Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
9 aprile 2020 4 09 /04 /aprile /2020 16:28

 

 Nella Bibbia troviamo un libro titolato “Giobbe”.

 

Giobbe è un personaggio di fantasia con cui Israele indaga sui rapporto tra Dio, il Grande, e la "mia" vita reale, concreta, nei suoi alti e bassi, soggetta a gioie e piaceri ma anche a sofferenze o ingiustizie.

 

Considera la dottrina dei saggi, di allora e di oggi, che vedono sempre una correlazione tra la moralità di una persona e il suo benessere, e questo compito è affidato  ai tre amici.

 

Ma l’autore di Giobbe, in perfetto stile ebraico quello che ama dialogare con Dio, ci indirizza e accompagna a riconoscere un'altra via, la sapienza in Dio. Niente accade per caso, tutto ha una finalità, tutto è inserito in un progetto sapiente, forse doloroso per l’individuo o il gruppo, e dove non tutto del Suo modo di agire si può capire. 

 

La tesi del racconto si compendia quindi nell'affermazione finale: una sapienza così grande, che dirige l’intero universo, deve certamente saper dirigere anche il corso degli eventi umani, benché l’uomo non lo percepisca. Il libro diventa così un invito alla fede, alla fede autentica, quella senza prove, dimentica di Aristotele e dei miracoli, dove regna solo la fiducia, come quella dei bimbi.

 

L’uomo moderno, che ha scoperto i segreti della materia, trova che quasi tutte le meraviglie della natura, ricordate in questo libro che risale a 2500 anni fa ed è inserito nella scienza di allora, sono dei piccoli fenomeni insignificanti o semplici credenze. 

 

Ma anche agli scienziati di oggi Dio potrebbe porre tante domande che li lascerebbero tutti senza risposta, proprio così come rimase Giobbe. E se questi scienziati avessero un po’, ma solo un po’, di modestia, sarebbero costretti a ripetere le stesse parole di Giobbe: 

 

Sì, ne ho parlato; ma non lo capivo;

sono cose per me troppo meravigliose e io non le conosco”. (42:3).

 

 

Riporto qui un testo che hanno aiutato ed alimentato le mie riflessioni. E’ un testo reperito su web, libero da copyright, che sintetizzo in libertà ma con onesta fedeltà.  E’ parte di un corso tenuto presso la Facoltà biblica in Milano titolato "esegesi da ketuviym” del dr. Gianni Montefameglio.

 

 

La premessa

 

Il monologo di Giobbe (cap. 3) è  la scintilla che fa scaturire tutta la discussione successiva: Giobbe, senza toccare direttamente Dio, maledice il giorno della propria nascita e dichiara che sarebbe stato meglio per lui morire come un aborto finendo nel soggiorno dei morti, anziché patire le sofferenze che gli sono piombate addosso. È un quadro che mostra tutta l’acerbità di una persona che si sente colpita senza ragione. 

 

Al linguaggio così acceso di Giobbe ribattono i suoi tre amici con tre discorsi ciascuno. 

 

1 - La tesi degli amici

 

Essi non fanno che ricalcare la dottrina dei saggi: vi è sempre correlazione tra la moralità di una persona e il suo benessere. Giobbe soffre dunque perché è un peccatore. Solo un colpevole può soffrire, per cui non resta a Giobbe che proclamarsi un criminale e chiedere umilmente perdono a Dio. Quest’accusa, che nei primi discorsi è solo accennata, diviene formale nel seguito del loro ragionamento. 

Sembra di sentire gli apostoli di Yeshùa davanti al poveraccio che era nato cieco: “Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?” (Gv 9:2).

 

Comunque, la teoria dei presunti amici di Giobbe era vera solo in senso generico: il male proviene dal peccato umano. Se tutte le persone vivessero come dovrebbero, il mondo sarebbe di certo molto diverso dall’attuale. Lo sbaglio degli amici di Giobbe consisteva però nell’applicare ad un individuo ciò che è vero solo in senso generale

 

1.1 La  risposta di Giobbe

 

Al contrario dei suoi amici, Giobbe parte dal caso individuale e concreto: si muove partendo dalla sua esperienza. Perché mettere al mondo un uomo che deve soffrire tanto? Questa la domanda che Giobbe si fa. E arriva a questa conclusione: Dio lo tratta da nemico, e lui non ne sa neppure il perché. 

 

Nella sua fede in Dio quale Padrone del mondo, Giobbe pensa di essere nemico di Dio forse per natura, come il grande mostro marino che Dio debellò nel suo atto creativo: 

  • “Sono io forse il mare o un mostro marino che tu ponga intorno a me una guardia?”. 
  • “Signore, perché dai importanza all’uomo? Perché gli presti attenzione? Perché lo controlli ogni giorno e ogni momento lo metti alla prova? Fino a quando terrai gli occhi su di me? Non mi lasci neppure ingoiare la saliva! 
  • Se ho peccato, dimmi che cosa ti ho fatto.Tu che controlli gli uomini, perché mi prendi come bersaglio, e ti sono tanto insopportabile? Perché non perdoni i miei errori e non cancelli le mie colpe? 
  • Presto tornerò alla polvere. Mi cercherai, ma io non ci sarò più”.

 

Se Dio fosse un avversario umano, Giobbe potrebbe appellarsi ad un giudice. Ma Dio è allo stesso tempo giudice e accusatore onnipotente; nessuno può obiettargli: “Che fai?”. La sua volontà è dunque la sola arbitra della giustizia. 

  • “Egli dice: «Chi mi convocherà?»” (9:19). 
  • “Io sarò condannato; perché dunque affaticarmi invano?” (9:29). 
  • “Dio non è un uomo come me, perché io gli risponda e perché possiamo comparire in giudizio assieme. Non c'è fra noi un arbitro, che posi la mano su tutti e due!”. - 9:32,33. 

 

Questi passi sono ritenuti blasfemi da alcuni puritani religiosi. Costoro non conoscono la

Scrittura. Si noti, piuttosto, l’immediatezza con cui l’ebreo (Giobbe lo era per fede) si rivolge a Dio da persona a persona. L’ebreo sa anche discutere con Dio, come fece Abramo (Gn 18:20-33); sa anche lottare contro Dio, come fece Giacobbe (Gn 32:28). 

 

Il fatto è che l’ebreo si ribella al pensiero che Dio sia pura potenza irresponsabile: un tale Dio non sarebbe più Dio. È per questo che Giobbe ammonisce i suoi amici: Dio non ha bisogno di essere difeso con le menzogne. È inutile proclamare Giobbe ingiusto, mentre, di fatto, non lo è, e Dio lo sa. Non si difende così la giustizia di Dio

 

È assurdo affermare che la giustizia di Dio si attui in pieno in questo mondo. Questo è un

fatto. “L'uomo, nato di donna, vive pochi giorni, ed è sazio d'affanni. Spunta come un fiore, poi è reciso; fugge come un’ombra, e non dura” (14:1,2). “L'uomo muore e perde ogni forza; il mortale spira, e dov'è egli?” (14:10). Ciò costituisce un mistero per Giobbe, eppure – lui pensa - una soluzione ci deve essere.

 

1.2 Giobbe viene poi folgorato da un’altra idea

 

“Oh, volessi tu nascondermi nel soggiorno dei morti, tenermi occulto finché l'ira tua sia passata, fissarmi un termine, e poi ricordarti di me! Se l'uomo muore, può egli tornare in vita? Aspetterei fiducioso tutti i giorni della mia sofferenza, finché cambiasse la mia condizione: tu mi chiameresti e io risponderei, tu vorresti rivedere l'opera delle tue mani”. – 14:13-15.

 

Sembra che Giobbe si attenda una riconciliazione prima di morire o forse anche nell’aldilà. Tuttavia, questo secondo senso è alquanto problematico.

 

Si tratta della replica di Giobbe al secondo discorso di Bildad. In questa replica, dopo aver 

proclamato ancora una volta la propria innocenza, dopo aver elevano un ennesimo lamento per le sue sofferenze fisiche e morali, apre il cuore ad una speranza insopprimibile: Dio mostrerà pubblicamente la sua innocenza.

 

Proclamazione dell’innocenza di Giobbe in una visione divina. Questa è la soluzione

più semplice [sono  tante le ipotesi che la storia ricorda, paradiso etc]. Quella che si adegua meglio al contesto. 

 

Infatti, 

  • dopo il colloquio senza conclusione con i suoi tre amici, 
  • dopo che loro non lo vogliono sentire, 
  • dopo che la sua innocenza è derisa con la presunta prova dei mali capitatagli che dimostrerebbero la sua colpevolezza, 
  • dopo tutto questo, Giobbe non può sperare altro che in Dio. 

Nessuno gli crede. Gli rimane solo Dio. E Giobbe presagisce che prima di morire potrà vedere Dio e ricevere così l’attestazione divina della sua innocenza.

 

Dopo l’intuizione che la sua innocenza sarebbe stata proclamata da Dio stesso, Giobbe torna a riconsiderare il mondo ingiusto e pieno di malvagità:

“Sale dalle città il gemito dei moribondi; i feriti implorano aiuto, e Dio non si cura di queste infamie!”. (24:12)

 

L’ultima replica di Giobbe è una professione di innocenza: “Se ne ho mangiato il frutto senza pagarla [la terra], se ho fatto sospirare chi la coltivava,che invece di grano mi nascano spine, invece d'orzo mi crescano zizzanie!”- 31:39,40.

 

A questo punto, il poeta che compose Gb commenta: “Qui finiscono i discorsi di Giobbe”. (31:40)

 

La condotta di Giobbe non è quella di uno stoico insensibile, ma quella di uno che soffre e che si sente ribollire dentro la ribellione. In più, egli si esprime in una poesia che ama

l’iperbole. Da buon orientale non rifugge dalle esagerazioni, che alla nostra mentalità occidentale suonano eccessive. Del resto, egli conserva la sua fiducia in Dio cui si abbandona. 

 

Alla fine deplora la sua impazienza e chiede per questo il perdono di Dio, dicendogli: 

“Ecco, io sono troppo meschino; che ti potrei rispondere? Io mi metto la mano sulla bocca. Ho parlato una volta, ma non riprenderò la parola, due volte, ma non lo farò più” (40:4,5). 

“Chi è colui che senza intelligenza offusca il tuo disegno? Sì, ne ho parlato; ma non lo capivo; sono cose per me troppo meravigliose e io non le conosco”, 

“Perciò mi ravvedo, mi pento sulla polvere e sulla cenere”. - 42:3,6. 

 

Chi giudica blasfemo il linguaggio di Giobbe, preghi Dio che non giunga per lui il momento

dello sconforto e della prova in cui si senta solo e abbandonato da tutti, perfino inascoltato dal Signore. 

 

Giobbe fu sincero, ma non perse la sua fede nel goèl supremo {goʾel: è, nell'antico diritto ebraico, il parente prossimo a cui incombe il dovere di difendere i suoi}. Chi critica Giobbe, forse in una situazione simile potrebbe perdere del tutto quella fede di cui ora si vanta.

 

1.3 Interludio

 

Nei capitoli 28 e 32-37 si ha un interludio che è costituito 

  • dall’elogio della sapienza divina (cap. 28) e 
  • dai discorsi di Eliu, il quale inizia a parlare all’improvviso senza alcuna presentazione e dopo quattro discorsi si ritira definitivamente nell’ombra. - Capp. 32-37. 

 

L’elogio della sapienza non fa altro che preparare e confermare il discorso divino. I discorsi di Eliu sono un tentativo per rendere più comprensibile la tesi tradizionale degli amici di Giobbe. 

 

Secondo questo interlocutore, il sofferente Giobbe fa male a lagnarsi di Dio, 

  • perché la disciplina è dolorosa ma va accolta umilmente (33:23-33); 
  • se l’uomo grida invano a Dio è perché non chiede con umiltà e fede, senza condannare gli altri. (34:9-16). 
  • Dio, così grande e sapiente quando si rivela nell’uragano e in altri fenomeni celesti, non può essere capito dalla limitatezza umana. - Capp. 36,37. 

 

Eliu è un giovane baldanzoso (32:6) che non aggiunge nulla di nuovo al libro. In parte

accoglie la tesi degli amici di Giobbe e in parte preannuncia ciò che Dio stesso dirà. 

 

I discorsi di Eliu seguono lo schema della discussione sapienziale degli amici di Giobbe, ma si diffondono di più e presentano il metodo rabbinico di citare le sentenze avversarie e di ribatterle: 

“Davanti a me tu dunque hai detto (e ho udito bene il suono delle tue parole): …” (33:8), 

“Giobbe ha detto: «Sono giusto, ma Dio mi nega giustizia»” (34:5), 

“Infatti ha detto: All'uomo non giova a nulla avere la benevolenza di Dio»” (34:9),

“Credi tu d'aver ragione quando dici: «La mia giustizia è superiore a quella di Dio»?” (35:2), 

… e così via.

 

2. L’intervento divino

 

Quando l’uomo tace non v’è ulteriore possibilità che quella di udire la parola stessa di Dio (38:1-42:6). Dio parla dal centro di un turbine. I suoi discorsi sono di una poesia scintillante, comunque pertinente alla discussione. 

 

Il discorso che Dio fa non intende affatto rispondere al problema: secondo lo stile ebraico, esso vuole solo indicare che Dio è sapiente, così sapiente che non tutto nel suo modo di agire si può capire. 

 

L’ebreo Paolo conosce molto bene questo concetto, tanto che afferma:

“Non con sapienza di parola . . . la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio; infatti sta scritto: Io farò perire la sapienza dei saggi e annienterò l'intelligenza degli intelligenti. Dov'è il sapiente? Dov'è lo scriba? Dov'è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazza la sapienza di questo mondo?

Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione. I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza . . . predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio; poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini . . . non ci sono tra di voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili; ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, perché nessuno si vanti di fronte a Dio. Ed è grazie a lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione; affinché com'è scritto: Chi si vanta, si vanti nel Signore”. – 

1Cor 1:18-31, passim.

 

Sapienza di Dio e saggezza dell’uomo sono reciprocamente stoltezza l’una all’altra

 

Questo concetto viene indicato con una serie di paradossi con cui si descrive la realtà così come appariva all’ebreo di allora: nessuno ne nega l’esistenza, anche se non si può comprendere del tutto. 

  • In una serie di domande cui l’uomo non sa rispondere, 
    • Dio domanda a Giobbe di chiarirgli l’origine dell’aurora, della luce, delle tenebre, del gelo, dei venti, dell’erba, della grandine e di molti altri fenomeni naturali (38:1-40:5). 
    • Dio domanda a Giobbe se sia stato lui a riunire le stelle di Orione e delle Pleiadi - vale a dire le sette stelle della costellazione del Toro -, così dette perché sotto il loro segno i greci iniziavano a navigare (πλέω, plèo, “navigare”, da cui appunto Pleiadi).
  • Perfino gli animali fanno risaltare l’ignoranza e la debolezza umane.

 

“Allora il Signore rispose a Giobbe dal seno della tempesta, e disse: 

«Chi è costui che oscura i miei disegni con parole prive di senno? 

Cingiti i fianchi come un prode; io ti farò delle domande e tu insegnami! 

Dov'eri tu quando io fondavo la terra? Dillo, se hai tanta intelligenza»”. (38:1-4).

 

In un secondo discorso Dio sceglie tra le sue opere terrestri l’ippopotamo e il coccodrillo per mostrare come tutto sia stato compiuto con arte superiore alla capacità umana. (Cap. 40.) 

 

Sembra che Dio ponga una sfida a Giobbe (e a noi stessi): “Io ti farò delle domande e tu insegnami!”. 

 

L’uomo moderno, che ha scoperto i segreti della materia, trova che quasi tutte le meraviglie ricordate da Dio sono dei piccoli fenomeni insignificanti. Ma anche agli scienziati di oggi Dio potrebbe porre tante domande che li lascerebbero tutti senza risposta, proprio così come rimase Giobbe. 

 

E se questi scienziati avessero un po’, ma solo un po’, di modestia, sarebbero costretti a ripetere le stesse parole di Giobbe: 

Sì, ne ho parlato; ma non lo capivo; sono cose per me troppo meravigliose e io non le conosco”. (42:3).

 

Ecco, quindi, la risposta che Dio diede a Giobbe

 

Una risposta che non è una risposta, perché lascia tutto il problema aperto. 

 

Una sapienza così grande che dirige l’intero universo 

deve certamente saper dirigere anche il corso degli eventi umani, 

benché l’uomo non lo percepisca

 

Il poeta ispirato non tenta di rendere intelligibile il mistero del male: confessando i limiti della propria ragione si affida con fede a chi è grande e potente e sapiente tanto da dirigere un mondo così disordinato. 

 

Il problema non ha bisogno di risposta per chi si affida con fede alla sapienza di Dio che vuole solo il bene. Questa è l’esperienza carica di significato che Giobbe fa nella teofania finale

 

Condividi post

Repost0
9 novembre 2019 6 09 /11 /novembre /2019 22:20

Non ho ancora letto il libro di Romano Penna (L' ambiente storico-culturale delle origini cristiane. Una documentazione ragionata) ma mi ha impressionato questa recensione trovata su web, è il mio modo di essere cristiano.

 

Questo il brano:

 

Non si può conoscere a fondo il Cristianesimo se non si conoscono la terra, l'aria, l'orizzonte dei suoi primi passi.

 

E quei primi passi il cristianesimo li ha fatti. Non è nato già definito, chiaro, adamantino.

 

Quei passi li ha percorsi prima in Israele da cui ha assorbito anche il DNA, poi in terra greca della cui lingua si serviva per parlare, e infine in terra Romana dal cui governo dipendeva.

 

E' storia che Cristo abbia solo predicato e che gli apostoli non fossero dei grafomani (eccezion fatta per Paolo, che però di Cristo aveva solo sentito parlare, almeno fisicamente) e che tra le parole di chi le pronuncia e la comprensione dell'uditore c'è sempre il filtro della Weltanschauung individuale. Cioè le parole hanno sempre sfumature diverse, individuali, e chi parla non può essere certo che l'altro interpreti esattamente il suo pensiero, o con quali categorie lo segua.

 

Quanto del nostro cristianesimo, quello oggi predicato, quello che ci è richiesto, è frutto di accomodamento, di fusione o di mistura?

 

Che cosa ci hanno raccontato quei signori per 30-50, prima di mettere nero su bianco quello che si ricordavano?

 

Nello specifico penso all'etica filtrata dalla "formalità" ebraica, agli episodi miracolistici molto simili alle attività delle sibille latine, alle statue delle chiese ridotte a riproduzione dell'Olimpo, alle sottili filosofie che valutano con disprezzo il semplicismo, fino a inficiare la validità del ragionamento e reinterpretarlo con un sorriso.

 

Le spiegazioni che poi si dettero sono tante, tra cui lo Spirito Santo. Spiegazioni tutte valide, però cosa si è nascosto dietro quei veli? Che cosa si è conservato del messaggio di Cristo, di quell'uomo nato e morto 2000 anni fa? Che cosa si è aggiunto?

 

R. Penna  "L'ambiente storico culturale delle origini cristiane", ed. Dehoniane, 1984

Condividi post

Repost0
22 luglio 2019 1 22 /07 /luglio /2019 15:41

(Brano tratto da una intervista di Jesús Bastante al teologo José María Castillo, gesuita spagnolo, apparsa su Religión digital il 24 luglio 2018.

Per prima cosa, le chiese primitive si diffusero attraverso l’Impero senza conoscere il vangelo, poiché l’apostolo di quelle chiese fu principalmente san Paolo. Paolo non conobbe Gesù, e perciò nemmeno il vangelo. Ciò che egli visse nel famoso episodio sulla via per Damasco quando, così si narra, cadde da cavallo (sebbene la storia non menzioni alcun cavallo), fu l’esperienza del Risorto. Ovvero: Cristo, non più di questo mondo, ma oltre questo mondo, nella pienezza della sua gloria nell’eternità.Rimane  il fatto che Paolo non conobbe Gesù. Di più: l’apostolo afferma, nella Seconda lettera ai Corinzi, che il Gesù incarnato (cioè il Gesù umano) non rientra fra i suoi interessi.


La chiesa oggi è più Paolo o più Pietro? O forse nessuno dei due?
La chiesa non si riduce né a Pietro né a Paolo.
Se con Pietro intendiamo la chiesa che proviene dal Gesù storico, chiaramente il vangelo segue più Pietro. Mentre dalle lettere apostoliche che Paolo ha inviato alle chiese sparse per tutto l’Impero, dall’Oriente alla Spagna, deriva una chiesa elaborata da Paolo a partire dalla sua esperienza del trascendente, del Risorto. E molto condizionata dalle sue idee e dalla sua formazione: egli si formò nella cultura greca, fu molto influenzato dal pensiero stoico e sembra si possa affermare che fosse influenzato da correnti gnostiche. E tutto questo non è Gesù: si tratta di altro, di altre vie.
1.    Da notare è anche che i vangeli iniziarono a diffondersi dal 70 d.C., circa quarant’anni dopo la morte di Gesù, quando la chiesa si era già organizzata in comunità e assemblee nelle grandi città dell’Impero. Questo è il primo problema.
2.    Il secondo è che le assemblee che organizzavano le chiese di Paolo non avevano dei templi, delle chiese come oggi le intendiamo (nel senso degli edifici). Si riunivano in case, che dovevano però essere grandi, e solo i ricchi e i potenti disponevano di grandi abitazioni. Pertanto, la chiesa si organizzò attorno alle case della gente ricca e importante, e dunque attorno ai loro interessi.
3.    Un terzo fattore, che molti non tengono in considerazione, è che nei primi secoli l’Impero era bilingue: si parlavano soprattutto greco e latino. Ma i vangeli furono scritti in greco, che era la lingua della gente colta, di un certo livello sociale, culturale ecc. E i poveri, che facevano? Quello che han sempre fatto e che seguitano a fare: stavano ai margini. La prima traduzione della Bibbia di cui siamo a conoscenza non è quella del 180 d.C. (siamo già un secolo e mezzo dopo la morte di Gesù). Secondo Tertulliano, è nel III secolo che si hanno notizie di una traduzione della Bibbia in latino. Pertanto, nei primi due secoli il popolo non poteva conoscere il vangelo.
4.    Vi è un quarto fattore molto importante: all’inizio del IV secolo avviene la famosa “conversione di Costantino”. A partire da quel momento, la chiesa comincia a godere di diversi privilegi. Non mi dilungherò su questo aspetto, ma conviene tenerne conto.

 

Fu poi Teodosio a dichiarare il cristianesimo religione ufficiale dell’Impero.


Sì: l’imperatore Teodosio fece un passo in più rispetto a Costantino. Costantino permise al cristianesimo di manifestarsi come religione e Teodosio lo dichiarò unica religione di stato, così tutte le altre religioni divennero clandestine. 
Da quel momento fino all’inizio del VI secolo ha origine un fenomeno che è stato studiato con attenzione da uno degli storici più competenti in materia, se non il più competente al mondo: Peter Brown, professore a Oxford, autore del libro Per la cruna di un ago. Brown dimostra come in quella fase si produsse un fenomeno sorprendente: l’ingresso in massa delle persone più ricche e potenti nella chiesa. Il processo giunse fino al caso estremo di alcuni che vennero nominati vescovi senza nemmeno essere battezzati: il caso più noto è quello del vescovo di Milano, sant’Ambrogio. Ambrogio era catecumeno, e da catecumeno venne consacrato vescovo, perché lo ritennero l’unico in grado di governare una chiesa ingovernabile, a causa della situazione troppo complessa. Così avvenne anche in Gallia e nella Spagna romana.
Vorrei tornare su un altro aspetto che mi sembra estremamente importante: il vangelo non è una teoria, è uno stile di vita. Ed è presente nella misura in cui viene vissuto. Se così non fosse, avremmo un mucchio di teorie, di detti evangelici convertiti in detti popolari; ma una cosa è raccontare, altra cosa è vivere. 
Ed è questo il problema della chiesa: che abbiamo una istituzione bene organizzata, ben gestita e strutturata, ma al contempo lontana e distante dal vangelo. Certamente vi sono anche persone, movimenti e gruppi che lo vivono, che si sforzano di viverlo. Ma troppi segni sono scandalosi.
 

Condividi post

Repost0
7 luglio 2019 7 07 /07 /luglio /2019 10:28

Commenti alla liturgia di questa domenica (LC 10,1 ss)

 

Per cominciare vorrei precisare che i prescelti ed inviati erano solo alcuni dei seguaciesattamente 72, cioè 6 volte 12. E questo sicuramente ha un significato, potrebbe anche significare che i 72 valgono metà di quanto valgono gli apostoli che sono 12 come le tribù di Israele. Certamente dice che non tutto Israele ha il mandato ufficiale a trasmettere la dottrina, almeno stando ad una avventurosa cabala.

 

Ma nell’interpretazione che il mio parroco ne ha dato nell’omelia di questa mattina c’è una cosa che non condivido, io non sono uno dei 72 pertanto perché mi viene affidata una mansione che non mi compete? Mi suona come uno scarica barile.

 

 Io sono dopo il 72. Sono il 73° o oltre, forse il 73 milionesimo. Seguo in silenzio. Ascolto e non mi nascondo.

 

Dietro questo rilievo si cela la vera domanda: chi è la Chiesa? I 12 o i 72 o gli altri anonimi e non-contabili , i tanti?

 

Il vangelo era interessante, diceva tante cose, i commenti invece mi son parsi politicamente fuori tema

 

Condividi post

Repost0
7 maggio 2019 2 07 /05 /maggio /2019 06:30

 

Una pagina di politica autentica nella chiesa del primo secolo

 

Domenica scorsa, 5 maggio, abbiamo letto un vangelo strano, quasi sdolcinato (GV 21,1ss). Poco convinto, ho cercato ed ho trovato come l’esegesi, anche cattolica, interpreta l’episodio. Un’interpretazione che scopre delle “manine” che hanno manovrato i dati.

 

Il brano che qui riporto è estratto dall’articolo “Commento esegetico e teologico al cap. 21 di Giovanni” del teologo Giovanni Lonardi. Un articolo duro ma dal sapore di verità. Un articolo che guarda sotto il tappetto.

 

Ho un solo commento: la polvere c’è e il tappetto pure, perché non affrontare l’argomento? Non è vero che la verità fa male.

 

Quanto al contenuto e al senso di questo cap.21, questo va colto, a nostro avviso, come una sorta di atto di riconciliazione tra le comunità palestinesi, già istituzionalizzate e che riconoscevano come loro punto di riferimento Pietro, e quella giovannea, che invece assegnava tale primato al Discepolo Prediletto.

 

Si è già più volte accennato nel corso dei nostri commenti ad una rivalità tra queste due aree ecclesiali e come la figura di Pietro uscisse sempre piuttosto malconcia dal confronto con il Discepolo prediletto4. Si tratta di una conflittualità che si assopirà per poi scomparire molti anni dopo la morte del Discepolo Prediletto, avvenuta verso la fine del I sec., dopo la quale si era resa necessaria anche per la comunità giovannea una sua istituzionalizzazione.

 

Un segnale di questa rappacificazione tra la comunità giovannea e quelle palestinesi è, come si è detto poc'anzi, il cap.21, una sorta di appendice integrata dal redattore finale probabilmente intorno agli anni 110/115 circa5. Un capitolo quest'ultimo che vede l'affermarsi della figura di Pietro e la sua definitiva consacrazione a Pastore universale della nascente chiesa, a cui si associa finalmente, sia pur senza grandi entusiasmi, anche la comunità giovannea.

 

Qui Pietro è il protagonista principale:

  • è lui infatti che invita gli altri ad uscire a pescare e gli altri si associano a lui; tra questi vi è, sia pur avvolto nel suo caratteristico anonimato (v.2b) anche il Discepolo Prediletto (21,3), che comparirà assieme a Pietro al v.7;
  • è Pietro, poi, che porta a Gesù la grande e fruttuosa pesca e non gli altri (21,11); Pietro qui è costituito da Gesù stesso quale Pastore universale del suo gregge (21,15-17) ed è invitato da Gesù a seguirlo non soltanto sulla via della croce, ma anche a succedergli (21,19).
  • Scompare qui quasi del tutto la figura del Discepolo Prediletto, non senza, però, lanciare le ultime stoccate a Pietro. È il Discepolo Prediletto, infatti, che riconosce il Risorto e lo indica a Pietro (21,7); Pietro nell'assumere l'eredità lasciata da Gesù dovrà per tre volte fare pubblica ammenda a riparazione del suo triplice rinnegamento; al “mi ami” di Gesù, Pietro risponderà con il più flebile e scolorito “ti voglio bene”.

 

Ma, ora, quale sarà il destino del Discepolo Prediletto dopo che Pietro è divenuto il punto di riferimento universale delle nuove comunità credenti? La questione è posta al v.21,21: il Discepolo Prediletto, da questo momento in poi, non è più preso in considerazione, ma a lui è riservata una sorta di apoteosi finale (21,22-23a).

 

[https://digilander.libero.it/longi48/IL%20VANGELO%20SECONDO%20GIOVANNI%20-%20Cap.%2021.html]

 

Condividi post

Repost0
1 aprile 2019 1 01 /04 /aprile /2019 17:21

 

La parabola del “figlio prodigo” riportata da Luca nel suo vangelo ha numerosi risvolti.

 

Per prima cosa tutti concordano che sia una narrazione originale di Gesù e non un escamotage didattico di Luca o del suo gruppo di ispirazione. Ciò posto vi sono parecchi livelli di interpretazione.

 

Parto l’interpretazione di Giovanni Marcotullio:

Quello che i due fratelli hanno in comune è che – a dispetto di un padre tanto meraviglioso – nessuno dei due riesce a concepirsi figlio, ma l’uno e l’altro si rapportano col proprio destino come con quello di uno schiavo.

L’uno sfuggendolo per dei presunti benefici, l’altro assoggettandovisi nella speranza di lucrarvi qualche vantaggio: la verità è che il minore cerca fuori casa ciò che il maggiore spera di ottenere senza muoversi, e che presso il padre questi ricerca le medesime cose che quegli fruga in compagnia delle prostitute.

Inoltre ciascuno dei due invidia l’altro, pensando almeno in qualche momento che tutto sommato l’altro “se la stia spassando”: il maggiore invidia al minore proprio l’esperienza dei lupanari; il minore invidia al maggiore il pane in abbondanza.

Tutti e due si rivolgono al genitore chiamandolo “padre”, ma nessuno comprende che cosa sia l’essere figli.

(Giovanni Marcotullio, Ott 23, 2018 su aleteia.org)

 

 

Questa lucida analisi mi richiama i primi due livelli della piramide di Malow, cioè la struttura dei bisogni che sono alla base del comportamento e dell’agire nell’uomo.

 

Infatti ogni persona è un insieme di diversi elementi, tendenze, credenze, etc. unificate in un’unica struttura di personalità, nella quale la motivazione risulta essere un elemento centrale. La motivazione è determinata da due elementi: le competenze, che rappresentano ciò che l’individuo è in grado di fare, e i valori personali, che rappresentano il nucleo di idee che guidano l’individuo nelle cose che comunemente svolge. Tali bisogni non sono isolati e a sé stanti, ma si dispongono in una gerarchia di dominanza e di importanza, che prende il nome di piramide.

 

Alla base dei 5 livelli dati alla piramide ci sono i bisogni fisiologici  seguiti dai bisogni di sicurezza. 

 

I bisogni fisiologici: sono i tipici bisogni di sopravvivenza (fame, sete, desiderio sessuale…). Secondo Maslow ogni bisogno primario serve da canale e da stimolatore per qualsiasi altro bisogno. 

Nella scala delle priorità i bisogni fisiologici sono i primi a dovere essere soddisfatti in quanto alla base di tali bisogni vi è l’istinto di autoconservazione, il più potente e universale drive dei comportamenti sia negli uomini che negli animali. Se in un individuo non trova soddisfazione di nessun bisogno, sentirà la pressione dei bisogni fisiologici come unica e prioritaria. Solo nel momento in cui i bisogni fisiologici sono soddisfatti con regolarità, allora ci sarà lo spazio per prendere in considerazione le altre necessità, quelle di livello più alto.

Il minore che si riaffaccia in casa, possiamo iscriverlo nella fascia dei bisogni fisiologici

 

I bisogni di sicurezza: i bisogni di appartenenza, stabilità, protezione e dipendenza, che giocano un ruolo fondamentale soprattutto nel periodo evolutivo, insorgono nel momento in cui i bisogni primari sono stati soddisfatti.

Anche questi bisogni danno forma ad alcuni comportamenti tipici, soprattutto di carattere sociale. La stessa organizzazione sociale che ogni comunità si dà a seconda della propria cultura, è un modo di rendere stabile e sicuro il percorso di crescita dell’individuo.

Il figlio maggiore ha bisogni di sicurezza.

 

Non condanno nessuno di questi due uomini, non posso scagliare la prima pietra, son peggio di loro, ma non posso non rilevare la figura del padre. Al centro del quadro c’è lui.

 

Non è il dio geloso, litigioso e umanoide dell’Olimpo. Non è il dio del Vecchio testamento, l’alleato di un popolo, il dio che ti misura i passi fatti di sabato.

E’ il Dio di Gesù, il Dio che non ti chiede conto di niente ma è solo felice di vederti comparire all’orizzonte, diretto verso di lui, ha un cuore grosso così, più di quanto si possa sperare. Non un rimprovero, gratuità allo stato puro.  

Condividi post

Repost0
30 marzo 2019 6 30 /03 /marzo /2019 18:45

Quello che i due fratelli hanno in comune è che – a dispetto di un padre tanto meraviglioso – nessuno dei due riesce a concepirsi figlio, ma l’uno e l’altro si rapportano col proprio destino come con quello di uno schiavo.

 

L’uno sfuggendolo per dei presunti benefici, l’altro assoggettandovisi nella speranza di lucrarvi qualche vantaggio: la verità è che il minore cerca fuori casa ciò che il maggiore spera di ottenere senza muoversi, e che presso il padre questi ricerca le medesime cose che quegli fruga in compagnia delle prostitute.

 

Inoltre ciascuno dei due invidia l’altro, pensando almeno in qualche momento che tutto sommato l’altro “se la stia spassando”: il maggiore invidia al minore proprio l’esperienza dei lupanari; il minore invidia al maggiore il pane in abbondanza.

 

Tutti e due si rivolgono al genitore chiamandolo “padre”, ma nessuno comprende che cosa sia l’essere figli.

 

(Giovanni Marcotullio, Ott 23, 2018 su aleteia.org)

Condividi post

Repost0
8 ottobre 2018 1 08 /10 /ottobre /2018 08:59

Il Libro "La morte di Gesù. Indagine su un mistero" di Adriana Destro e Mauro Pesce (Saggi Rizzoli, aprile 2014) è nato da un grande interrogativo a cui sono seguite molte altre domande.  E raccontandoci delle domande cui ha cercato di dare una risposta, Adriana Destro riassume il suo libro e soprattutto ne sottolinea l'originalità, pur trattandosi un tema dibattuto ormai da 2000 anni. 

 

Ecco le domande cui ha cercato di dare risposte:

 

1.Cosa succede nei seguaci di un grande leader quando egli viene ucciso all’improvviso?

Per rispondere a questa domanda abbiano indagato sul quello che successe immediatamente dopo la morte di grande personalità del mondo antico, come Socrate, Giulio Cesare, e molti altri e anche su alcune personalità recenti come Gandhi.

Abbiamo visto che anche nel caso di una morte naturale i seguaci di un leader sono obbligati a ripensare tutta l’attività e il messaggio del leader morto, a riassumerli per riproporli e continuare ad esistere come gruppo che si rivolge alla società.

Abbiamo perciò cominciato a studiare i vangeli e tutti gli altri documenti lasciati dai seguaci di Gesù dei primi due secoli per vedere come il messaggio e la vicenda di Gesù erano stati riletti e riformulati alla luce della morte violenta da lui subita. Ad esempio nel capitolo finale rintracciamo quattro risposte diverse e altrettante riformulazioni del messaggio di Gesù nei vangeli, nelle lettere di Paolo e negli Atti degli Apostoli.

 

 

2. La domanda successiva è stata: I vangeli ci dicono che Gesù aveva preannunciato più volte la propria morte. Come mai allora i discepoli furono così sbalorditi quando essa avvenne? Come mai il Vangelo di Luca insiste molto per dire che i discepoli aspettavano l’arrivo subito del regno di Dio (o di Israele)? Non bisogna forse domandarsi se i vangeli abbiano messo in bocca Gesù delle previsioni che non aveva mai fatto?

 Queste domande ci hanno obbligato ad una lunga lettura dei vangeli parola per parola, una ricerca di diversi anni, che ha cercato di rendere conto di tutti i punti di divergenza e di anche di contraddizione tra i racconti evangelici. Il Capitolo 4: “Le previsioni della morte” cerca di presentare i risultati di questa ricerca.

 

 

3. Terza domanda: Dovevamo per forza domandarci : Perché esistono divergenze e a volte anche contraddizioni tra i vangeli? (e anche negli altri scritti dei seguaci di Gesù dei primi due secoli) Da dove provengono queste divergenze? Sono veramente affidabili le informazioni su cui gli autori dei vangeli si basavano?

Per rispondere a queste domande è stata necessaria una ricerca prolungata sui modi di trasmissione dei materiali relativi a Gesù dalla sua morte fino alla redazione scritta dei vangeli. Ci siamo basati su una massa enorme di indagine esegetica accumulata nel Novecento e nei primi 10 anni di questo secolo (la bibliografia alla fine del libro costituisce, per ragioni editoriali, solo una parte abbastanza limitata della letteratura usata). Ma siamo pervenuti anche a risultati in qualche modo nuovi. Anzitutto, abbiamo formulato un metodo di analisi che abbiamo definito “ricerca delle tracce implicite”. In secondo luogo abbiamo elaborato un’ipotesi sulla provenienza delle informazioni di ciascun vangelo da zone diverse e da gruppi diversi di seguaci di Gesù che avevano fra loro informazioni parziali e spesso divergenti su Gesù.

 

 

4. Gesù fu ucciso perché Dio voleva che morisse? Oppure perché la sua azione suscitò una reazione in coloro che temevano lo sconvogimento complessivo della società che Gesù annunciava, praticava e provocava?

Ma se Gesù non voleva morire non sarà allora che il modello religioso che egli proponeva non era il morire per gli altri, ma il lottare per la trasformazione del mondo alla luce della volontà di Dio?

Noi abbiamo cercato un risposta nei testi, e l’abbiamo esposta abbastanza chiaramente nel capitolo 4 e nella conclusione. La nostra risposta arte dal fatto per noi assodato che Gesù non voleva morire. Ma più che le nostre conclusioni sono importanti le domande. Domande a cui non si deve sfuggire qualunque siano le conclusioni. Non solo gli studiosi, ma la gente in generale si interroga e bisogna affrontare le questioni e una lettura critica dei vangeli. La politica dello struzzo è la peggiore delle soluzioni. Noi vogliamo non tanto proporre delle soluzioni ma aprire una ampio dibattito sulla lettura critica dei vangeli.

 

 

5. Gesù poteva prevedere per sé una morte violenta visto che già Giovanni il Battezzatore era stato arrestato e ucciso? C’è una differenza sostanziale tra ritenere possibile la propria morte, temerla e sottrarsi ai pericoli o accettarla? Ci sono sintomi e testi chiari che fanno vedere che Gesù si sottraeva ai pericoli e quindi non voleva morire?

 

 

6. Ci siamo domandati molte volte in questi anni, cosa poteva succedere in un villaggio quando Gesù vi entrava con le sue discepole e i suoi discepoli e cominciava a vietare agli uomini il ripudio delle donne, oppure invitava le forze più energiche dei nuclei familiari ad abbandonare l’attività lavorativa su cui la loro famiglia si reggeva per seguirlo vendendo tutti i propri beni ai poveri.

La nostra risposta è che Gesù suscitava ostilità perché voleva un grande sconvolgimento dell’intera società e non tanto per motivi teologici e religiosi.

 

 

7. Ci siamo domandati a lungo: perché furono scritti i racconti della morte di Gesù? (i racconti della passione); qual’era l’intento degli evangelisti che scrivevano in greco e si rivolgevano  ad un pubblico di non ebrei?

La nostra risposta è stata che i vangeli volevano riabilitare la figura di Gesù agli occhi dei lettori e mostrare che la sua morte non fu una sconfitta ma una vittoria guidata da Dio stesso, preannunciata dalle Scritture e avvenuta con grandi sconvolgimenti cosmici come volevano i racconti di ambiente ellenistico romano. Gli autori dei vangeli erano filoromani e cercarono come potevano di discolpare Pilato riversando sugli Ebrei la responsabilità della morte di Gesù.

 

 

8. Le contraddizioni dei vangeli sulla figura di Giuseppe di Arimatea e sul seppellimento di Gesù ci hanno obbligato a porre diverse domande: Giuseppe di Arimatea è veramente esistito o è un espediente apologetico per potere dire che qualcuno dei seguaci vide dove Gesù era stato sepolto?

 

Solo se infatti si sapeva dov’era la tomba si poteva dire che il cadavere di Gesù non era più in essa perché era risuscitato.

Il capitolo 6 “Il seppellimento. Chi si è occupato del corpo morto di Gesù?” risponde a queste domande.

Qui i dettagli sono di estrema importanza. La nostra conclusione è che un ebreo incaricato dal Sinedrio di seppellire Gesù dovette esistere e che con una certa probabilità fu proprio il Sinedrio che  -con una squadra di uomini addetti normalmente a questo scopo - provvide a staccare Gesù dalla croce e seppellirlo.

 

9. Ci siamo domandati perché Marco insiste tanto sul fatto che le donne non dissero nulla a nessuno del fatto che il cadavere di Gesù non si trovava più nella tomba?

 

 

10. Ci siamo infine domandati: perché tante contraddizioni nei racconti di passione dei vangeli?

La nostra risposta è stata che gli autori avevano informazioni differenti che provenivano da gruppi di seguaci situati in zone differenti e che avevano notizie parziali e a volte imprecise sui fatti.

 

su www.adrianadestro.net - 18 Giugno 2015

Condividi post

Repost0
14 settembre 2018 5 14 /09 /settembre /2018 10:57

Cosa possiamo dire su

 

Come nasce l'idea di DIO

nei primi millenni dell'umanità

secondo il pensiero di Rodney Stark

 

 

 

Sono state dette molte cose sulla vita religiosa degli uomini primitivi, nonostante la scarsità di informazioni davvero certe in materia.

  • Sappiamo che per migliaia di anni alcuni esseri umani furono sepolti con doni e oggetti, il che potrebbe significare che i nostri antichi antenati credevano in una vita dopo la morte.
  • Nelle profondità delle caverne abbiamo trovato delle strutture che avrebbero potuto essere degli altari, e in alcune grotte anche delle raccolte di oggetti, come teschi d'orso, che potrebbero aver avuto un significato religioso.
  • Nei siti archeologici del primo Neolitico, come Catal Hùyùk in Turchia ci sono alcune prove a favore della possibilità che i tori potessero essere oggetto di venerazione, e qui e là gli archeologi hanno trovato delle statuette che potrebbero rappresentare una Dea madre particolarmente abbondante, o forse no.

 

Al di là di questo, il resto sono tutte congetture. E comunque il fatto che tutte le società conosciute abbiano o abbiano avuto una religione è dato per certo da tutte le «scuole» di scienze sociali e viene asserito in ogni manuale d'introduzione alla sociologia e all'antropologia. Poiché è assiomatico che un fenomeno universale possa essere spiegato solo da altri fenomeni universali, per capire perché la religione sia universale dobbiamo esaminare i potenziali fattori causali a loro volta universali.

 

Nel corso degli anni sono state proposte tre grandi tipologie di fattori universali:

biologica, culturale e teologica

 

 

Il fattore naturale o biologico?

 

I biologi hanno postulato l'esistenza di istinti religiosi e fondamenti neurologici per la religione a partire da Darwin che paragonava la devozione dell'uomo verso Dio alla devozione di un cane verso il suo padrone.

Stark analizza alcuni dei pensatori rilevanti che han sostenuto questa tesi  

  • È vero che molti primitivi sembrano aver fatto ricorso alla religione, se non per venerare la natura, almeno per cercare di controllarla - e molte delle culture più avanzate hanno in effetti adorato divinità naturali.
  • È altrettanto vero che numerosi popoli primitivi vivono in un mondo popolato di spiriti, che in ogni epoca le persone tendono a collegare i sogni all'elemento soprannaturale e che il culto degli antenati è comune anche oggi.
  • Inoltre, numerose culture primitive hanno forme di totemismo, anche se pare che nessuna si cibi delle proprie creature totemiche, e i riti religiosi danno spesso vita a profondi sentimenti di solidarietà di gruppo.
  • Infine, anche Freud si unì all'opinione prevalente secondo la quale tutte le società umane hanno una religione.

 

Ma conclude che "andare alla ricerca di un istinto religioso o di un fondamento biologico per la fede è come cercare un istinto per l'algebra o la chimica, cioè è solo una fuorviante perdita di tempo."

 

 

Il fattore culturale

 

Posto l'assioma [che condivido] che le nuove culture non nascono dal nulla, e tribù e società non inventano niente. Le innovazioni sono opera di individui, o al massimo di piccoli gruppi.  

 

[Culturalmente] una volta sviluppato qualcosa di nuovo, il fatto che venga o non venga adottato può essere considerato un fenomeno di gruppo, così come il suo passaggio da una cultura a un'altra in un processo che gli antropologi chiamano diffusione. Ma ogni novità è opera di una persona specifica, o al massimo di alcune persone. Quindi, per interrogarsi sulle origini delle culture religiose bisogna concentrarsi sugli individui.

 

Ciò è vero sia supponendo la religione una creazione interamente umana, sia credendola il risultato di una rivelazione - gli agenti di cambiamento sono sempre gli individui, nelle vesti di inventori o di profeti.

 

La religione nasce con quegli individui eccezionali che l'influente antropologo Paul Radin (1883-1959) chiamò «formulatori religiosi», detti pure «innovatori».

 

Un innovatore religioso non va confuso con uno sciamano o un sacerdote, anche se può adottare uno di questi ruoli. Gli innovatori sono individui molto dotati che compaiono di tanto in tanto e introducono una nuova cultura religiosa - e sono talmente rari che la maggior parte delle culture ha probabilmente ottenuto la propria religione tramite la diffusione di un'unica forma originaria.

 

Il bisogno di superare la natura spiega essenzialmente perché la maggior parte delle persone (primitive o moderne) accetteranno la cultura religiosa, ma non da dove tale cultura religiosa provenga.

 

Anche se per avere successo gli innovatori religiosi devono fare appello a questi desideri utilitaristici, le loro personali motivazioni per scavare nel soprannaturale di solito si dimostrano molto più teologiche e filosofiche - in altre parole, sembrano guidati principalmente dall'interesse per le grandi questioni esistenziali come l'origine del mondo e il significato della vita.

 

Serve dunque una definizione di religione più adeguata.

 

La religione consiste in spiegazioni dell'esistenza (o nel suo significato ultimo) basate su presupposti soprannaturali e comprendenti affermazioni sulla natura del soprannaturale, che può specificare metodi e procedure per uno scambio con il soprannaturale.

 

In precedenza il soprannaturale è stato definito come l'insieme di forze misteriose o entità che stanno al di sopra, al di là e al di fuori della natura e che possono essere in grado di influenzare la realtà. Facendo ricorso al termine soprannaturale, la definizione di religione lascia spazio anche alle fedi prive di Dei, dal momento che gli Dei vengono definiti come esseri soprannaturali che possiedono una coscienza e delle intenzioni.

 

Gli strumenti e le procedure per avere uno scambio con il soprannaturale comprendono riti e rituali. Anche in questo caso, ciò si dimostra valido anche per le religioni senza Dei, dal momento che un vago soprannaturalismo come quello delle forme elitarie di confucianesimo può produrre dei rituali.

 

La definizione esclude tutti i sistemi di credenze che non affrontano le domande esistenziali, che non offrono alcuna spiegazione dell'esistenza né affermazioni in merito al suo significato ultimo. In altre parole, la religione risponde a domande come:

  • Perché siamo qui?
  • In cosa possiamo sperare?
  • La virtù trionferà?
  • La morte è davvero la fine?

e vi a dicendo.

 

Un sistema di credenze si qualifica come religione anche se le sue risposte a queste domande dichiarano che la vita non ha senso e l'universo è privo di scopo - la questione è solo se queste questioni vengano affrontate (e sempre che venga postulata anche l'esistenza del soprannaturale).

 

Gli antropologi che si sono occupati della religione primitiva di cui abbiamo parlato in precedenza in questo capitolo probabilmente si lamenterebbero del fatto che l'inclusione del significato ultimo nella definizione di religione esclude le sue forme più primitive, dal momento che pur possedendo qualche idea di soprannaturale la maggior parte delle culture primitive non poteva nemmeno concepire interrogativi ultimi. Ma, e lo vedremo in seguito nel capitolo, le religioni dei gruppi primitivi erano molto più sofisticate e «teologiche» di quanto un tempo si fosse disposti a riconoscere.

 

Questa definizione, comunque, separa la magia dalla religione. Per citare la Benedict, «la magia è un procedimento meccanico, la coercizione del soprannaturale», mentre la religione si basa sulla ricerca di un «rapporto» con Dio o gli Dei. Infine, lasciamo l'ultima parola a Max Weber (1864- 1920): «Quegli esseri che vengono adorati e pregati religiosamente possono essere chiamati con il termine " Dei" per distinguerli dai "demoni", che vengono magicamente coartati e incantati».

 

Gli innovatori religiosi, dunque, sono sempre dei «teologi», nel senso che offrono risposte alle questioni esistenziali fondamentali. A questo punto, però, emergono due interrogativi importanti in merito agli innovatori religiosi.

 

  •  Il primo è: come fanno alcune persone a «ottenere» una nuova cultura religiosa?
  •  E il secondo: come fanno a convincere gli altri ad accettare la loro nuova cultura religiosa?

 

 

(1) Come nasce una nuova cultura religiosa

 

Si potrebbe ipotizzare che gli innovatori religiosi «inventino» le loro nuove culture religiose allo stesso modo in cui qualcuno scrive una poesia o compone una canzone, ma ciò non corrisponderebbe a quello che molti innovatori sembrano credere in merito alle proprie fonti. Alcuni sostengono di aver scoperto le proprie idee attraverso una meditazione intensa, ma molti affermano di non essere altro che un mezzo attraverso il quale il soprannaturale ha comunicato con gli uomini, e che quindi la loro è una rivelazione dotata di autorità divina.

 

Una rivelazione è una comunicazione che si ritiene provenire da una fonte soprannaturale, di solito da un Dio, o una conoscenza ispirata dal divino.   

 

Fino a poco tempo fa, l'esigua letteratura socio-scientifica sulle rivelazioni ipotizzava che esse derivassero da una psicosi o da una frode - vale a dire che chi sosteneva di avere avuto una rivelazione poteva essere o pazzo o disonesto. Entrambe queste assunzioni sono comunque incompatibili con le biografie di molti casi importanti: la maggioranza non mostrò alcuna segno di malattia mentale e si sottopose a sacrifici personali incompatibili con la frode. Questo mi ha portato a formulare un modello di come delle persone perfettamente normali, attraverso dei mezzi perfettamente normali, credano di comunicare con il divino.

 

Qui sarà sufficiente riassumere alcuni elementi di quella teoria.

  • In rari casi, le rivelazioni avvengono come delle comunicazioni molto dirette che comprendono visioni e voci, come quando Dio parlò a Mosè da un cespuglio in fiamme, o quando Gesù apparve a Paolo sulla strada di Damasco.
  • Molto più spesso le rivelazioni hanno a che fare con un'improvvisa consapevolezza del fatto che una certa idea o interpretazione è di origine divina, spesso basata sulla credenza che Dio metta un pensiero, un'intuizione 0 addirittura interi brani di Scritture nella mente di una persona.

 

 

(2) Come si diffonde

 

Una cosa è possedere ima nuova cultura religiosa, un'altra è convincere gli altri ad accettarla. Oggi sappiamo bene che all'inizio le persone non accettano una nuova religione perché trovano che la sua dottrina sia particolarmente attraente. Certo, ci deve essere un certo elemento di novità tale da giustificare il cambiamento; ma dato questo aspetto per scontato, si scopre che la gente accoglie una nuova religione perché dei parenti, degli amici o delle persone vicine in cui hanno fiducia l'hanno accolta.

 

In effetti, fino a conversione avvenuta, la maggioranza delle persone non sa molto della nuova cultura religiosa (si veda i l capitolo 4).   Ne consegue che gli innovatori religiosi di successo tenderanno a essere dei membri rispettati di un gruppo primario fervente.

 

Ci si immagini di vivere una vita di solitaria contemplazione, il giorno in cui delle nuove verità religiose ci vengono rivelate da un essere divino - una rivelazione che non si limiti a ratificare le concezioni religiose esistenti, ma vi apporti delle aggiunte o ne diverga in misura significativa. Dopo averci comunicato la rivelazione, l'essere divino ci incarica di comunicarla al «mondo». Non avendo alcun amico stretto che ci rassicuri o ci aiuti a diffondere la rivelazione, ci ritroviamo nella condizione di dover trovare in qualche modo qualcuno che ci creda, e poi altri e altri ancora. È una prospettiva scoraggiante.

 

E se invece di vivere una vita solitaria, fossimo dei membri rispettati di un gruppo primario fervente? Sembrerebbe molto meno difficoltoso condividere la nostra rivelazione con persone che ci amano e hanno fiducia in noi invece che con degli estranei.

 

Quindi, diversamente da quanto dice Marco (6,4), cioè che nessun profeta riceve onori in patria e fra i suoi parenti, i più famosi profeti iniziarono proprio convertendo i loro famigliari e amici più vicini.

  • Si consideri per esempio Joseph Smith Jr., fondatore del mormonismo. I suoi primi 22 convertiti furono la moglie, i genitori, i 7 fratelli e sorelle, dieci membri della vicina famiglia Whitmer, un insegnate che alloggiava con i suoi genitori e un ex impiegato.
  • Lo stesso schema si ritrova nelle conversioni effettuate da Zoroastro, Mose, Buddha, Gesù e Maometto, i quali iniziarono tutti dalle loro famiglie, come vedremo nei capitoli appropriati.

 

È ovvio che tutti questi famosi innovatori religiosi hanno poi dovuto affrontare il compito di convertire un mondo di estranei, ma per un innovatore dell'Età della Pietra, per esempio, questo tipo di sfida non esisteva. Convertire i l proprio parentado e i vicini significava convertire «il mondo».  Se in seguito la nuova religione si diffondeva in altre tribù, ciò avveniva attraverso il normale processo di diffusione culturale.

 

È dunque questa la spiegazione culturale dell'origine della religione.

  • La religione è ovunque perché i bisogni che essa soddisfa sono ovunque.
  • Le religioni sono fra loro così simili perché affrontano la stessa serie di domande esistenziali e perché le opzioni soprannaturali a disposizione sono intrinsecamente limitate.

 

In alternativa, molte religioni derivano da Dio secondo la capacità di capire degli esseri umani di un dato tempo e luogo e, ovviamente, tutte le rivelazioni sono soggette a incomprensioni, esagerazioni e imperfezioni di trasmissione.

 

 

La teologia delle religioni primitive

 

 Con l'inizio delle Grandi scoperte geografiche e la sempre maggiore conoscenza e familiarità con altre religioni, gli europei cominciarono a notare le tante «cospicue somiglianze» con il cristianesimo, e i teologi cominciarono a interrogarsi sulla storia della salvezza. Dio aveva davvero condannato la maggior parte degli esseri umani vissuti nel corso della storia solo per aver «peccato» d'ignoranza?

 

Avendo passato al setaccio in modo molto attento i racconti etnografici più recenti e affidabili sulla religione nelle società primitive sopravvissute, Lang (1844-1912) scoprì che la maggioranza dei gruppi primitivi, sparsi i n tutte le parti del mondo, credevano nell'esistenza di Sommi Dei: «registi di cose e di uomini morali e onniveggenti [...] esseri eterni che hanno creato il mondo e che vegliano sulla moralità». Non si trattava di un monoteismo pienamente compiuto, dal momento che veniva accettata l'esistenza di divinità subordinate, ma una prospettiva che a volte viene definita enoteismo (letteralmente «uno-teismo, un solo Dio) per l'enfasi posta sul Sommo Dio, o Dio primario.

 

Una pietra miliare a tale proposito fu la pubblicazione nel 1924 del libro Monotheism Among Primitive Peoples dell'illustre Paul Radin, nel quale l'autore ammetteva che l'opera di Lang «era stata abbondantemente provata. [...] Oggi nessuno nega seriamente che molti popoli primitivi credono in un Creatore Supremo» e da allora gli studi hanno continuato ad accumularsi.

 

Ovviamente, esiste una considerevole varietà nelle concezione di Sommi Dei che si ritrovano nelle culture primitive. La distinzione maggiore è fra Sommi Dei attivi e interessati e Sommi Dei inattivi o distanti. Anche gli Dei attivi sono in un certo senso remoti e presiedono gli Dei inferiori che prendono parte in modo più vigoroso alle questioni umane.

 

È ovvio, quindi, chiedersi perché le religioni primitive non erano quei rozzi insiemi di superstizioni che ritenevano Tylor, Spencer e tutti gli altri. Com'è possibile che tante delle prime religioni avessero una concezione di Dio assai più sofisticata di quella di civiltà antiche molto successive, come quella egizia o greca? L'unico tentativo importante di trovare una risposta provocò una costernazione così diffusa fra gli antropologi che lo stesso interrogativo venne generalmente liquidato come irrilevante o privo di risposta.

 

Ammesso che la nostra conoscenza delle religioni primitive rimarrà frammentaria, sembra comunque che ci siano sufficienti ragioni per riconoscere il fatto che, a un certo punto della loro storia, molte culture abbandonarono la fede in Sommi Dei e abbracciarono quella in una schiera di Dei minori. Quando e perché ?

 

  • In merito al «quando», sembra che il passaggio abbia coinciso con il sorgere delle civiltà - società che vivevano in città e avevano un'agricoltura produttiva.
  • Per quanto riguarda il motivo, il prossimo capitolo tenta di spiegare l'ascesa di politeismi elaborati esaminando le religioni delle prime civiltà, fra le quali quelle di sumeri, egizi e greci, e quelle di aztechi e maya.
  • Queste civiltà, separate non solo dalla geografia ma anche da molti secoli, possedevano un apparato di divinità sorprendentemente simile.
  • Inoltre, le loro religioni erano tutte controllate da sacerdoti che enfatizzarono l'importanza di rituali e sacrifici piuttosto che del credo.
  • Ospitate in grandi templi, erano tutte religioni «di stato », completamente finanziate da canoni terrieri o sussidi e con sacerdoti al servizio di governanti dispotici, alcuni dei quali si consideravano Dei.

 

 

 

 

 

 

 

Estratto dal primo capitolo del libro  di Rodney Stark, La scoperta di Dio, l'origine  delle grandi religioni e l'evoluzione della fede, Ed. Lindau, Torino, 2018 (pp 35-84) 

 

 

Condividi post

Repost0
18 agosto 2018 6 18 /08 /agosto /2018 06:28

 

Il francescano Olivi, nel commento alla Genesi, spiega il brano della denominazione degli animali da parte di Adamo (Genesi 2, 19). 

Il fatto che Dio si chieda come Adamo chiamerà gli animali non è incompatibile con l’onniscienza divina? «Ma Dio non lo sapeva già? È possibile che impari qualcosa dai nostri atti? 

Bisogna dire — spiega Olivi — che la Scrittura usa spesso questo modo di parlare. Infatti, essa parla di Dio alla maniera umana, come una madre che balbetta (balbutiens) con i suoi bimbi per insegnare loro progressivamente in questo modo a parlare». 

La Scrittura è dunque paragonata al linguaggio di una mamma che, per insegnare a parlare al suo bimbo, usa onomatopee e balbettii, si abbassa al livello del piccolo per innalzarlo al suo. È il tema della Scrittura come mezzo di progressiva rivelazione dell’immagine di Dio. Già presente nei testi rabbinici antichi e conosciuto dai Padri, il tema ha nell’immagine oliviana un’espressione particolarmente efficace.

di Paolo Vian su L'Osservatore Romano del 18.8.2018


[Pietro di Giovanni Olivi, l’esponente più celebre e geniale dello «spiritualismo» francescano, esegeta appassionato e antiaristotelico convinto, vissuto in Francia tra il 1248 e il 1298]

Condividi post

Repost0

Présentation

  • : Blog di Piero Azzena
  • : Questo blog è solo la mia voce, resa libera dall'età. Questo blog è un memo, seppur disinvolto nei tempi e nei modi, dove chioso su argomenti la cui unica caratteristica è l'aver attirato la mia attenzione. Temi esposti man mano che si presentano, senza cura di organicità o apprensione per possibili contraddizioni. Temi portati a nudo, liberi da incrostazioni , franchi e leali.
  • Contatti