chiuse è altissima e il motivo lo si può facilmente rintracciare nell’instabilità del quadro politico italiano e nell’affannosa ricerca di qualcuno che ci predìca scampoli di futuro.


Ma in parallelo, e sono gli stessi protagonisti del settore a denunciarlo, stiamo assistendo al cambio di destinazione d’uso dei sondaggi, da strumento predittivo diventa materiale per la propaganda elettorale. La difficoltà è mantenere la terzietà” ha detto Roberto Weber e gli ha fatto eco Nando Pagnoncelli che ha sottolineato il rischio “di trasformarci in spin doctor”.

 

L’occasione per queste riflessioni è stata fornita da un interessante dibattito sul futuro dei sondaggi organizzato a Trento dal Festival dell’economia, discussione che ha messo attorno al tavolo le più prestigiose griffe.

 

Se Pagnoncelli ha rivendicato la differenza non solo lessicale tra ricercatore e sondaggista (“la stessa che nella fotografia c’è tra Cartier Bresson e Fabrizio Corona!”), nelle parole di Alessandra Ghisleri il confine tra monitoraggio e consulenza pro-attiva è parso molto labile.

 

Blanditi e assediati dalla richieste i guru italiani della demoscopia sono apparsi molto preoccupati, non tanto per il rischio sempre presente in qualsiasi professione di sbagliare clamorosamente le previsioni, quanto delle pressioni alle quali sono sottoposti.  

Pagnoncelli ha fatto autocritica: “Abbiamo sbagliato ad accontentare politici e media in tutte le loro richieste”, perché è praticamente impossibile in un breve lasso di tempo sapere come reagisce l’elettorato all’acquisto di Mario Balotelli da parte del Cavaliere, mentre Weber ha rivelato: “Sapevamo benissimo che tra Marino e Alemanno a Roma c’erano 13 punti di differenza ma abbiamo comunicato una forchetta più limitata perché saremmo stati accusati di condizionare preventivamente il voto”.

 

L’impressione è, dunque, che nessuno riesca a usare i sondaggi per quello che dovrebbero essere, uno strumento di indagine della realtà. Restano delle clave usate per farsi largo o bastonare l’avversario.

 

La loro diffusione, per ora, ci lascia una politica più volatile e incapace di guardare oltre il proprio naso.

 

Dario Di Vico - 4 giugno 2013

 

 

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1 giugno 2013 6 01 /06 /giugno /2013 15:44

 

Un'opinione fuori dal coro


1 giugno 2013

 

Ai funerali laici di Franca Rame, Dario Fo ha recitato un suo monologo inedito di circa sei minuti, con la solita mimica, la solita comicità e, naturalmente, il solito successo e i soliti applausi. Da accapponare la pelle. Non per il contenuto, ché anzi a suo modo ha voluto essere un’orazione funebre in onore della moglie, ma per la forma: della morte non si può e non si deve fare spettacolo.

 

Del resto, è questa la ragione che nei tempi moderni ha vietato le esecuzioni capitali in pubblico. 

 

I funerali hanno un preciso significato per i cristiani. Per loro la morte è solo il passaggio ad una vita migliore, nel seno di Dio. Dunque i commenti riguardano solo il dolore di coloro che hanno perso una persona cara e potrebbero tuttavia sperare – a credere al parroco – nella felicità di rivederla “in Cielo”.

 

Viceversa i funerali hanno un significato ben più angoscioso, per i non credenti. Essi vivono con la coscienza della fine e con essa di tutto ciò che abbiamo sperato, pensato, realizzato. La morte dà la dimostrazione definitiva dell’assurdità della vita, la riprova emotiva ineludibile del nostro infame ultimo destino. A che scopo chiamarsi Wolfgang Amadeus Mozart ed essere il più grande genio musicale se poi, dopo appena qualche decennio, mentre l’umanità intera venera quella montagna di bellezza, l’interessato non la sente più, non l’ammira più, non ne sa più nulla?

 

Il morto non ha più rimpianti ma i sopravvissuti possono ancora condividere l’angoscia che egli ha sentito, nel corso di tanti anni, pensando al fatto che la propria intelligenza, la propria sensibilità, il proprio mondo si sarebbero spenti per sempre, insieme col suo cervello.

 

La morte non è terribile come stato, è terribile come “anticipation”, come idea del suo verificarsi.


La cosa più terribile della pena di morte non è il fatto che si debba morire, destino comune, è la nozione della data dell’esecuzione.

 

E c’è il dolore di chi rimane. Di chi ha perduto la possibilità di manifestare il proprio affetto a qualcuno, e la gioia di vederlo ricambiato; è una luce che si è spenta. La morte scava un solco invalicabile che ci separerà per sempre da chi non c’è più, e ci ricorda che un analogo solco un giorno ci separerà da noi stessi, senza che una lacrima possa uscire dalle nostre orbite vuote.

 

Se qualcuno, dopo tutte queste riflessioni, ha ancora voglia di trasformare la morte in occasione di spettacolo, è semplicemente diverso da noi. The show must go on perché gli spettatori hanno pagato il biglietto, perché dello show i colleghi vivono:

 ma qui, che necessità c’era, di recitare, di aspettare l’applauso?

 

Brano estratto da http://pardo.ilcannocchiale.it/2013/06/01/il_cattivo_gusto_ai_funerali_d.html

firmato da Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

1 giugno 2013

 

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