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22 gennaio 2012 7 22 /01 /gennaio /2012 00:50

 

La conoscenza ha due dimensioni ben distinte: vastità' e profondità'.

 

La vastità' necessita di maestri  per non perdersi, per non soffocare nelle sabbie mobili delle frammentarietà.

 

La profondità' necessita di silenzio, e' personale, nasce dalla riflessione, dall'attualizzazione che me la rende vera, la tocco.

 

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22 gennaio 2012 7 22 /01 /gennaio /2012 00:27

 

Che cosa c'e di solido? niente.

 

Anche la materia, la roccia, il ferro, l'acciaio, che altro sono se non atomi vuoti entro cui i neutrini scorrono liberi e veloci?

 

Dentro di me vive una vita che non conosco: le cellule.

E' una vita intensa composita. Miliardi di miliardi di vite che respirano si nutrono, mangiano e defecano, si muovono e  vivono, vivono nel vero senso della parola vivere.  

Ma vivono insieme, collaborano, e questa collaborazione, questo stare nel ruolo permette a me di essere. Io sono il loro insieme. Nulla posso nei loro confronti, forse qualche medicina, ma da loro dipendo integralmente e ne subisco le leggi di fondo.

 

 

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20 gennaio 2012 5 20 /01 /gennaio /2012 08:11

 

 

kodak

 

20.01.2012

C'era una volta la pellicola... e quanto costava!

Poi c'erano i giorni d'attesa per sapere, per vedere come era venuta.

C'erano le visite di sollecito al fotografo di fiducia

o le ore in un bugigattolo buio a sviluppare.

 

Ora tutto questo muore.

Ora è meglio, ma sono tanti i ricordi che se ne vanno. 


 


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14 dicembre 2011 3 14 /12 /dicembre /2011 07:59

A molti uomini orgogliosi,

soprattutto a quelli che disprezzano il prossimo,

piace credere in Dio…

 

essi scelgono Dio per non inchinarsi davanti agli uomini…

Inchinarsi davanti a Dio è sempre meno umiliante 

 che inchinarsi davanti agli uomini

(L'adolescente di Dostoevskji)

 

PS di tre giorni dopo:

 Caro Dostoevskji,

la tua mi pareva una frase molto vera. L'avevo fatta mia, l'ho persino inserita qui, nel blog, come fosse un mio pensiero.

Ma dopo qualche giorno l'ho capita e l'ho trovata semplicemente diabolica.

E' vero che niente giustifica quello che è male, fosse anche fatto a nome di Dio, però l'uomo sarà mai così puro da poter rivolgersi a Dio "onestamente"?

Pertanto trovo che una frase come questa significhi rinunciare a Dio... ed è questo il "vero orgoglio".


 


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4 dicembre 2011 7 04 /12 /dicembre /2011 17:39

Il primo pensiero umano sistematico, la filosofia greca, parla di una imprecisato caos, la presenza del caos è data per scontata.

Sul che cosa fosse hanno dato numerose interpretazioni, dall'acqua aria terra e fuoco per i presocratici all'atomo casuale di Democrito.

Il caos esisteva, non si va oltre non si danno spiegazioni od origini. Si racconta solo che poi la casualità o un demiurgo a questo caos dettero ordine e il caos divenne "cosa".

 

Gli astronomi, i nostri astronomi, parlano di big-bang. Grande è il loro sforzo per datare questo evento, ma lo danno per certo. Non trovo differenze con il concetto di creazione espresso nella Genesi. Nella Genesi infatti si parla di creazione, cioè di inizio. La descrizione biblica, poi inglobata nel pensiero medioevale, ovviamente è antropomorfica, ma cosa dice di diverso dalla certezza dei nostri astronomi?

 

Ma altri sono i dubbi.

 

Il primo dubbio riguarda il concetto di tempo. Il tempo, sia esso misurato sul neutrino, sulla velocità della luce, sul moto del sole o su quello che vogliamo, rientra nel trittico agostiniano del passato-presente-futuro. Dove il passato non è più, il futuro deve arrivare, ma il presente, unico ad esistere, al momento che lo penso o deve venire o è già passato, posso solo avvertirlo.

 

Secondo dubbio è il concetto di causa. Concordo con Hume che la causa è una nostra invenzione, una nostra facilitazione di comodo, una statistica inventata dalla nostra mente, eppure: da dove veniamo? perché è iniziata questa corsa? dove andiamo? la nostra mente vorrebbe saperlo.

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26 ottobre 2011 3 26 /10 /ottobre /2011 17:22

L'enciclopedia Treccani recita: "L’arte retorica (➔ oratoria) nasce in Sicilia, a Siracusa, con Corace e l’allievo Tisia (5° sec. a.C.), sotto lo stimolo della necessità oratoria, incrementata dalla lotta politica e dalle controversie giudiziarie, in seguito alla fine della tirannia dei Dinomenidi e al ripristino della democrazia. I Siciliani definiscono primo fondamento della r. il problema della ‘invenzione’ (εὕρεσις), del trovare cioè gli argomenti del parlare. Già s’affaccia la distinzione tra essere vero e sembrare vero." 

 

E indubbio che questa storia si ripete ancora oggi in TV, identica, e son trascorsi 2500 anni.

 

Mi manca Santoro. Rivoglio Santoro ....! Lo rivoglio perché più passa il tempo più lo stimo. Oggi, i conduttori rimasti, sanno dove iniziano ma non sanno che messaggio lasciano. Mi paiono nanetti che guidano un gregge di volponi sguscianti e ben addestrati.

 

Santoro era unico nel suo lucido e sfrontato dominio della situazione dialettica. Un vero conduttore che sapeva fare un suo racconto e non si piegava ai tentativi di dirottamento.

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11 ottobre 2011 2 11 /10 /ottobre /2011 14:57

Il fotografo nasce nel mondo dei pittori francesi dell'800. Infatti il fotografo non è altro che un pittore che usa pennelli di tipo diverso. E' un pittore che è passato dalla vernice alla lastra di vetro, e quindi alla plastica, e infine ai bit.

 

Il bit è un impulso elettrico che sfrutta i nostri difetti, cioè la scarsa velocità della nostra retina, altrimenti non ci sarebbe immagine. Se potessimo bloccare il tempo, a video ci sarebbe solo un punto luminoso. 

Ne consegue che la foto digitale è pura fantasia inesistente, ricostruita per noi che la guardiamo, ad uso della nostra retina. Questo la rende simile alla parola.

 

La parola esiste finché è attiva, finché produce onde sonore che titillano il nostro orecchio, poi scompare, resta solo il ricordo. Con la tecnologia, si è ovviato alla precarietà della parola, e oggi anche dell'immagine digitale, ma è sempre un ricostruzione, inaffidabile nella sua complessità e modificabilità. 

 

E' sorta una tecnologia esasperata e costosa, che ci permette di riferire ad altri quanto ha solleticato la nostra curiosità o il nostro sentire.

E' tramite questi bit che presentiamo, in forma di racconto o immagine, il messaggio ricevuto da un fiore, da un tramonto, da un ambiente, da una persona, da un particolare. Riduciamo in bit i nostri pensieri, o le immagini davanti a noi, e lasciamo che le macchine le ricompongano.

 

La retorica era l'antica arte, l'insieme di regole, per la migliore trasmissione del pensiero mediante la parola vocale, la parola che scompare. Quelle regole sono ancora valide nonostante le macchine, anzi dalle macchine vengono esasperate.

 

La fotografia, nata dalla pittura, nella pittura recupera le sue regole. Sono le stesse pur nel mutare delle tecniche e nelle disponibilità tecnologiche. 

Le regole fondamentali della pittura sono sempre quelle: il gusto nella scelta del soggetto, l'universalità del significato, l'intelligente composizione del quadro, la partecipazione viva dell'autore. Al tutto, si aggiunge ora, l'obbligo di una tecnologia di conservazione e riproduzione ai limiti della perfezione.

Pertanto, come l'antica arte della retorica applicata alla parola registrata, così l'arte pittorica si applica all'immagine fotografica.

Non basta un po' di vernice per fare un bel quadro. Le "croste" saranno sempre presenti nei mercatini e nelle gallerie. Ma ci sono anche i bei quadri e autentici capolavori. Altrettanto nel mondo fotografico, non basta una macchinetta supertecnologica per fare una foto artistica, ci vuole altro. Però non mi si dica che la fotografia non è arte. 

 

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10 settembre 2011 6 10 /09 /settembre /2011 10:45


Queste riflessioni si applicano al 99 per cento dei casi. L'un per cento ha altri problemi, rispettabili, ma altri.

 

L'utero o ce l'hai o non ce l'hai e se ce l'hai la natura non fa sconti, la vita la vedi e la vivi in un modo completamente diverso da chi l'utero non ce l'ha.

 

Tralasciando l'aspetto anatomico, l'utero è la prole, è il mandato fisico alla prolificazione, una complementarietà madre-figlio che inizia con il concepimento e finisce quando si inserisce il nipote, cioè un'altra vita.

 

La donna incarna il continuum della specie. E' nel suo DNA la necessità di costruire un nido che le permetta di dedicarsi al futuro, cioè un posto fisico dove acquisire il seme scelto e portare a termine la gestazione fisica e la gestazione educativa della prole. Tutto nella donna è in funzione di questo iter. Il DNA, il replicatore per eccellenza, ha nella donna il suo alleato, la sua macchina perfetta, la sua possibilità di futuro.

 

E tu, che l'utero non ce l'hai, sei solo di supporto. Ella prima provvede a convincerti a donarle la tua parte di DNA, le sue moine servono a questo. Poi ti responsabilizza sul cucciolo che lei ha prodotto, come se fosse colpa tua il suo pancione e quell'esserino urlante e famelico da lei voluto e prodotto, e in nome di cui e per il quale pretende tutto.

 

Certo in campo ci sono altri valori: l'innamoramento, il matrimonio, l'altro come persona. Ma la struttura di fondo, più o meno mascherata, è questa.

 

 

 

 

 

 

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26 agosto 2011 5 26 /08 /agosto /2011 11:47

 

Leggevo sul web che un certo Louis Bromfield avrebbe detto che

"la morte del corpo non è la fine dello spirito, ma solo una tappa del viaggio, come quando nei tempi andati si cambiava diligenza."

 

Io così credevo e ne ero convinto, ma comincio ad esserne meno certo. Infatti non riesco a realizzare chi di me sarà a continuare.

 

E' un fatto che cambio di continuo e... in peggio, per non dire in demenza. Quell'io che oggi sento, che mi rende me, ci sarà ancora? e chi sarà? chi lo sceglierà?

 

Il passato lo sento mio, un io sempre uguale seppur in divenire, in cammino, ma il futuro che vedo davanti è buio, per quanto lo scruti non trovo me. L'esperienza, basata su quelli che mi circondano, mi fa prevedere così cambiato che stento a riconoscermi. Ho un rifiuto.

 

Lo sfascio della vecchiaia, che vado sempre più constatando in me e intorno a me, in parenti e amici, è tale che solo una specie di "nuova creazione" può lasciarmi immaginare un futuro, non può essere un semplice "cambiare diligenza".

 

Ma, allora, di me che resterà? Come potrò ad essere ancora io?

 

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4 agosto 2011 4 04 /08 /agosto /2011 14:40

Cara Gea

durante o dopo una lettura la mia mente viaggia: contempla, sintetizza, cerca, individua altre soluzioni e altri sviluppi ...

 

Poi procedo, incontro  altri concetti, altri pensatori, e allora m'accorgo dell'inutilità del mio sforzo. Avevo partorito un pensiero superato, vecchio.

Qualcuno prima di me c'era arrivato. Sarebbe bastato girare pagina o cambiare volume e la soluzione mi sarebbe stata proposta, il quesito inquadrato, perché...  perché altri avevano già percorso quella strada ed erano andati anche oltre.

Sono situazioni umilianti ed esaltanti allo stesso tempo. Esaltanti perché il riscontro con altri, il sentirmi su sentiero segnato è labile segno di corretto incedere, ma umiliante perché tocco il mio nulla, il nessuno che sono.

 

Aveva ragione Qoèlet (1,10) quando scriveva:

"C'è forse qualcosa di cui si possa dire: Ecco, questa è una novità?

Proprio questa è già avvenuta nei secoli che ci hanno preceduto"

 

 

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  • : Blog di Piero Azzena
  • : Questo blog è solo la mia voce, resa libera dall'età. Questo blog è un memo, seppur disinvolto nei tempi e nei modi, dove chioso su argomenti la cui unica caratteristica è l'aver attirato la mia attenzione. Temi esposti man mano che si presentano, senza cura di organicità o apprensione per possibili contraddizioni. Temi portati a nudo, liberi da incrostazioni , franchi e leali.
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