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14 marzo 2013 4 14 /03 /marzo /2013 07:21

 

Il nuovo papa è un fatto, ma è l'inizio  del mio sogno?

A questo interrogativo risponderà il tempo. L'inizio c'è tutto, c'è tutto l'insperato.

 

Una croce pettorale in acciaio, al posto dell’oro massiccio, eloquente preludio della rivoluzione che verrà.

Ancora una volta il conclave ha mostrato di possedere un meccanismo misterioso, capace di attivarsi soltanto dall’interno, per divino contagio, rendendo l’elezione del Romano Pontefice diversa da qualunque altro scrutinio “presidenziale”. 
Non si spiegherebbe altrimenti che un organismo diviso e lacerato, come il collegio cardinalizio ha confermato di essere, superi l’asticella proibitiva dei due terzi.
E soprattutto che l’intesa si posizioni comunque al rialzo, convergendo su candidati di profilo alto, e non al ribasso, ripiegando sui traghettatori, secondo logiche da governo di transizione.
Il conclave, nell’ultimo secolo, ha sempre prodotto Papi e governi politici, anche quando l’anagrafe non li faceva sembrare tali. Nemmeno a se stessi.
Jorge Mario Bergoglio ha l’età di Giovanni XXIII e Benedetto XVI, promotori delle due maggiori riforme di questi cinquant’anni: il Concilio Vaticano II e l’introduzione del pontificato a tempo, con le dimissioni di un Papa.
La Chiesa dello IOR e di Watileaks, arenata sulle rive del Tevere, ha scelto la rotta della santità, inginocchiandosi davanti al mondo e chiedendo preghiera.
E come quando si affida ai santi, specialmente se si chiamano Francesco, ha accettato la sfida della imprevedibilità. Con tutte le conseguenze che verranno.

L'Huffington Post  13-3-2013|  Di 

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27 febbraio 2013 3 27 /02 /febbraio /2013 17:58

Una risposta alle mie perplessità, e speriamo che sia così

 


.... La gravità della decisione è stata proprio anche nel fatto che da quel momento (elezione del 19 aprile 2005) in poi ero impegnato sempre e per sempre dal Signore.

  • Sempre — chi assume il ministero petrino non ha più alcuna privacy.

Appartiene sempre e totalmente a tutti, a tutta la Chiesa.

Alla sua vita viene, per così dire, totalmente tolta la dimensione privata.

Ho potuto sperimentare, e lo sperimento precisamente ora, che uno riceve la vita proprio quando la dona.

Prima ho detto che molte persone che amano il Signore amano anche il Successore di san Pietro e sono affezionate a lui; che il Papa ha veramente fratelli e sorelle, figli e figlie in tutto il mondo, e che si sente al sicuro nell’abbraccio della vostra comunione; perché non appartiene più a se stesso, appartiene a tutti e tutti appartengono a lui.

 

  • Il “sempre” è anche un “per sempre” — non c’è più un ritornare nel privato.

La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera.

Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso.

Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro.

San Benedetto, il cui nome porto da Papa, mi sarà di grande esempio in questo. Egli ci ha mostrato la via per una vita, che, attiva o passiva, appartiene totalmente all’opera di Dio.

 

28 febbraio 2013

[Benedetto XVI | Ultima Udienza generale]

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24 febbraio 2013 7 24 /02 /febbraio /2013 11:37

un parere che condivido: 

 

Altrachiesa

Il Papa è un eletto e non un consacrato

di don Aldo Antonelli, da huffingtonpost.it


Diamo atto a Benedetto XVI di un gesto altamente significativo oltre che coraggioso.

 

Il coraggio è patente: grazie a Dio (almeno in questo caso) l’attaccamento al potere non ha obnubilato la coscienza del dovere. Ma è ancor più interessante saper leggere nell’evento, veramente straordinario, la portata, diciamo, demistificatoria e desacralizzante della figura del Papa, sempre vista come una specie di "consacrazione" vita natural durante!

 

Si è voluto ipostatizzare la figura e la funzione del Papa all’interno di un ruolo "sacro", immune dai condizionamenti dell’età, della malattia e della salute. Ben venuto allora questo gesto a ricordarci che il papato è una "funzione" più che una "vocazione", una "elezione" e non una "consacrazione". C’è ancora un lungo cammino da percorrere per sottrarre il papato alla iconografia sacrale e riconsegnarlo alle dimensioni evangeliche del servizio.

 

A cominciare dallo stesso linguaggio che ancora negli anni del terzo millennio di cristianesimo continua a coniugare la figura del papa con il Voi Maiestatico e con appellativi che sono delle vere eresie.

Per esempio il titolo di "Vicario di Cristo", che è quanto meno sconcertante. Nel diritto canonico la nozione di potestà vicaria è molto chiara. Mentre il potere delegato si può usare anche in presenza del delegante, il potere vicario si esercita in assenza di colui che esercita la potestà diretta e sovrana.

 

Dire che il papa è il vicario di Cristo pone i cattolici di fronte a un dilemma angosciante:

  • o Cristo è presente nella Chiesa mediante lo Spirito e allora il potere del papa è praticamente nullo, o almeno strettamente amministrativo,
  • oppure Cristo è assente dalla Chiesa, e allora sorgono gravi problemi teologici.

(11 febbraio 2013 - Micromega)


  •  

 

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14 febbraio 2013 4 14 /02 /febbraio /2013 17:25

 

Parlando della fede devo sempre pensare a quella donna malata, che, in mezzo alla folla, trova accesso a Gesù, lo tocca per essere guarita, ed è guarita. 

 

Il Signore dice: “Chi mi ha toccato?”.

Gli dicono: “Ma Signore, tutti ti toccano, come puoi chiedere: chi mi ha toccato?” (cfr Mt 9,20-22).

 

Ma il Signore sa: c’è un modo di toccarlo, superficiale, esteriore, che non ha realmente nulla a che fare con un vero incontro con Lui. E c’è un modo di toccarlo profondamente. E questa donna lo ha toccato veramente: toccato non solo con la mano, ma con il suo cuore e così ha ricevuto la forza sanatrice di Cristo, toccandolo realmente dall’interno, dalla fede. 

 

Questa è la fede: toccare con la mano della fede, con il nostro cuore Cristo e così entrare nella forza della sua vita, nella forza risanante del Signore. 

 

VISITA AL PONTIFICIO SEMINARIO ROMANO- BENEDETTO XVI -  Venerdì, 8 febbraio 2013

 

 

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14 febbraio 2013 4 14 /02 /febbraio /2013 09:00

 

 

"Il volto della Chiesa - ha detto il Papa - è a volte deturpato da divisioni e colpe" contro la sua stessa unità.

 

"Radunate il popolo, indite un'assemblea solenne, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti; esca lo sposo dalla sua camera e la sposa dal suo talamo".

 

"La dimensione comunitaria - ha spiegato il Papa - è un elemento essenziale nella fede e nella vita cristiana. Cristo è venuto per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.

 

Il 'Noi' della Chiesa è la comunità in cui Gesù ci riunisce insieme: la fede è necessariamente ecclesiale.

 

E questo è importante ricordarlo e viverlo in questo tempo della quaresima:  ognuno sia consapevole che il cammino penitenziale non lo affronta da solo, ma insieme con tanti fratelli e sorelle, nella Chiesa".

 

    Ricordandosi che "il vero discepolo non serve se stesso o il 'pubblico', ma il suo     Signore, nella semplicità e nella generosità".

 

Sono parole molto forti quelle pronunciate oggi (12/2/13) dal Pontefice durante il rito delle ceneri, celebrato in via eccezionale nella basilica di San Pietro.

Le  frasi hanno un loro peso teologico e, quindi, non condivido l'interpretazione che ne dà il giornalista de L'Huffington Post, e i media, a caccia di scoop e segrete trame, quando le interpretano come critica diretta alla curia. Trovo la visione molto più profonda. L'attacco non è alla curia ma al concetto stesso di Chiesa nella Chiesa.

 

Noi siamo la Chiesa, noi che siamo battezzati e perché battezzati.

La gerarchia ha abusato e abusa del suo ruolo. E'  diventata la corda che lega la Chiesa. Forse, per capire, bisognerebbe rileggere alcuni passi sui laici del Vaticano II e del cardinal  Learcaro in particolare.  

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23 novembre 2012 5 23 /11 /novembre /2012 10:19

Laicità: una forma del pensiero e della coscienza che interpreta il mondo

 

Se parlo di testi sacri e premetto di non essere un credente, c'è spesso chi mi dice di non credere a questa mia dichiarazione. E' come se la distinzione tra laicità incredula e religione fosse una questione di argomenti e non di argomentazioni, cioè si suppone che i laici non si occupino di testi sacri, mentre i religiosi si.

Ma la lettura non religiosa dei testi e delle figure della religione è invece all'origine del pensiero laico, ne è stata un cimento originario

 

…  La laicità non si riduce a metodo, è piuttosto una forma del pensiero e della coscienza che interpreta il mondo, come per altro fa anche lo spirito credente.

 

Ma il laico non esclude il credente, né il credente il laico: sono con­sanguinei che interferiscono tra loro anche nella stessa persona, e litigano come Giacobbe ed Esaù nel ventre della stessa madre. L'uno col vessillo del conoscere, l'al­tro col vessillo del credere, ma entrambi fanno l'una e l'altra cosa, in luoghi però diversi della mente e del cuo­re.

 

Talvolta il laico e il credente si spartiscono il territo­rio (a questo le cose del mondo, a quello le cose di Dio) per un compromesso di pace, ma a rischio di falsificare le rispettive nature che, per entrambi, sono invadenti e pervasive.  

 

Stefano Levi Della Torre: Laicità, grazie a Dio. Einaudi, Torino, 2012

 

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6 ottobre 2012 6 06 /10 /ottobre /2012 17:34

 

L'evangelo e le religioni

 

«Supponiamo che l'Europa moderna avesse visto i fedeli disertare le chiese cristiane per adorare Allah o Brahma, seguire i precetti di Confucio o di Buddha, adottare le massime dello shintoismo; rappresentiamoci una grande confusione di tutte le razze del mondo, in cui mullah rabi, letterati cinesi, bonzi giapponesi, lama tibetani, pandit hindu predicassero contemporaneamente il fatalismo e la predestinazione, il culto degli antenati e la devozione al sovrano divinizzato, il pessimismo e la liberazione per mezzo dell' annientamento, in cui tutti questi preti elevassero nelle nostre città templi di un'architettura esotica e vi celebrassero i loro riti disparati; questo sogno, che forse l'avvenire farà reale, ci offrirebbe una immagine abbastanza esatta dell'incoerenza religiosa in cui si dibatteva il mondo antico prima di Costantino».

 

Sapeva lo storico Franz Cumont, che scriveva queste righe nel 1906, fino a che punto i l suo giudizio fosse visionario?

 

Aveva il presentimento della spettacolare apertura del mercato delle religioni che sarebbe avvenuta alla fine del XX secolo?

 

Cumont, tuttavia, scrive una storia de Le Religioni orientali nel paganesimo romano e ciò che lo interessa è descrivere il meltingpot religioso rappresentato dall'impero romano nei primi secoli della nostra era. Per uno strano ricorso della storia, lo stato delle religioni che conosciamo oggi non differisce molto da quello dell'impero romano dove si instaura il cristianesimo. Il crollo delle religioni tradizionali ha innescato un'esplosione dell'offerta religiosa

 

Estratto da Daniel Marguerat, Il primo Cristianesimo. Rileggereil libro degli Atti. Ed. Claudiana, Torino, 2012 

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5 settembre 2012 3 05 /09 /settembre /2012 15:32

Il paradiso dei cristiani si chiama vita eterna.

 

.... La parola « vita eterna » cerca di dare un nome a una realtà conosciuta ma… oggi molte persone rifiutano la fede semplicemente perché la vita eterna non-sembra loro una cosa desiderabile.

 Non vogliono affatto la vita eterna, ma quella presente, e la fede nella vita eterna sembra, per questo scopo, piuttosto un ostacolo.

 Continuare a vivere in eterno – senza fine – appare più una condanna che un dono.  La morte, certamente, si vorrebbe rimandare il più possibile. Ma vivere sempre, senza un termine – questo, tutto sommato, può essere solo noioso e alla fine insopportabile.

 

« Eterno », infatti, suscita in noi l'idea dell'interminabile, e questo ci fa paura,

« Vita » ci fa pensare alla vita da noi conosciuta, che amiamo e non vogliamo perdere e che, tuttavia, è spesso allo stesso tempo più fatica che appagamento, cosicché mentre per un verso la desideriamo, per l'altro non la vogliamo.

 

Possiamo cercare di uscire col nostro pensiero dalla temporalità della quale siamo prigionieri e in qualche modo presagire che l'eternità non sia un continuo susseguirsi di giorni del calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento (qui ho aggiunto il mio interrogativo)?

 Possiamo soltanto cercare di pensare che questo momento è la vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi nella vastità dell'essere, mentre siamo semplicemente sopraffatti dalla gioia  (e anche qui completo con un punto interrogativo)?

 

Dobbiamo pensare in questa direzione, se vogliamo capire a che cosa mira la speranza cristiana, che cosa aspettiamo dalla fede, dal nostro essere con Cristo .

 

 

Brani estratti dalla lettera enciclica "Spes salvi" di Benedetto XVI (art. 10-11) del 30 novembre 2007

 

 

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11 luglio 2012 3 11 /07 /luglio /2012 10:40

      “Quel che resta dei cattolici”. Una ricerca sulla crisi della Chiesa in Italia

Luca Kocci,  “Adista” n. 27, 14 luglio 2012


Quella italiana resta una società cattolica.

 

Questo è quello che appare, limitando l’osservazione alla superficie:

dal punto di vista quantitativo i sacramenti reggono,

l’istituzione ecclesiastica gode di un enorme spazio e ruolo pubblico,

i “grandi eventi” cattolici – dai family day ai raduni giovanili con il papa – riempiono le piazze.

Ma approfondendo la visione, senza fermarsi alle statistiche ufficiali e all’informazione mainstream (tradizionale), si vede con chiarezza che la fotografia non corrisponde alla realtà:

la partecipazione alla messa domenicale è in netto calo,

il popolo di Dio appare sempre più distante – se non indifferente – alle indicazioni della gerarchia,

la società è sempre più secolarizzata.

 

 Quello che rimane, però, non sono macerie e deserto, ma una sorta di sdoppiamento, di «due Chiese»:

la Chiesa «macchina dei sacramenti», istituzionale e gerarchica,apparentemente capillare, solida e potente, ma in realtà fragile e vuota («un immenso edificio ancora sostanzialmente integro nella facciata», al cui interno però sempre più spesso «crolla una parete o un pavimento»);

 

la Chiesa del Vangelo e del «popolo di Dio in cammino», periferica e minoritaria, ma anche vitale e autentica. Con una speranza per il futuro: i laici. A patto che le gerarchie concedano loro autonomia e libertà e a condizione che si prenda atto, senza rammaricarsene, che i cattolici autentici sono ormai minoranza nel Paese e che la società cristiana è un’eredità del passato verso cui non provare alcuna anacronistica nostalgia.

 

È il quadro che emerge dalla ricerca di Marco Marzano (Quel che resta dei cattolici. Inchiesta sulla crisi della Chiesa in Italia, Feltrinelli, Roma, 2012), sociologo dell’Università di Bergamo.

 

Già autore di altre monografie sul mondo cattolico, che, a differenza di analoghi studi, «armato di scarpe buone, di taccuino e di registratore», come scrive egli stesso, non si ferma alla contabilità dei dati, ma attraversa il cattolicesimo reale delle parrocchie – oggetto centrale della sua indagine –, degli oratori, dei gruppi e dei movimenti, interloquendo con preti, parroci, animatori, “cattolici della domenica” e cattolici militanti e impegnati, per fare una radiografia sicuramente non esaustiva, ma completa e veritiera del cattolicesimo italiano, «quello che si intreccia con la vita quotidiana di milioni di italiani, di una massa di persone sistematicamente esclusa dai riflettori delle grandi ribalte mediatiche occupate invece quotidianamente da papi e cardinali».

 

E allora battesimi e prime comunioni resistono non tanto perché i fedeli siano convinti dell’importanza vitale della loro celebrazione, ma

perché sono tappe predefinite dell’esistenza sociale di un cittadino italiano, credente e no, a mezza strada fra «rito magico» e scadenze rituali che segnano la “presentazione in società” di una bambina e di un bambino,

oppure occupazioni pomeridiane (i vari catechismi) da affiancare ed incastrare fra la palestra e la piscina in attesa della festa conclusiva da vivere con amici e parenti.

 

 

 

Quando però il percorso si è esaurito, tranne eccezioni quantitativamente minoritarie

la cresima diventa il «sacramento dell’addio» – addio dalla frequentazione della parrocchia e spesso da qualsiasi forma di cammino di fede,

la penitenza è di fatto già scomparsa,

i matrimoni religiosi crollano anche numericamente (257mila nel 1991, 156mila nel 2008) –  e quelli che sopravvivono in molti casi hanno la motivazione non particolarmente forte della bella liturgia nella bella chiesa del centro storico

si torna a celebrare o a partecipare ad un sacramento solo alla fine della vita, in occasione del funerale, anche in assenza di un analogo rito laico di elaborazione collettiva del lutto.

 

Alle parrocchie in crisi – guidate generalmente da due parroci-tipo:

gli «ordinari», che «tirano a campare» vivendo sulla «rendita» del «residuo radicamento sociale di cui la Chiesa può ancora beneficiare», e

i «rinunciatari», che «hanno decisamente tirato i remi in barca chiudendo i battenti della parrocchia o quasi»,

se non vogliono rassegnarsi all’idea del «rally del prete» che corre da una parte all’altra per celebrare messe ed amministrare sacramenti, restano due possibilità:

gettarsi a capofitto fra le braccia dei movimenti, ufficiali o no – e qui spesso compare la figura del parroco «carismatico» e accentratore –,

oppure

scegliere la faticosa strada tracciata dal Concilio Vaticano II che prevede la «crescita di un laicato autonomo e responsabile», perché «la parrocchia deve diventare la casa della comunità e smettere di essere quella del prete», racconta a Marzano don Marcello, parroco di Santa Rosa, parrocchia della periferia di una grande città.

 

È questa, secondo Marzano, la speranza per i cattolici italiani:

«Una Chiesa umile e di minoranza, libera dalle ansie dell’imperialismo etico e dell’egemonia culturale, in grado di affrontare la crisi del clero e soprattutto di prendere sul serio le domande di espressività e di soggettività che vengono da credenti diventati sempre più adulti».

 

Se i laici saranno in grado «di farsi sentire, di reclamare spazi e autonomie, di protestare contro le scelte sbagliate dei presbiteri e dei vescovi, di polemizzare con i movimenti, di richiedere un passo indietro al narcisismo clericale», «di pretendere di essere trattati da adulti, di vincere i complessi di inferiorità verso le tonache, le timidezze e quel moderatismo che li fa immancabilmente arrestare di fronte alla possibilità di una qualche frattura ecclesiale», forse allora si potrà costruire «una risposta più solida e credibile, meno velleitaria, all’ansia di rinnovamento» che spira da molte parti.

 

Altrimenti resterà solo da intonare il De profundis.

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5 luglio 2012 4 05 /07 /luglio /2012 09:58

Pensieri estratti dalla conferenza di Rémi Brague dal titolo  

La religione e gli dei

 

Nell'Evento Internazionale promosso dal Comitato per il Progetto Culturale della CEI. 

Roma, 10/12 dicembre 2009

Dio Oggi.Con Lui o senza di Lui cambia tutto

 

   

Alcuni anni fa, un quotidiano svizzero ha posto una domanda analoga a diverse personalità: «che cos’è una buona religione?» Successivamente le risposte sono state raccolte in un volume1.

Il passaggio della domanda dalla buona religione ad una buona religione appare legittima sotto il profilo metodico: prima di scegliere occorre definire il criterio di scelta. D’altro canto, operando questo passaggio, si ignora la questione della verità per considerare unicamente la questione dell’utilità; si passa dall’in-sé all’interesse per l’uomo. E, in questo senso limitato, ciò che è buono non è necessariamente ciò che è vero2.

 

Ogni religione pretende di essere l’unica religione vera, o la più vera, eccetera, o almeno è quanto fa sperare ai suoi fedeli. Di conseguenza, l’etica che essa predica deve essere il buon cammino tout court. Un pericolo logico risulta immediatamente evidente: quello di un ragionamento circolare. Ogni religione considererà se stessa la migliore in base alle sue stesse valutazioni. In tal caso, il dialogo sarà impossibile.

Pertanto, ci si dovrebbe chiedere se una religione pretende che tali opposizioni siano situate al suo interno o se, al contrario, essa accetta di farsi misurare in rapporto a un punto di vista esterno.

 

Il Cristianesimo non pretende di dare una nuova definizione del bene e del male, una nuova etica3. La sua etica non è altro che l’etica che consente la sopravvivenza dell’umanità, vale a dire: la sopravvivenza della specie umana e la permanenza di ciò che rende l’uomo realmente umano.

Delle leggi dell’Antica Alleanza esso conserva unicamente il Decalogo. E’ come il regolamento minimo della vita comune degli uomini, che in un’altra sede ho definito, un po’ per gioco, il «kit di sopravvivenza» dell’umanità.

Il Cristianesimo non propone particolari riti salvifici, come i sacrifici. I sacramenti servono a mettersi in contatto, ad aggrapparsi a un evento di salvezza, un evento già avvenuto una sola volta (ephapax), come affermato a più riprese nell’Epistola agli Ebrei (7, 27; 9, 12; 10, 10).

E’ peraltro interessante constatare che, da questo punto di vista, gli Ebrei considerano i cristiani più o meno allo stesso modo in cui i cristiani vedono se stessi. Infatti, li classificano tra coloro che si sottomettono alla sola legge di Noè. Questa legge di Noè consiste in sette comandamenti che valgono per tutti gli uomini e che assicurano la loro umanità distinguendola dall’animalità.

 

 

1 Supplemento culturale (Feuilleton) della Neue Zürcher Zeitung, marzo 2006-marzo 2007, poi U. J. Wenzel (a cura di), Was ist eine gute Religion? 20 Antworten, Munich, Beck, 2007 [non vidi].

2 Si veda Spinoza, Lettre LXXVI à A. Burgh; Opera, ed. J. van Vloten e J. P. N. Land, La Haye, Nijhoff, 1914, t. 3, p. 233; si veda anche Lettre XXX à H. Oldenburg, p. 116.

3  Si veda il mio La Loi de Dieu. Histoire philosophique d’une alliance, Paris, Gallimard, 2005, p. 312.

 

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