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15 agosto 2013 4 15 /08 /agosto /2013 16:31

  

Leggo spesso storie di carcerati proposte da vari movimenti, storie strappalacrime o, almeno, non allegre.  

 

Personalmente parto con una considerazione di fatto: Chi dei condannati non si dichiara innocente?  Eppure il morto c'è, l'oggetto è scomparso, la droga sta lì, etc.

 

Credo che tutti si dichiarino innocenti: o perché sostengono di non aver commesso il fatto o perché commesso su spinta di terzi o perché obnubilati da un momento di follia.

 

Però concedimi il dubbio sulla veridicità della loro esposizione dei fatti. Chi li ha giudicati (in teoria professionisti nell'interpretazione delle situazioni) li ha considerati colpevoli, gli altri giudizi sono solo illazioni basate su notizie più o meno faziose, su impressioni o emozioni.

Chi sono io per giudicarli colpevoli, ma anche per ritenerli innocenti?

 

Consideriamo il caso di questi giorni, carcerati che digiunano per protesta, ebbene in questo caso non accetto il tipo di lotta intrapresa. Non accetto i digiuni, sono autentici ricatti e i ricatti li trovo illegali come, se non più, di una rivolta violenta.

 

Detto questo, però, condivido le idee che animano la protesta. E' vero che  alcuni processi grondano di superficiale ingiustizia, che non c'è la certezza della pena (per cui solo se uno grida, o può gridare, ha ragione), e che i condannati sono ancora esseri umani e come tali vanno rispettati e trattati.

 

Circa il giusto processo, condivido l'opinione ormai diffusa che nell'universo del potere legislativo debba essere fatta pulizia.

In quel settore vanno "rilucidati gli ottoni, l'argenteria e …persino i cessi" e forse non basterebbe. Troppa prosopopea paludata. Nei tribunali non è rara la presenza di incapaci, di carrieristi senza meriti e senza scrupoli, di oziosi irresponsabili e arroganti, di dipendenti statali della peggior specie.

 

Allora perché nessuno affronta una riforma che tutti desiderano e predicano?

 

E' mia personale convinzione che il ritardo abbia un nome e un cognome, Silvio Berlusconi.

Non perché sia lui a non volerlo fare, ma perché nessuno si fida di lui sull'argomento  e, questo, blocca tutti. E' il vero ostacolo a una riforma della giustizia. Speriamo che si tolga di mezzo e possano finalmente operare.

 

Circa la certezza della pena, non mi piacciono i ricatti e gli indulti.

O c'è una legge sbagliata o niente, sottolineo niente,  giustifica perché "dieci" anni si riducano a "cinque", se non meno.

Incertezze e indulti creano prepotenze e disuguaglianze, false illusioni in chi subisce la pena e paura o rabbia nelle vittime dei condannati (vedesi i casi di stalking e femminicidio).

Quando si parla di carceri (e Pannella è fulgido esempio) ci si dimentica, sempre, della vittima del condannato, sia che essa  abbia un nome o che sia la collettività.

Non mi piace che ci sia un capovolgimento, la vera vittima non è il condannato, ma chi ha subito l'azione del condannato.

Pertanto insisto nell'affermare: se il danno è intero, perché la pena deve essere dimezzata?

 

Altra ingiustizia, la vera ingiustizia è nel rispetto del condannato.

Si pensa al ponte sullo stretto, alla TAV, alle missioni in Kossovo o Afganistan e non si pensa a fare nuove carceri, agli spazi per questi reclusi, voluti isolati dalla Società civile perché la società possa vivere serena e in pace. Spazi, cure mediche e psicologiche e non condoni. E' prioritario a tante, ma tante spese statali.

 

 

Non dimentichiamoci che la nostra tranquillità ha un costo. Non  mi trovo d'accordo a barattare la tranquillità con i soldi: li libero ma non faccio le carceri. Un errore che non vorrei più vedere.

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