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28 gennaio 2011 5 28 /01 /gennaio /2011 08:10

 

 

Non la conosco di persona né ho sue foto ma ho visto le foto che espone.

 

Le sue foto presentano gatti abbandonati, corpi sensuali di donne dal volto illegibile, in situazioni di paura, di abbandono, vicino a treni che portano lontano.

 

Il personaggio m'incuriosisce per la sofferenza che proietta. 

 

Ho l'impressione che sia una bella donna, una di quelle donne che vive tra la gente. Un adonna che  si sente fisicamente  desiderata ma, anche se qualcuno l'ha fisicamente penetrata, non ha penetrato la sua corazza o chi l'ha fatto l'ha abbandonata.  

 

Lei avverte che vogliono il suo corpo, avverte il "purché respiri", ma non trova quello che cerca, un approdo sicuro e dolce dove abbandonarsi. 

 

Dentro resta sola, la porta resta chiusa,  sola una finestrina da cui sbirciare.

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17 gennaio 2011 1 17 /01 /gennaio /2011 09:35

Cara Gea

Ormai l'età mi permette di non aver necessità d'atteggiamenti reverenziali. Sono libero, libero di accettare o non accettare le altrui idee. Ma anche alla mia età la libertà ha il solito grande nemico: l'inganno.

 

Per "inganno" intendo il messaggio subliminale presente ovunque. Esso è trasmesso attraverso scritte, suoni o immagini che nascondono al loro interno, come in un codice cifrato, ulteriori frasi o immagini avulse dal contesto iniziale e che rimangono inconsapevolmente nella tua memoria. Questo messaggio meno evidente c'è sempre, sia in colloquio subdolo, sia in quello carezzevole e, persino, in quello ingenuo. Petanto quando ascolto, quando guardo, quando rifletto sul sentito o sul visto, mi sforzo di filtrare le mie acquisizioni ripetendomi a ritornello: "cui prodest?"

 

La locuzione latina "cui prodest?", Wikipedia spiega che deriva dalle parole pronunciate da Medea nell'omonima tragedia di Seneca. Ella afferma: "cui prodest scelus, is fecit", cioè "colui al quale il crimine porta vantaggi, egli l'ha compiuto". ... Il concetto espresso da Medea è alla base di ogni ricerca investigativa: la scoperta di un possibile movente favorisce anche la scoperta del colpevole, o comunque limita il numero dei sospettati. Ma anche nella vita di ogni giorno, domandarsi sempre "cui prodest?" - altrimenti reso con "Cui bono?" - aiuta a rintracciare i fini ultimi e i reali interessi che leggi, decreti o semplici decisioni nascondono, al di là degli alti ideali che sembrano proporsi e garantire. "

 

L'italiano lo capisco, ne conosco le sfumature nei sinonimi utilizzati e nei toni teatrali con cui quelle parole si propongono, così come conosco l'uso dell'immagine nei suoi tagli e dosaggi di luce. Ma la realtà è oltre le parole che odo, oltre le immagini che avverto, ci sono altri "perché" cui devo rispondere per afferrare il momento, per onestà verso me stesso: perché ora? perché così? Il vero messaggio è nella risposta a questi perché.

 

Purtroppo solo raramente la risposta corrisponde esattamente ai suoni e alle immagini fisicamente avvertiti, ma la libertà esige chiarezza sui contenuti ricevuti e sugli obiettivi di chi ti sta davanti. Poi, per stanchezza, alla libertà si può rinunciare, ci si può far trasportare, ma almeno si deve essere consci di cosa si sta concedendo.

 

Un caro saluto

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15 gennaio 2011 6 15 /01 /gennaio /2011 08:54

Cara Gea

non accusarmi di trattare ancora una volta un argomento "triste", ma è l'età e quanto mi circonda che non mi pertemette di dimenticare il tema.

 

Forse la mia età ancora permetterebbe, ma mia madre ha 91 anni e mia suocera 86. Pertanto sono i loro acciacchi, il loro "rantolare", che quotidianamente entrano prepotentemente nella mia esistenza e vi portano l'acre profumo del decadimento verso la realtà finale.

 

Dopo questa scusante arrivo al perché di quest'appunto. Ti sottopongo l'articolo di una persona che stimo, Enzo Bianchi il priore della comunità di Bose, che un amico mi ha inoltrato. Non lo condivido pienamente, tipo il riverbero dell'atto su chi vive accanto al suicida,  ma sono riflessioni molto intelligenti.

 

Intelligenti almeno per chi crede, cioè per chi vive nella convinzione che "la cosa più intelligente da fare" non è tutto e che ci sono parametri di vita da osservare.

 

Lo allego per chi voglia leggerlo.

 

JESUS, gennaio 2011

Caro Diogneto 25

 

Sovente appare all’orizzonte della nostra vita sociale l’evento del suicidio: una persona si dà la morte, decide che per lei morire e uscire da questa vita è meglio che rimanervi. Molte di queste partenze avvengono quasi in silenzio, occultate, ma alcune – a causa della notorietà della persona coinvolta – finiscono per accendere dibattiti sui media. Così è successo di recente: alcuni hanno cercato di leggere l’atto compiuto dal regista Monicelli come coerente alla sua maniera di vivere e al suo carattere, fino quasi ad esaltarlo; altri si sono affrettati a condannare e ad alimentare la triste rissa di chi vuole scontrarsi con gli altri a ogni costo, in nome della propria ideologia e della propria visione della vita e della morte... Così, una decisione tragica diventa un pretesto per riaffermare una contrapposizione tra parti incapaci ancora una volta di ascoltarsi. Se invece fossimo onesti, riconosceremmo che il suicidio è un gesto che appare come un enigma, una domanda muta che esige un grande rispetto.

 

Da quando gli uomini sono sulla terra, alcuni di loro, nonostante la spinta alla vita che li abita fin dal seno materno, vogliono farla finita. Cosa li spinge? Un dolore, una sofferenza insopportabile? Una vergogna insostenibile? Una mancanza di forza nell’affrontare il futuro che viene incontro? La perdita del senno al punto da non sapere ciò che si fa? L’esito di una malattia? Ogni situazione è diversa dall’altra, e se la chiesa ha sempre condannato questo gesto è perché la vita non appartiene all’uomo: essendogli stata data, questi dovrebbe puntualmente ridarla al suo Creatore al momento della morte con un atto, una volontà precisa. Un atto, quello del morire, vissuto a denti stretti nel dolore e nella fatica di comprenderne il senso, un atto compiuto a volte con confidenza e speranza, ma sempre per il credente la morte dovrebbe essere un Amen all’ora che sopraggiunge e che non si può scegliere. Sappiamo che la chiesa nella sua condanna del suicidio è giunta anche a comminare azioni punitive nei confronti di coloro che commettono questo peccato, fino a vietare la sepoltura nel camposanto cristiano, forse per evitare agli astanti il pericolo di un’attrazione seducente verso la libido mortis.

 

Ma se leggiamo le Scritture, troviamo anche in esse, in quanto testimoni della storia umana, l’evento del suicidio. Sansone, eroe investito dello Spirito santo, si diede la morte per far perire insieme a lui i nemici filistei (Gdc 16,28-30); Saul, il primo re unto messia, si gettò sulla propria spada nella battaglia di Gelboe (1Sam 31,1-6); ma anche Razis, l’eroe maccabeo “si piantò la spada in corpo, preferendo morire nobilmente piuttosto che divenire schiavo degli empi” (2Mac 14,41-42). Su questi suicidi la bibbia non esprime condanna né approvazioni, lasciandoli nello spazio dell’enigma. D’altronde, le Scritture ricordano anche le parole di testimoni o profeti che giungono a sentire la tentazione del suicidio nell’ora della persecuzione, della notte tenebrosa, del non senso, come Geremia o Giobbe che malediranno il giorno della loro nascita (Ger 20,14.17; Gb 3,3). Sì, la bibbia ci rammenta la possibilità del suicidio come tentazione anche per gli uomini di Dio! Anche in ciascuno di noi sonnecchia questa oscura possibilità: in certe situazioni c’è la tentazione di farla finita con una vita che non si riesce più a cogliere come tale.

 

Ma l’evento del suicidio, se appare un enigma, è anche sempre fonte di dolore e di colpevolizzazione in chi resta. Purtroppo questo aspetto è spesso dimenticato: il suicidio “uccide” anche quelli che vivevano con il suicida, “uccide” la comunione che esisteva tra loro, uccide la possibilità di comprensione e suscita in chi rimane domande angosciose e senza risposta. Da qui la necessità, di fronte a un suicidio, di astenersi assolutamente da ogni giudizio, e di cogliere invece l’occasione per verificare il “suicidio che ci abita” tutti e che sovente consumiamo senza darci la morte in senso fisico e definitivo.

Oggi, va riconosciuto, la vita assume a volte aspetti insopportabili, con vecchiaie interminabili e sempre più debilitate, con lunghe malattie vissute in un progressivo deteriorarsi e in un accanimento terapeutico disumanizzante. Se in queste condizioni si intersecano solitudini e isolamenti soggettivi e non sempre reali, se si smarriscono le ragioni di senso, allora il suicidio nelle sue varie forme diventa una tentazione. Ma ognuno di noi è chiamato a pensare fino all’ultimo all’amore: all’amore che è capace di dare e all’amore che sa ricevere, perché qui si gioca la dignità e la qualità di ogni essere umano. Continuare ad amare e a essere amati, attraversando le tenebre della malattia, del malessere, della sofferenza, della vergogna: è questa la vera sfida della vita.

 

Enzo Bianchi

 

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9 gennaio 2011 7 09 /01 /gennaio /2011 16:03

Cara Gea

giorni fa son dovuto andare in ospedale per un prelievo e il parcheggio m'ha costretto ad un passaggio davanti all'obitorio.

 

Io non so scrivere poesie ma una riflessione su come si muore oggi l'ho fatta e te la partecipo:

 

Una volta.

Una volta si moriva in casa.

Volenti o nolenti erano tante le distrazioni:

il paese, i parenti, gli amici, i figli, la stessa consorte

che si manifestava addolorata per essere consolata 

e tu tu capivi, tu sorridevi, tu digrignavi,

ma eri libero di reagire come volevi

e, intanto,

ancora una volta non pensavi al dopo.

 

 

Oggi?

Oggi ti portano in ospedale,

ti spersonalizzano in un pigiama,

ti inchiodano a un materasso con una ago chiamato flebo,

ti tolgono la facoltà di decidere,

perché ora sono "loro" che decidono per te, in forza di un giuramento di vita

che "loro" hanno fatto.

 

Poi ti aggravi.

 

Allora ti portano in terapia intensiva.

Silenzio,

intorno a te solo macchinari che

ti spiano anche l'anima.

 

Quando si staccherà l'anima?

anche questo lo sanno "loro"

ma tu…

tu vieni intontito e non sai più se sei sveglio o dormi.

 

E poi? ...poi non lo saprai più.

 

 

Quindi solo apparentemente tutto si svolge in modo diverso perché, a ben considerare, la solfa  è sempre la stessa. La morte fa paura ed è meglio non pensarci.  

 

 

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3 novembre 2010 3 03 /11 /novembre /2010 11:11

 

 Perché ci incontriamo, ci riconosciamo,  
 abbiamo piacere a stare insieme? 
 La filosofia studiata in gioventù mi ha insegnato che  
 "conoscere" è "adequatio rei et intellectus".  
 E questo è vero. Ma non mii ha detto chiaramente,  
 lo imparo solo adesso, che ci sono due tipi di conoscenze:  
 io-esso e io-tu.  
 Io-esso è esperienza, io-tu è incontro.  
 Perciò i nostri sono incontri.  
 E qui la seconda riflessione.  
 Il "tu" che incontro è un volto,  
 una persona ben definita,  
 una persona che conoscevo e che riconosco.  
   
 So pure che Lui mi sta riconoscendo,  
 che io per Lui sono,  
 che io per Lui valgo.  
 Non è come l'incontro con il cassiere,  
 di cui mi sono servito al supermercato, e di cui non ricordo più  
 neppure se era maschio o femmina. 
 L'epifania del volto è, almeno per me, un obiettivo nuovo.  
  Finito l'incontro, lungo o breve che sia stato,  
 conservo nel cuore il rinnovato ricordo  
 di ogni singolo amico incontrato,  
 la sua vita, la sua storia, il suo sorriso,  
 la sua rabbia e anche il suo dolore. 
  Ma è importante anche l'altro dono che mi porto via,  
 cioè la sensazione di non essere solo,  
 il sapere che qualcuno mi pensa, di appartenere,  
 la piacevole sensazione di essere vivo. 
 Dimenticavo di aggiungere che,  
 per me, anche Dio è persona  
 e merita lo stesso trattamento (vedi Isaia cap 55). 
 Ps: Niente di nuovo sotto al sole, gli autori che sto studiando, scoprendo, trasmettendovi  sono M. Bubber (1905-1995) e E. Levinas (1878-1965) 
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30 ottobre 2010 6 30 /10 /ottobre /2010 08:40

Spesso, quando necessita un nick, uso cluedo, è la maschera che mi si adatta di più.

 

Perché?

 

Cluedo è un gioco di società il cui obiettivo, interrogando e facendosi interrogare, è di indovinare la verità su base di indizi distribuiti casualmente tra i partecipanti .

Come nella vita, nessuno ha la verità intera ma tutti ne hanno un po'.

 

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30 ottobre 2010 6 30 /10 /ottobre /2010 08:34

Feb 2010

Da una lettera ad un amico

 

Carissimo...

 

Per me una cosa non è più o meno vera in base alla dialettica di chi la pronuncia o la sostiene o la impone, come capita tante volte.

Mi ricordo che da ragazzi ci hanno insegnato che la verità è "adequatio rei et intellectus" . "Adequatio rei et intellectus" è una teoria gnoseologica nella quale si sostiene che la mente rifletta, senza sostanziali modificazioni, ciò che esiste in sé, fuori di noi.

Io condivido ancora quest'idea, ma so anche che in testa non ho idee semplici, ho idee complesse non raggiungibili con sensi, categorie kantiane o altro e che non sono innate. In me queste idee ci sono perché sono un uomo sociale, perché parlo ma soprattutto ascolto, leggo e rifletto, mi convinco. Ecco il senso della storia, essa mi ha formato. Trovo che tutto in me è fatto di questa cultura ricevuta, di "esperienze di altri" in cui navigo.

L'adequatio allora diventa fatica, diventa discernere, diventa trovare le poche pagliuzze ricche del valore incommensurabile della verità fra tanta paglia dozzinale, ce n'è un'aia intera oltrettutta battuta da venti maliziosi di chi ci vuole dalla propria parte.

Questo è il compito della storia: essa non è la ragione per cui credo in qualcosa ma perché mi offre la possibilità di capire come l'idea è maturata e soppesarne il valore veritativo. Vi invito a tornare sui personaggi che hanno strutturato la nostra fede cristiana, parlo delle prime comunità e dei padri della chiesa, quelli prima di Agostino, che poi aiutano a capire anche Agostino.

Allora la ricerca diventa passione e amore per la Verità, la Verità si slega dal pulpito, e quindi che importanza si può dare a chi l'ha pronunciata? per me nessuna.

Un caro saluto
Piero

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30 ottobre 2010 6 30 /10 /ottobre /2010 08:19

 

Molti anni fa ho rilevato che i punti fondamentali a cui dare risposta e da cui partire sono quattro:

I primi due sono indiscutibili, fanno parte della mia sensibilità, li constato:
(1) io ci sono, ho la certezza di me.
(2) io morirò, ad un certo punto sarò un cadavere, diverrò polvere e di me non resterà traccia.

I secondi due non sono constatabili ma solo ipotizzabili, implicano una mia scelta libera, cioè scevra da condizionamenti:
(3) con la morte finisce tutto o ci sarà dell'altro?
(4) supponendo che ci sia un post- mortem chi ha detto la verità: Cristo, Maometto, Budda... altri?

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30 ottobre 2010 6 30 /10 /ottobre /2010 08:17

In filosofia si dice che la verità è la corrispondenza tra la cosa e l'intelletto.

E' vero, ma la realtà non è mai così semplice. La "res" non è un oggetto ma una cultura immessa,  ficcata dentro da.. dalla mamma dal papà dai parenti, dagli insegnanti, dagli amici, dai nemici, dai conoscenti, dai sentito dire, dai giornali, dalla TV ...  etc  etc.

Questo è il vero problema: chi ci libererà da costoro?

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30 ottobre 2010 6 30 /10 /ottobre /2010 08:14

Come tutti i dilettanti ho un gruppo in cui e con cui mi confronto, si chiama  Fotocommunity

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Présentation

  • : Blog di Piero Azzena
  • : Questo blog è solo la mia voce, resa libera dall'età. Questo blog è un memo, seppur disinvolto nei tempi e nei modi, dove chioso su argomenti la cui unica caratteristica è l'aver attirato la mia attenzione. Temi esposti man mano che si presentano, senza cura di organicità o apprensione per possibili contraddizioni. Temi portati a nudo, liberi da incrostazioni , franchi e leali.
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